Showcase all'interno di una
bolla gonfiabile, presso il Salone d'onore della Triennale 
Kalweit
and the Spokes sanno come inaugurare un tour. Non vanno per il sottile, scelgono un
sogno surreale e dilatato come una bolla gonfiabile e con quella decidono di atterrare
niente meno che alla Triennale di Milano. Loro, i viaggiatori per eccellenza,
che con il loro debutto hanno tentato l’insolito connubio tra “i colori gli odori della terra del Salento con i
deserti dell’American South West”, sono atterrati in terra meneghina.
Qui incantano il pubblico, fatto di fan,
giornalisti felicemente impreparati all’evento e persino bambini e famiglie
danzanti intorno a Georgeanne Kalweit. La cantante di Minneapolis con movenze
teatrali e suggestioni oniriche sa trascinare la folla seduta ai suoi piedi,
mentre Leziero Rescigno e Giovanni Caiella tessono sapientemente alle sue
spalle quelle sonorità così inconfondibili tra il post-punk più gotico, l’old
school blues e il folk più avvelenato.
Da dentro una bolla, che gonfiata per
l’occasione anima di ombre colorate le pareti superbe di Giovanni Muzio, va in
scena una favola che attinge a pulsioni cinematiche, dall’omaggio alla diva del
cinema muto Clara Bow fino all’eloquente “New York Movie”, ispirata alle opere
di Edward Hopper, di cui una Kalweit in trance mostra alcuni dipinti,
inginocchiata verso di noi.

Chiude il climax d’atmosfera il singolo appena
lanciato che ha dato il nome all’evento, “Ice Man”, stralunato ed epico inno
new wave dedicato a Ötzi, l’uomo che fu trovato nel ghiaccio dopo più di
5.000 anni sulle Alpi Venoste nel 1991. Un gruppo che non dà niente per
scontato nelle proprie performance sensoriali, dalla scenografia rallentata e
trasognata alla suggestiva copertina realizzata dalla stessa Kalweit.
Uno showcase intimo e unico, preludio di un tour
che si preannuncia memorabile.
Alessio
Zipoli