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Racconti dell’acQuà. Per un nuovo battesimo

L’ottava edizione dello Sponz Fest ideato da Vinicio Capossela

Suoni, parole, luci, penombre e l'incedere dell'acqua a fare da sottofondo

Dal 25 al 30 agosto 2020 si è svolta l’ottava edizione dello Sponz Fest, “Sponz acQuà”, per la direzione artistica di Vinicio Capossela. Il tema era l’acqua, scelto come elemento di purificazione e rigenerazione. Il festival, in edizione limitata e itinerante, è partito dalle sorgenti del fiume Ofanto in Alta Irpinia ed è arrivato fino alla foce del fiume Sele, nel Cilento.

 

Siate marinai finché il mare vi libererà (Fabrizio De André, Suzanne)
Dalla dissipazione alla concentrazione. Dal ricreo al rigenero. Dalla stasi all’e-stasi. L’ottava stagione di sponzamento porta con sé uno strato di paura da esorcizzare, da affrontare, uno strascico di crisi da risolvere per credere a un mondo altro, in cui il mare unisce l’uomo e la distanza è solo carnale e mai spirituale. Ché è lo Sponz Fest a scegliere le persone, e non il contrario.
Nella parola ‘crisi’ c’è già la sua soluzione: scegliere. Allora calcare la terra dei padri e le pietre secche, i vicoli vuoti, ribaltare tempo e spazio per cercare una risposta a quello che siamo, oppure per scegliere cosa essere, andare all’osso dove rimane attaccato il nutrimento, partire dalla sorgente per arrivare alla foce, non è una spinta ma riguarda l’etimologia della vita, è uno strattone verso la radice. Chi non ne sente il bisogno è già perduto.
Calitri-Tucson-Arizona-Mississippi, una vez más. La volta più lontana dall’immaginabile, la volta più vicina al desiderabile.

Orazio, Ode IV: così irrompe l’Aufido tauriforme.
È quasi intimo. È quasi un sussurro. È sempre un rito, un’alternativa alla procedura al tempo del decreto forzoso. ‘Sponzare’ mette in atto un confronto con il limite. Non un limite fisico, dovuto alla resistenza, ma un limite superiore, quasi invalicabile. Per risolvere il confronto è necessario tornare all’acqua, elemento primordiale, è necessario cum-centrare energie e risorse. Così, senza la folla a dissipare emozioni e vino, tutto somiglia a una funzione, a un nuovo battesimo bagnato dall’acqua chiara e dalle stelle.
Il rito ha una sua scansione, e quella dello Sponz Fest comincia all’alba, a Torella dei Lombardi, alle sorgenti dell’Ofanto. Il fiume cantato da Orazio e detto taurino per il suo rombo, aufido per il suo tragitto pericoloso, ospita i Guano Padano nel loro omaggio alla musica e al cinema di frontiera. È un’aurora western, da arrembare a cavallo, sulle vie pendenti e polverose, con un abbraccio gigante a uno che gigante è stato per davvero, Ennio Morricone.

 

Danilo Dolci: Chi si spaventa quando sente dire Rivoluzione, forse non ha capito.
Si ritrovano lì, gli instradati. Nel Vallone cupo che aveva interrato le bestie e impalato la peste per mostrarla a tutti in tempi non sospetti. Goffredo Fofi è un ammaliatore, un pifferaio della storia. Non esiste nulla che possa distrarre chi lo ascolta mentre racconta la rivoluzione del mondo contadino meridionale, l’Italia degli anni Settanta e i suoi meravigliosi fallimenti. Ché tornare all’acqua, alla radice, vuol dire anche tornare a chi quelle radici le ha piantate con ben altre ambizioni. Radici piantate da figli, madri e padri protagonisti di storie agghiaccianti. Storie di migrazione interna, di una conoscenza reciproca tra nord e sud che si è smagnetizzata con la morte di Aldo Moro, disgregando i valori dell’Italia post-bellica e assoggettando le menti al torbido affare politico, alla violenza mafiosa, all’imprenditoria, al lucro. A una repubblica fondata sulla mercanzia. Di questa repubblica, Fofi racconta il contraltare popolare e militante. Racconta lo splendore del vero, che si trova proprio un passo più in là del reale. Racconta la sconfitta globale della diffusione di un’idea di trasformazione positiva del mondo. Una sconfitta che oggi paghiamo a prezzo carissimo, semplicemente perché qualcuno non ha capito.
Paolo Rumiz, uno che i fiumi li ha setacciati per anni, collegato sul maxi schermo, parla della trasformazione dell’acqua da elemento sacrale a elemento di sfruttamento industriale. Fiumi saccheggiati, de-sacralizzati, fiumi maschilizzati. Divinità antiche e madri al pari della terra che rendono fertile, rese uomini dal machismo imperante in tempi bellici e dal nazionalismo idrofobo.  

Vasco Brondi: dove pensi che non possa succedere mai niente succede sempre qualcosa.
Cairano, la cometa al contrario, ascolta dall’alto le storie galattiche della via Emilia di Massimo Zamboni e Vasco Brondi. Letture di diario e canzoni per riportare una vicenda partita con un gusto quasi adolescenziale e diventata biografia essenziale. Da Le luci della centrale elettrica ai CCCP, l’Emilia di due generazioni viene cantata a due voci e a due chitarre in un silenzio pacifico. È come un libro di Calvino: basta chiudere gli occhi e il Tartaro canal bianco è lì, in mezzo alla pianura, a insegnare che l’anima può galleggiare su una zattera.

 

Jacopo Leone: i buchi nell’acqua sono una scorciatoia immaginaria per arrivare al mare.
L’acqua orienta il viaggio ma può anche celebrare il fallimento. Jacopo Leone, dal maxi schermo cupo, descrive i suoi buchi nell’acqua, opere pittoriche realizzate con il nero di seppia, alla cieca. Geologia e stratificazione dei fallimenti, strati fallaci di vita. Conquista dell’inutile. A perdersi nel nero si finisce per fare la vita dei polpi, che usano l’inchiostro per nascondersi e invece ottengono l’effetto contrario, si fanno trovare.

Detto accertato: chi azzarda passa l’acqua.
La libera università per ripetenti, protetta dalle fronde della neviera e rigenerata dall’acqua della fontana santese, luogo mitologico per le peripezie contadine, scopre le geologie sparite dalle cartine. La giornata degli instradati, meno affaticati da notti poco brave, è scandita da spritz e occhi al sole. I giorni da trascorrere in paese sono pochi, il resto è tutto affidato alla strada e all’acqua. Così si ricercano, nei pochi momenti statici, i simboli delle terre dei padri. Il mantra culinario – cannazze, cannazze, cannazze – da consumare per necessità. Il tramonto dal borgo castello, dove il sole evapora nelle nuvole rosa e solleva il canto delle sirene dello spirito. Il silenzio atipico del centro storico, che di solito allunga la notte a mattina. Stavolta solo piatti in lavaggio, qualche bambino che gioca, pochissimi passi e le mammenonne sedute sull’uscio a scrutare gli instradati. Perfino le tapparelle scastrate e le case ingiallite prendono un altro colore. Il simposio dei vecchi sul muretto accanto alla casa Dell’Eca, una sorta di riunione di rughe e di selvatica gravità, come diceva Carlo Levi.

Samuel Taylor Coleridge, La ballata del vecchio marinaio: Acqua, acqua in ogni dove, e neanche una goccia da bere.
Al crepuscolo si ripete una strana, triste magia sulla paglia umida del Vallone cùpo. Accanto al saloon azzurro adibito a ristoro, Pietro Bartolo ferma persino i grilli a fargli ascoltare le storie raccolte sulle sponde della porta d’Europa, Lampedusa. Sono crude come la realtà che raccontano. Storie di uomini dilaniati dal mare e dal malaffare che arremba i viaggi in gommone. Storie di donne e bambini spezzati dalla crudeltà geografica, ma umana soprattutto, che li costringe a tentare l’impossibile e a subire l’inevitabile. Come Mimmo Lucano un anno prima su quella stessa paglia umida, Bartolo ammutolisce tutti con la sua sofferenza, figlia dell’empatia schernita dai monatti e dai pirati della politica. È tutto un arrossarsi di occhi, pieni di lacrime ghiacciate. Occhi concentrati e quindi più facili da ri-conoscere. Ché di fronte al dolore siamo tutti fratel-astri, amanes. Così un medico di frontiera diventa testimone, colui che si salva per raccontare. Le sue parole, ammassate in una lingua pastosa e terrena, bastano a comprendere che è impossibile pensarla diversamente e che è sempre, dannatamente, una questione di come stare al mondo.

 

Crediti foto: Iozzo Panzini
Si ringrazia: Giulia Zanichelli e GDG Press


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