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Sono quindici gli album di Vincenzo Zitello a suo nome, senza parlare delle sue collaborazioni (che non si possono contare tanto vaste e variegate…) e dei suoi concerti che vengono proposti nei luoghi più svariati: da aree bucoliche a chiese, da piazze a teatri dove il suono delle sue arpe riempiono sempre di meraviglia gli ascoltatori.

 

Mentre si compiono i suoi primi settant’anni, Zitello affronta, dopo il mito del Santo Graal (“Graal”, è il titolo del suo penultimo album, uscito nel 2025), quello di Orfeo. Un lavoro che non si esaurisce nel solo ambito discografico ma che si propone come un prodotto multidisciplinare che, all’album, aggiunge la Danza, la Poesia, il Libro, il Libro d’Artista (spazio dove poesia, incisione e manifattura editoriale si incontrano per editare una piccola opera d’arte). Tutto con le maiuscole per definire le differenze di ciascuna tra le arti coinvolte.

 

 

Di fronte a tale dispiegamento di ingegno artistico ci si rinfranca, perché manifesta l’amore che Zitello (e coloro che con lui hanno collaborato) trasferisce, da sempre, verso il suo pubblico alzando l’asticella della creazione artistica. L’album nasce da una domanda di fondo legata al tipo di musica che Orfeo avrebbe suonato per riuscire a non farsi “notare” nel suo viaggio per riportare alla vita Euridice. Mentre le sirene cantavano per fermare il viaggio di Ulisse, Orfeo suonava per incantare la percezione di chi avrebbe potuto intercettare il suo percorso.

 

Dodici i brani proposti con una dispiego strumentale non indifferente che vede Zitello suonare oltre che l’arpa celtica, anche svariati altri strumenti a dimostrazione della sua grande versatilità musicale. Dodici momenti di grande intensità dove il tempo pare fermarsi immaginando questa figura mitologica ed archetipa affrontare un viaggio pieno di pericoli per riportare alla vita terrena l’amata Euridice. Viaggio che, come racconta il mito, non andò a buon fine a causa del mancato rispetto da parte di Orfeo del patto sottoscritto con i custodi e sovrani degli Inferi, riportando così l’amata nel regno delle ombre. Su questa storia che, come tutti i miti greci è parte fondante della nostra cultura, si innesta, dunque, il viaggio di Orfeo…

 

 

Satiro apre questa avventura con il suono tenue e malinconico dell’arpa, a cui si aggiunge il supporto di flauti ed ottavino che rendono l’immagine di una selva da attraversare. Tutto il contesto sonoro è propedeutico alla creazione delle basi per affrontare una storia senza tempo, con atmosfere di carattere bucoliche e con profumi di Grecia antica. Le note dell’arpa, che paiono quasi quelle di un carillon, aprono invece Aristeo che manifesta dei sapori di origine klezmer nella versione malinconica. Tutti gli strumenti sono occupati a rendere quanto più solida la trama musicale. Orpheus, il protagonista, è disegnato musicalmente attraverso un suono cupo quasi fosse il prolungamento della sua memoria, consapevole degli eventi di cui sarà protagonista e colmo di dolore per la perdita di Euridice. Le note si abbracciano in un continuo senso di solitudine che attraverso melodie virate in dolore vogliono accendere attesa e speranza.

 

La musica entra nell’Ade e tutto cambia prospettiva. L’arpa conduce alla presenza di Cerbero, il custode dell’ingresso all’Ade, che osserva chi entra in quell’antro oscuro in cui è nascosta Euridice. L’andamento della musica fa crescere i timori per un viaggio che si attende come un pericolo. Caronte, il traghettatore, si apre con viola e violoncello che delineano la presenza del fiume oscuro, lo Stige, che l’arpa apre all’attenzione di chi ascolta. È la materializzazione di un suono che supera le paure del viaggio, è un suono che porta verso la luce. Le note dell’arpa mettono quiete mentre lo Stige osserva ricordando i confini che non devono essere superati anche se Orfeo, ha un salvacondotto speciale. Intrigante il suono dell’eufonio (un flicorno baritono) che traduce in note il climax dell’attraversamento del fiume invalicabile.

 

Plutone è il “padrone” dell’Ade e la sua rappresentazione avviene con un suono concertistico in stile nord-europeo degli albori del Novecento, per virare poi in un respiro nordamericano con l’eufonio nuovamente in prima fila, regalando un delizioso contributo ritmico quasi ad evocare un vento salvifico. Proserpina è avvolta dal suono dell’oboe d’amore, uno strumento con una sonorità più bassa rispetto all’oboe naturale. Consorte di Plutone, Proserpina è rappresentata da sonorità “trasparenti” quasi a rappresentare la vocazione all’essere incompiuta suddivisa dal ritmo delle stagioni. Spiriti è ricca di suoni evocativi a richiamare l’attenzione verso “qualcosa” di nascosto, di immateriale, di sacro. Tutto scorre con grande delicatezza fino all’emergere del suono del waterphone (meglio conosciuto come idiofono a pressione) che aggiunge il suono del canto delle balenottere. Ermes si propone con trasparenti sonorità klezmer con il suono degli archi che si intrecciano tra loro. Le note melliflue non ingannino l’ascolto perché rappresentano il ritorno di Euridice nell’oscurità dell’Ade ed ogni nota è un dolore alla speranza.

 

 

Gli archi e l’arpa raccontano il ritorno di Euridice nell’eterna oscurità e la sua bellezza scomparirà. Il suono è malinconico, rassegnato, vacuo…Il suono dell’arpa e del violoncello sanciscono il fallimento di Orfeo e la definitiva scomparsa della bellezza di Euridice. Si manifesta, alla fine del viaggio, un segno “umano”. Si tratta della voce del soprano Myriam Sivala che, ne La ninfa parrebbe voler rappresentare il ritorno sulla terra e l’inizio di una nuova vita, una nuova alba. Il mito ha terminato il suo percorso ed il suo compito che, seppur fallito, ha lasciato aperte altre possibilità di vita…

 

È un viaggio iniziatico quello che ci viene raccontato, attraverso la musica, in questo bel lavoro. Un viaggio dedicato alla memoria di Franco Battiato, un grande viaggiatore dell’anima che Vincenzo Zitello ha ben conosciuto e che ha voluto omaggiare. Ci vuole coraggio a scrivere, produrre, suonare un album che cerca negli albori dell’uomo la sua ragione d’essere. Ci vuole coraggio a farlo in questi anni pieni di guerre e di deserto dello spirito e della cultura, invasi dai social molesti e, spesso, anche pericolosi. Ci vuole coraggio a parlare di miti lontani (Gustav Jung li avrebbe, in seguito, chiamati archetipi) in tempi protesi a bruciare tutto subito senza approfondire nulla o ben poco. Vincenzo Zitello da anni protende, anche in questa occasione, la sua attenzione verso un costante desiderio di elevazione dello spirito e della cultura.

 

Viene spontaneo chiedersi se questo ha ancora un senso, se lo sforzo delle idee e della composizione musicale (oltre al resto in questo album) porterà frutto a coloro che l’ascolteranno, in forma di album oppure dal vivo. La risposta dovrebbe essere molto articolare ma, in fondo, la risposta è SÍ. Tutto questo lavoro ha senso perché mantiene in vita la cultura e lo sguardo sul futuro anche se si parla del passato. Ma il nostro futuro è racchiuso in ciò che siamo stati, in ciò che è stato seminato, in quello che è stato raccolto. Artisti come Zitello rappresentano mondi che non vogliono arrendersi alla vacuità del presente, per ricordare a tutti le famose ed imperiture parole che Dante Alighieri attribuisce ad Ulisse nella sua ‘Divina Commedia’: “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

 

 

foto di Gianfranco Mura

 

Artista:
Vincenzo Zitello
Etichetta:
Telenn Records
Elenco Tracce:
01. Satiro – L’istinto primordiale
02. Aristeo – La colpa
03. Orpheus – Il canto
04. Cerbero – Il custode
05. Caronte – Il transito
06. Stige – La soglia
07. Plutone – L’immutabile
08. Proserpina – L’ambivalenza
09. Spiriti – Le memorie
10. Ermes – La Guida
11. Euridice – La perdita
12. La ninfa – La rinascita
Musicisti:
Vincenzo Zitello: Arpa celtica, viola, secondo violoncello, contrabbasso, flauti traverso in Do/Sol/basso, ottavino, Glockenspiel, clarinetto in Eb, Bb e basso Bb, clarinetto in Do, lama sonora; Fulvio Renzi: violino; Giovanna Barbati: violoncello; Laura Garampazzi: euphonium, tromba, tromba Bb, cornetta; Simone Colzani: timpani, rullante, rider; Glen Velez: bodhran, triangolo, rider, metalli; Mario Arcari: oboe d’amore; Pierangelo Pandiscia: campane tubolari; Jos Olivini: waterphone; Gianfranco D’Adda: timpani; Myriam Stivala: voce-soprano
Anno di Uscita:
2026
Durata:
47:02