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Dal solo all’orchestra

Dal monologare di un contrabbassista al vociferare della big band, di taglio più o meno ampio: questo il nostro percorso odierno, veramente a 360°

Una serie di più o meno stuzzicanti uscite di questi ultimi mesi ci consente (meglio: ci induce) una tonificante sgroppata attraverso le varie forme che il jazz prevede: come recita il nostro titolo, dal solo all’orchestra. Il solo, formula di per sé parsimoniosa, fisiologicamente, è nello specifico incarnato dal monologo di uno degli strumenti a sua volta più parsimoniosi della fauna jazzistica, il contrabbasso, che in Depth Sounding (Aut) del trentenne modenese Simone Di Benedetto assume un tono ulteriormente cogitabondo, rarefatto, quasi dimesso, quanto efficace, pur nella prevedibile ciclicità delle situazioni, in rigorosa alternanza fra pizzicato e archetto.

Climi un po’ più turbolenti ci giungono dal duo protagonista di Oak (Aut), denominato Brotherhood e composto in effetti da due fratelli, Tobia e Michele Bondesan, toscani, sax tenore e soprano l’uno, ancora contrabbasso l’altro. L’incedere è spesso quieto, riflessivo (frequenti i momenti solitari di ciascuno dei due), ma attraversato da fremiti nervosi che ne increspano lo svolgersi. Nuoce magari un minimo di ripetitività, ciò che, pur in un contesto assai diverso, teso al bel suono, al dialogo pulito, alla costruzione conchiusa, non risparmia neppure un altro duo, stavolta tutto pianistico, fra Stefania Tallini e Cettina Donato, che in Piano 4Hands (Alfa Music) lavorano a quattro mani su un unico strumento lungo dieci brani tutti a loro firma (sempre separata, peraltro), cui si aggiunge un ulteriore duetto della sola Tallini col clarinetto, sempre magico, di Gabriele Mirabassi. L’impostazione è classica, gli esiti formalmente impeccabili. Manca, magari, un po’ di sana voglia di rischiare.

Ancora attorno a un pianoforte si svolge l’ultimo cd del friulano Claudio Cojaniz (foto in alto), Molineddu (Caligola), in quartetto con contrabbasso e doppia percussione. La spinta ritmica è in effetti corposa (come un po’ sempre in Cojaniz, ma anche di più), con quel clima di solennità mista ad epicità (e ritualismo), rotonda e talora danzante, che rende il lavoro particolarmente avvincente. Tutti del pianista i sette ampi brani.

Uno sperimentalismo che definiremmo per contro piuttosto magro segna l’agire di un altro quartetto con al centro un pianoforte (Silvia Corda) e poi contrabbasso (Adriano Orrù, entrambi sardi) e clarinetti, per lo più bassi (i portoghesi João Pedro Viegas e Luiz Rocha). Il disco, Unknown Shores (Amirani), fa leva sull’attualmente molto praticata improvvisazione totale e carbura poco per volta, con fasi anche un po’ esangui, alternate ad altre a ranghi compatti che guadagnano sostanza e vigore.

Vigore che, lungo le creste di un antigrazioso non di rado vibrante e rugoso, non fa certo difetto a Cosa potrebbe accadere (Aut) di un trio battezzato Casino di Terra e comprendente Edoardo Marraffa, sassofoni e composizione, basso elettrico e batteria (più ospiti). Le stimmate sono quelle di un free alquanto duro e puro, laddove, per esempio, un’identica derivazione storico-stilistica può riguardare anche Shadows (Rudi Records), ultimo cd del veterano Daniele Cavallanti (foto sopra), in quartetto con un altro fiato (Francesco Chiapperini, sax alto, clarone e flauto, con Cavallanti come sempre al sax tenore), basso e batteria. Qui, tuttavia, i percorsi sono ben più calibrati, frutto di un lavoro anche compositivo (tematico, se si vuole) piuttosto capillare. Non a caso, al di là dei rimandi classici del sassofonista milanese (Ayler, Ornette, Art Ensemble…), frullati e riverberati nelle sue composizioni, c’è anche un tema di Wayne Shorter, Ju-Ju, e vorrà pur dire qualcosa. Album di sicuro spessore, sia come sia, solido e quadrato, solcato da una felice tensione intestina.

Al confronto persino un po’ estetizzante, di maniera, appare Clorofilla (Tuk) di un altro quartetto, la cui voce-guida è il violoncello di Leila Shirvani, romana di origini anglo-persiane, con Francesco Diodati alla chitarra (di loro due tutti i brani, dodici), la sorella di Leila, Sara Shirvani, al piano ed Enrico Morello alla batteria. Bei temi, attraversati da una cantabilità che però finisce per determinare fin troppo a senso unico la direzione dell’album. Che rimane pur sempre accogliente e ben costruito.

Ben altra corporeità contrassegna il cd che di fatto ci immette in dirittura d’arrivo, verso l’orchestra, visto che, pur accreditato all’Arcadia Trio (sax, basso e batteria), Don’t Call Is Justice (Alfa Music), solido e a tratti rugoso, specie quando il leader e autore di tutti i brani Leonardo Radicchi imbraccia il tenore (altrove il soprano), si apre nel pezzo più interessante del lotto, Utopia (live), alle cure di un’altra ancia e ben cinque ottoni, ampliandosi di fatto a nonetto, di tiro orchestrale, quanto felicemente articolato.

È invece un ottetto “in assetto costante” quello che il bergamasco Roger Rota (foto sotto) riunisce in Octo (Aut), fra l’altro forte di alcune belle realtà del nuovo jazz italiano, dal citato Chiapperini a Eloisa Manera (violino), Andrea Baronchelli (trombone) e Filippo Sala (batteria). Undici i pezzi, tutti di Rota, ottimamente costruiti di loro e illuminati da assoli del tutto congrui. Il respiro è largamente orchestrale, l’incedere robusto ma screziato, compatto ma sufficientemente libero nel suo svolgersi, solistico e non.

Orchestrale anche nei numeri (e nel nome: ONJGT, Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti) l’organico di dodici elementi riunito da Paolo Damiani nel doppio Oscene rivolte (Parco della Musica), sedici temi per lo più a sua firma per un ensemble i cui nomi di spicco sono le due cantanti, Camilla Battaglia e Costanza Alegiani. La musica si muove su coordinate di regola ben tornite, attraversate da una cantabilità anche piuttosto chiara, con una felice sintonia tra obbligati e spunti solistici.

Maggiori rischi si prende infine la European Orchestra dell’americano Wayne Horvitz (foto in homepage), frequentazioni eccellenti (Zorn, Frisell, Butch Morris, ecc.) e qui (Live at the Bim Huis, Novara Jazz, ripreso nel locale-cult di Amsterdam nell’ottobre 2014) alla testa di musicisti italiani (Calabrese, Milesi, Gallo, De Rossi, il citato Marraffa) e stranieri (fra cui il glorioso trombonista olandese Wolter Wierbos e il pianista Alexander Hawkins) lungo otto suoi per lo più ampi brani (il cd supera l’ora e un quarto) in cui mette a frutto gli insegnamenti (dichiarati) del citato Morris, maestro della conduction, qui, peraltro, praticata per modo di dire, visto che le architetture compositive sono palpabili. Degnissimo il risultato finale.

Foto di Roberto Cifarelli (Cavallanti) e Gianfranco Rota (Roger Rota).

 

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