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Il vento dell’est

Realtà ormai di consolidata affidabilità nel panorama jazzistico nazionale, illuminata da personalità anche maiuscole, il Triveneto propone in questo momento specifico una serie di uscite degne di attenzione. Passiamole in rassegna. 

Se qualcuno ha una memoria particolarmente elefantesca, ricorderà forse che proprio dalle coordinate geografiche della puntata odierna questa rubrica era partita, la bellezza di sei anni fa. Oggi torniamo infatti a dedicare uno sguardo monografico alla realtà jazzistica che si muove nel nord-est italiano, cioè nel Triveneto. Partendo dalla regione più a nord, l’Alto Adige, da dove provengono il pianista e compositore Michael Lösch e diversi dei partecipanti al suo ultimo, ambizioso album, Heroes (SweetAlps), la sassofonista Helga Plankensteiner e il chitarrista Enrico Merlin su tutti. Il gruppo artefice dell’incisione (edita dopo oltre quattro anni, visto che risale al gennaio 2010) è un nonetto, il cui fiore all’occhiello è il trombettista newyorchese Steve Bernstein. La musica è ricca, articolata, spaziando da soluzioni quasi bandistiche, opulente, sgargianti (talora anche virate verso il funky-rock), a ripiegamenti su terreni volta a volta teneri, dolenti, rilasciati, solenni.

Scendendo in Veneto, incontriamo poi uno dei senatori del jazz nostrano, il settantaquattrenne sassofonista veneziano Claudio Fasoli (foto in alto), del cui quartetto (in quattro brani su undici rinforzato dal trombettista tedesco Michael Gassmann) è fresco di stampa London Tube (Abeat), in cui Fasoli, fin dall’iniziale Fulham Broadway, rinverdisce la propria devozione per la musica di Wayne Shorter, peraltro riconfermando anche i contorni della propria poetica, fatta di grande attenzione alle strutture, sonorità quasi mai esacerbate, rotondità globale. Veneti (vicentini) anche i fratelli Calgaro (Michele, chitarra, e Lorenzo, contrabbasso) e il batterista Gianni Bertoncini, a cui si devono le spruzzate di elettronica che avvolgono qua e là la musica.

Nel trevigiano vive invece da oltre trent’anni il chitarrista romano-bolognese Lanfranco Malaguti, che con l’usuale puntualità è uscito col suo cd “collezione 2014” (inciso a gennaio), Papillon (Splasch), che segue anche nel titolo il precedente “Chrysalis”, benché in realtà, evolutivamente, sembri ricollegarsi maggiormente ad album antecedenti, soprattutto nella sua marcata chitarrocentricità, limitando un po’ il ruolo dei partner, tutti e tre veneto-friulani, e tutti e tre al centro di altre recenti incisioni tutt’altro che trascurabili. È il caso del’altosassofonista Nicola Fazzini e del batterista Luca Colussi, che con i vicentini Saverio Tasca, vibrafono, e Alessandro Fedrigo, basso, formano l’XYQuartet (foto sotto), protagonista del notevole XY (nusica.org/o5), inciso nell’ottobre 2013: sapienti geometrie e belle sonorità di gruppo, piene, squillanti, con un piglio che l’alto di Fazzini instrada verso umori stevecolemaniani/berniani, mentre il vibrafono insuffla nel mazzo anche profumi alla “Out to Lunch”, indimenticato capolavoro di Eric Dolphy (fra l’altro a sua volta anche altoista). Giovanotti da tenere ulteriormente d’occhio.

Meno giovanotto (classe ‘59) e da un po’ ai vertici del nostro jazz di ricerca è il flautista di Pordenone Massimo De Mattia, quarto polo del gruppo malagutiano, ma soprattutto leader a sua volta, come nel recente Hypermodern (Rudi), dove dirige un quartetto di fatto speculare all’XY, visto che lo completano ancora vibrafono, contrabbasso e batteria. Ciò che ne vien fuori è peraltro un prodotto assolutamente diverso, attraversato da un senso di classicità (nella ricerca, come detto) che è tipico di De Mattia. Il quale dà di piglio a tutti i suoi flauti occupando sempre il cuore dei brani (otto, tutti cofirmati), senza per questo mortificare mai il ruolo dei colleghi. Grande disco, ancora una volta: uno sperimentalismo nitido, mai accigliato, quasi colloquiale. La quadratura del cerchio.

Il bassista di “Hypermodern” è quel Giovanni Maier, goriziano, autentico fulcro del jazz friulano (ha anche un’etichetta propria, la Paolomar), che c’induce – come fa da decenni lui stesso – a un salto di latitudine notevole, fino al Piemonte (abbastanza) estremo di Enten Eller, gruppo formato quasi trent’anni fa a Ivrea da Massimo Barbiero e Maurizio Brunod, e da tempo forte anche del trombettista vercellese Alberto Mandarini. I quattro, ospite il sassofonista argentino Javier Girotto, hanno inciso dal vivo a fine marzo Pietas (Splasch), ultimo anello di una catena discografica ricca di gemme e brillanti collaborazioni (con Tim Berne, per esempio). Ora epico-solenne, lieve o corporeo, rockeggiante (Brunod) e magico (Barbiero), ancestrale (Girotto) e più squisitamente jazzistico (Mandarini), il lavoro fluisce con facilità, pur esprimendo un disegno globale tutt’altro che elementare.

Più semplice è certo il dettato che informa il nuovo cd (doppio) del pianista triestino Roberto Magris, cioè Morgan Rewind Vol. 2 (J-Mood), tributo al trombettista che rimane tra i modelli dell’hard bop, appunto Lee Morgan (nella foto di apertura in homepage), le cui composizioni (undici), riarrangiate e unite a due pagine dello stesso Magris, vengono rilette da un settetto completato da cinque statunitense e un cileno, in cui si segnala la presenza ancora del vibrafono e il raddoppio dell’elemento percussivo. Il tutto con estremo rigore filologico e una certa verve che tiene lontano il prodotto dal mero calligrafismo “di genere”.

Chiudiamo rientrando in Veneto, esattamente nel Polesine, da dove proviene Entering the New Era (autoprodotto) di Quantum 4 del batterista Pietro Valente, con voce, trombone e tastiere (più violoncello in alcuni brani). Al di là della curiosità di un’accordatura a 432 hertz in luogo dei canonici 440, il disco mette in luce belle potenzialità, soprattutto di disegno globale, di linea espressiva, su cui il prevalere, volta a volta, di voce o trombone genera climi assai divergenti, sempre entro un discorso certamente coeso, né troppo avanzato né piegato su posizioni risapute. Un bel biglietto da visita, anche in prospettiva futura.                       

 

Foto di Dario Villa (Fasoli) e J Petanos (XYQuartet).

 

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