Originario
di Belluno (1941) ma emigrato in Francia (dov’è diventato,
ovviamente, Aldò Romanò) fin da bambino, Aldo
Romano è da oltre quarant’anni
uno dei capiscuola indiscussi del drumming
made in Europe; anche perché, fra i
batteristi, la pratica della leadership
non è proprio merce comune (specie
un tempo), mentre lui dirige con regolarità gruppi e progetti propri
da almeno trent’anni. Il cosiddetto “quartetto italiano” con
Fresu, D’Andrea e Di Castri, o il trio Carnet de Route, con Sclavis
e Texier, rimangono tra i gruppi europei più illustri dell’ultimo
quarto di secolo, e svariate altre potrebbero essere le esperienze di
cui è protagonista degne di menzione.
Da
qualche tempo il Nostro si è scoperto anche una vena cantautoriale
(il suo amore per la canzone, peraltro, è noto più o meno da
sempre) e questo disco, in qualche modo, finisce per incarnare un po’
il paradigma di un’intera carriera: c’è l’autore, spesso
incline a un lirismo cristallino, il leader, l’orchestratore
(persino sorprendente), ovviamente il batterista e, appunto, il
cantante.
Fin
dall’iniziale Silenzio,
s’intuisce che ci troviamo di fronte a un lavoro assolutamente
degno di nota. E’ l’ampliamento di organico, con tutta una
generosa, preziosissima sezione di legni, a dare un tono marcatamente
cameristico, curatissimo, all’insieme, memore – si direbbe –
della lezione del grande Gil Evans, il soffice arabescare
(soprattutto timbrico) del “Birth of the Cool” e successive
esperienze accanto a Miles Davis (la tromba di Stéphane
Belmondo, non a caso, gioca più o
meno in ogni traccia di Origine
un ruolo nodale). Segue il più solare Pasolini,
mentre le prime due parti del già noto Il
camino ci riportano alle
prelibatezze di partenza, peraltro evolvendo, brillantemente, fino a
temperature quasi bandistiche, fino a rifluire, senza soluzione di
continuità, in Gamelan,
più squisitamente jazzistico, specie nello srotolarsi degli
interventi solistici.
Un
minimo rischio di salottiero s’insinua nei brani centrali, con
qualche affettazione, qualche eccesso di pulizia, un tocco fin
troppo lieve, quasi carezzevole (l’eleganza di tratto non viene
peraltro mai meno). Si torna a salire con Starless Night,
ancora palleggiato fra camerismo d’insieme e vivezza jazzistica
delle sortite solistiche, con punte di eccellenza per For Michel,
morbida ballad per Petrucciani, nonché, in qualche misura,
nel conclusivo Jazz Messengers, brano in cui Aldo Romano,
accanto al solo contrabbasso, si propone come cantante/chitarrista
lungo un testo (di Yves Simon) che, al di là dell’implicita dedica
ad Art Blakey, inanella una miriade di nomi di artisti evidentemente
a lui molto cari. Varrà la pena di citarne alcuni per comprenderne
l’ecumenicità di stimoli creativi: Count Basie ma anche Johnny
Cash, Ellington e Nina Simone, Coltrane e Marlene Dietrich, l’adorato
Chet e Marilyn, Bird e Joplin. Tutti, appunto, “dans le ciel d’Art
Blakey”. Et d’Aldò Romanò, ça va sans dire.
Aldo Romano
Dreyfus Jazz / Egea
01. Silenzio
02.
Pasolini
03. Il camino Part 1
04. Il camino Part 2
05.
Gamelan
06. Touch of a Woman
07. Elis
08.
Celestina
09. Dreams and Waters
10. Starless Night
11. For
Michel
12. Il camino Part 3
13. Jazz Messengers
Lionel Belmondo & Eric Legnini
Stéphane Belmondo: tromba, flicorno
Lionel Belmondo: sax soprano e tenore, flauti
Géraldine Laurent: sax alto
Jerome Voisin: clarinetto
Bernard Burgun: corno inglese
Cécile Hardouin: fagotto
Philippe Gauthier: flauti
François Christin: corno francese
Bastien Stil: tuba
Eric Legnini: pianoforte
Thomas Bramerie: contrabbasso
Aldo Romano: batteria, chitarra, voce
Xavier Desandre-Navarre: percussioni
2010
56:53
