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Quando si incontra in radio un brano di Cesare Cremonini il primo istinto non è sicuramente quello di spegnere l’apparecchio. Succede raramente nell’etere italiano e il merito è tutto della crescita dell’ex Lunapop, che dal 1999 ad oggi ha smesso i panni dell’enfant prodige sforna-singoli (tanto ruffiani quanto accattivanti: inutile citare l’acclamatissima 50 Special) ed è divenuto un cantautore pop di tutto rispetto, in grado di convogliare l’alta gradazione radiofonica ad una qualità di scrittura sempre più all’altezza della situazione.

Sei arrivato a “Il primo bacio sulla luna” con un bagaglio di
esperienze importanti: tre dischi in studio, i relativi tour tra cui uno in
compagnia di un’orchestra. C’erano degli errori del passato che in questo nuovo
lavoro non volevi ripetere?
Le esperienze che ho fatto fino
ad oggi sono state fondamentali. Quando ho cominciato a registrare “Il primo
bacio sulla luna” non c’erano tanto errori da non commettere più ma lacune da
colmare. Prima fra tutte quella di riuscire a fare un disco con più serenità e consapevolezza,
senza tutte quelle palpitazioni date dai momenti e dai luoghi in cui avevo
registrato i precedenti, come gli Abbey Road ad esempio, un posto che dà
parecchio batticuore. Inoltre avevo l’esigenza di andare a toccare argomenti
che non avevo mai raccontato prima, per riempire
maggiormente la mia musica, un po’ come se fosse un disegno in cui hai lasciato
dei bordi scoperti che devi completare. Se oggi mi ritrovo a considerare “Il
primo bacio sulla luna” come il risultato di questi dieci anni di scoperte e di
musica, significa che entrambe le cose devono essersi avverate. E’ per questo allora che consideri il disco come la chiusura di un
ciclo?
Sì, sicuramente. Per quanto mi
riguarda è stata la prima volta che sono riuscito a confrontarmi con un disco
con così tanta consapevolezza. Una sensazione nuova per me: lavorare senza il
fiatone, quando la burrasca è ormai passata. Mi ha giovato e credo abbia
giovato anche al disco. A ciò penso abbia anche contribuito la tua crescita. Ci sono meno
canzoni d’amore…
Durante la mia carriera di
canzoni d’amore ne ho scritte tante e come ti dicevo prima avevo l’esigenza di
parlare anche d’altro. Ma è anche vero che una persona a diciotto anni ha un
ventaglio di emozioni generato principalmente dalle esperienze sentimentali e
dalle amicizie, mentre crescendo l’amore si allarga proprio concettualmente e
aumenta il numero di sfumature che si possono mettere in una canzone. Ritieni che sia stata un’evoluzione solamente tematica e, diciamo così,
“umana,” o anche tecnica, nell’uso del lessico ad esempio…
Io penso che il linguaggio sia
all’incirca sempre quello, lo vedo quando canto, nell’utilizzo della timbrica.
Ho perfezionato però la voce, che è cambiata con la crescita del mio corpo. Ai
tempi di “…Squeréz? ” era meno grossa. Tutto questo per me è una scoperta
piacevole. Quando mi chiedono se sono sempre lo stesso di allora io rispondo
sempre che spero di non esserlo, ma di essere migliorato, sia come persona che
come cantante che come scrittore. E migliorare vuol dire non rimanere per forza
legati a parametri che appartengono al passato. Nelle note che accompagnano il disco scrivi che Bob Dylan è stato uno
degli ascolti più assidui degli ultimi anni. E molto spesso ti abbiamo
ascoltato i tuoi apprezzamenti per Giorgio Gaber. “Il primo bacio sulla luna”
però non è un disco né dylaniano né gaberiano.
Quando cito Dylan, Gaber o altri
artisti di riferimento non lo faccio mai come esempio musicale da seguire ma
come esempio di coraggio. Le evoluzioni che mi riguardano sono evoluzioni di
pensiero, non per forza musicali o tecniche. In questo disco il mondo della
canzone d’autore e del folk americani li ho sfiorati giusto in Dev’essere così, ma per il resto quando
parlo di influenze parlo di carisma, di bisogno di trovare il coraggio che non
si ha nella vita di tutti i giorni per continuare a scrivere canzoni, a credere
in esse e nella loro capacità di emozionare e aggregare le persone, nonostante
di canzoni nuove non ce ne sia tutto questo gran bisogno visto quante – e
quanto belle – ne sono state scritte fino ad oggi. Invece ho il sospetto che sia lo stare da soli più che questo o quell’altro
autore ad ispirarti. Lo dico perché nel disco ci sono almeno due brani in cui
la solitudine, e di rimando il vuoto, fanno da motore a tutta la trama. Mi
riferisco a La ricetta (…per curare un
uomo solo)
e Il primo bacio sulla
luna
. C’è il vuoto e c’è la reazione dei protagonisti…
Ne La ricetta (… per curare un uomo solo) il protagonista si rinchiude
da solo in casa e si inventa un mondo tutto suo per sfuggire alla realtà,
diventando un cuoco, svago che gli permette di lasciare libera la propria
creatività e di sfuggire dalla realtà. Il
primo bacio sulla luna
invece è ambientata nello spazio, ed è la
riflessione di un astronauta che sta andando verso il cielo: lì nel vuoto
capisce che quando saremo costretti ad abbandonare la terra ci dovremo affidare
al battito del nostro cuore, che nel suo caso pulsa per una donna lontana anni
luce, come unico appiglio alla vita. Effettivamente c’è in tutte e due la solitudine
e una reazione ad essa. La solitudine è la stessa di chi scrive, a cui si
reagisce proprio scrivendo. Del resto il vuoto è il motivo per cui si va a
prendere una penna e si riempie il foglio, appunto il “vuoto” del foglio. Oltre
a ciò il momento della scrittura è un momento di “non-vita”, perché non si
possono conciliare la vita e la scrittura nello stesso istante. Quando scrivi
ti guardi dentro, sei fermo, non stai facendo esperienze, ti metti a
raccontarle e anche questo ha sicuramente a che fare con la solitudine perché,
per quanto mi riguarda, non saprei scrivere in maniera diversa. Quindi è vero
che per me lo stare da solo è uno stimolo, lo avverto proprio quando voglio
raccontare qualcosa. Oltre a ciò, Il primo bacio sulla
luna
ha anche un retrogusto piuttosto amaro: l’astronauta pensa che un
giorno lui e tutta l’umanità dovranno lasciare il nostro pianeta perché ormai
invivibile. Dunque non hai un’idea proprio ottimista sul futuro, mi sbaglio?
Sono d’accordo solo in parte. E’
vero che l’astronauta pensa ad un futuro in cui dovremo andare via dalla terra,
ma la sua visione non è poi così pessimista. In realtà lui guarda a ciò che
verrà come ad un qualcosa di oscuro e incomprensibile ma allo stesso tempo ha
una certezza: che tutto ricomincerà da un bacio, e quindi dall’amore. Difatti
l’ultima parola che canto nel disco è «baciami così…», c’è una speranza in
fondo, un qualcosa su cui contare per rinascere. Ne Il pagliaccio invece
descrivi il cantautore come colui che quando sale sul palco si mette una
maschera. In che senso?
Il fatto di salire sul palco e
indossare una maschera per me è piuttosto ovvio. Ci vuole molto coraggio per
andare davanti a diecimila persone bisognose di emozioni a cantare le proprie
canzoni e quel coraggio non lo si trova solo dentro di sé. E’ come buttarsi
nella gabbia dei leoni: perciò serve una maschera, un’armatura. Ogni artista si
sente un po’ un saltimbanco, uno strimpellatore da piazza, e non è un caso che
tra le metafore più usate dai cantautori ci sia quella del circo. Questa
canzone l’ho scritta a sedici anni, quando questa cosa più che viverla la
avvertivo, visto che a quel tempo avevo fatto al massimo due o tre concerti
alle feste del liceo. Col senno di poi, oltre che aver avuto la conferma di quanto
scrissi allora, ho anche capito che il problema non è l’essere mascherati sul
palco ma ricordarsi che la maschera la si deve togliere una volta finito il
concerto. Perché quella maschera alleggerisce e deresponsabilizza gli esseri
umani, li mette in una condizione privilegiata e quindi li indebolisce. Questa è una cosa che canti prima di tutto a te stesso allora…Assolutamente sì, anzi è una cosa
che dico solo a me. Venendo a qualcosa di più leggero ma non meno importante, c’è da
segnalare nel disco anche l’entrata in scena di due nuove influenze musicali:
il jazz ne Il figlio di un re e le
atmosfere morriconiane ne Il primo bacio
sulla luna
. Da dove provengono?
La coda jazz de Il figlio di un
re
nasce dall’influenza che hanno avuto su di me i musicisti con cui ho suonato
negli ultimi anni, gente molto preparata che ha quello stile nel proprio
background. Io ho assimilato il jazz a forza di jammare con loro e anche grazie a
Ballo, che via via sta diventano un musicista sempre più completo e si dà da
fare anche su generi diversi da quelli che pratico io. L’arrangiamento de Il
primo bacio sulla luna
nasce invece dall’idea di vuoto di cui parlavamo prima, a cui
ho pensato di associare queste atmosfere desertiche che ho ripreso dall’ascolto
di Morricone, il quale mi ha avvicinato alla musica da film. C’entra però anche
il mio amore per Tarantino e per il suo modo di usare la musica nei film. I due
pezzi starebbero in piedi benissimo anche pianoforte e voce, è divertente però
lasciarsi trasportare da diversi mondi musicali, giocarci dentro. La nascita del tuo studio, il Mille Galassie, immagino ti abbia aiutato
in questo approccio “ludico” all’arrangiamento dei pezzi…
Sì, il Mille Galassie studio è
una specie di sala giochi musicale che ci siamo voluti regalare io e i miei musicisti,
dato che nella nostra vita la parte creativa è fondamentale. E’ molto bello
avere un luogo dove poter giocare con la musica quando e come si vuole senza
tanti limiti di tempo e di costi. In più è un luogo nostro: come diceva Nigel
Godrich, il produttore storico dei Radiohead, gli studi di registrazione sono
come i cessi pubblici, ognuno arriva, fa il suo bisogno e se ne va. Invece il
Mille Galassie lo viviamo noi, decidendo come gestirlo ed aprendolo anche ad
altri musicisti. In più è un investimento, perché permette in tempi di crisi
discografica di registrare i pezzi a basso costo dando comunque al pubblico un
prodotto di alto livello. E il pubblico fra poco ti ritroverà sul palco. Questa volta però senza
orchestra, come mai?
Non ci sarà l’orchestra perché
tutti i soldi per l’orchestra li abbiamo spesi nel tour precedente! No, in
realtà avevamo voglia di qualcosa di più fisico, quindi la soluzione elettrica
ci pare la migliore. Torneremo a suonare nei palasport, sarà un tour che
sigillerà questi dieci anni di musica insieme al pubblico. Per questo i prezzi
dei biglietti saranno contenuti, così potrà venirci a vedere il maggior numero
di persone possibili.

(17/11/2008)
Artista:
Cesare Cremonini