I La Crus salutano il pubblico di Milano con un concerto-evento agli Arcimboldi intitolato A Milano non fa freddo (vedi News). A pochi giorni da questo appuntamento speciale, che li vedrà sul palco con tanti ospiti-amici (Manuel Agnelli, Cristina Donà, Cristiano Godano, Samuele Bersani, Nada e tanti altri), incontriamo Cesare Malfatti e Mauro Ermanno Giovanardi in un ristorante del centro di Milano. La chiacchierata, del tutto informale, ci dà la possibilità di capire meglio i perché della fine del gruppo e soprattutto di chiedere conto ai diretti interessati di alcuni tra i passaggi più delicati e importanti dei loro quindici anni di musica insieme.
Il concerto a Milano, poche altre date in giro per l’Italia, e poi
sarà davvero finita. Tra di voi però mi pare che i rapporti siano tutt’altro
che tesi…Mauro Ermanno Giovanardi: La nostra è una separazione soprattutto
artistica. Negli ultimi anni tra me e Cesare si erano venute a creare delle
divergenze sul senso da dare ai La Crus, ed è stato normale ad un certo punto
fermarsi, anche per una questione di onestà intellettuale che ci sta
particolarmente a cuore, nei nostri confronti e nei confronti del pubblico.
Come ho già detto altre volte i La Crus chiudono perché gli amori finiscono, e
quelli che sono stati veri e grandi non si trascinano, non meritano mediocrità.
E’ paradossale però che in questo ultimo tour tutte le tensioni tra me e Cesare
si siano dissolte. Cesare Malfatti: D’altra parte dopo tanti anni e dopo tante
esperienze alcune bellissime altre un po’ logoranti si è esaurita una certa
voglia o comunque un’unione d’intenti che alla base deve esserci, per cui alla
fine abbiamo pensato di chiudere e di andare avanti con le esperienze singole.
E’ stata una decisione dura ma, come diceva Joe, onesta. Ci sono
veramente tantissimi gruppi che vanno avanti solamente con l’idea di fare
musica perché la si deve fare, invece la nostra scelta è stata più coraggiosa,
magari anche sbagliata perché ci porterà ad esperienze più piccole e con meno
successo rispetto a quella dei La Crus, ma è nevitabile per rispettarci e
rispettare chi in questi anni ci ha seguito. Insomma “le ragioni del cuore”, come avete scritto nel sottotitolo
della serata agli Arcimboldi. Vi siete fatti un’idea di quando siano nate
queste divergenze? Da quanto so io riguardo i vostri inizi, il progetto La Crus ebbe
già origine da necessità differenti…M. E. G. : Per ciò che mi riguarda trovai nei La Crus la possibilità di
realizzare delle modalità espressive molto diverse da quelle che fino a quel
momento – ti sto parlando dei primi anni novanta – avevo sperimentato coi Carnival of Fools, però allora non sapevo
esattamente cosa stavo cercando. Prima di conoscere Cesare e di decidere di
iniziare con lui a fare musica incontrai ad una festa Alex Cremonesi (il
terzo La Crus, autore con Joe dei testi del gruppo, ndr), il quale aveva sentito il primo disco dei Carnival e mi disse
che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa con me. Cominciammo così a scrivere
insieme dei pezzi e li registrammo in uno studio normale, poi Paolo Mauri (il
fonico di gran parte dei dischi dei La Crus e dei live, ndr) ci propose di andare a registrare quei brani in uno studio
Midi, con delle nuove metodologie di registrazione. Nella Milano degli anni
novanta l’unico ad avere uno studio Midi era Cesare all’interno del Jungle
Sound, così andammo da lui per provare a fare questi pezzi e nel giro di due o
tre mesi da semplice fonico divenne il terzo La Crus. Fu lì che nacque l’idea
originale del progetto, che fu quella di mutuare i metodi di produzione
dell’hip hop e provare a fare canzoni usando come basi dei campioni che girano, cantandoci
sopra invece che rappare…C. M. : Io invece venivo da esperienze di chitarrismo in vari gruppi,
tra cui gli Afterhours, ma era da un
po’ di anni che avevo iniziato a lavorare in studio con le metodologie di
lavoro dell’hip hop, coi campioni. I La Crus per me sono stati la prima
esperienza importante in cui non ero soltanto un chitarrista ma un fonico, un
produttore e un programmatore, lavorando davanti al pc e col campionatore
proprio come avveniva in quegli anni in Inghilterra e negli Stati Uniti. Non
credo però che siano dar risalire alla nostra diversità di approccio al
progetto i motivi per i quali ad un certo punto abbiamo deciso di fermarci, anche
perché allora avvenne tutto in un modo molto naturale. E’ piuttosto una cosa
avvenuta dopo, col passare del tempo. M. E. G. : Penso che la prima vera frattura si sia generata ai tempi
di “Crocevia”, un disco che io avrei voluto fare subito dopo il primo lavoro e
che invece facemmo dopo “Dentro me” e “Dietro la curva del cuore”. Ai tempi
combattei molto con Cesare – a cui comunque do merito per aver creduto nella sua
strada, che ci ha portato a fare un disco bello come “Dentro me” dopo “La Crus” – perché facessimo un disco di cover. Con l’esordio avevamo dato delle coordinate
ben precise e anche piuttosto innovative riguardo ai nostri riferimenti verso
un certo tipo di canzone d’autore italiana e sarebbe stato importante
continuare su quella strada allargando il discorso, cosa che avrebbe fatto di
“Crocevia” un disco ancora più importante di quello che è stato poi. Ma Cesare
temeva che pubblicando un lavoro di sole cover come secondo disco avremmo dato
l’impressione di non avere già più nulla da dire. Rimane il fatto però che già con “La Crus” di novità ne avevate portate
parecchie. Il lavoro coi campionatori in primis, ma anche lo “sdoganamento” di
Tenco e Ciampi verso un pubblico giovane, che ascoltava soprattutto indie-rock
e che coi cantautori degli anni sessanta aveva ben poco a che fare. M. E. G. : E’ vero, e proprio in quel periodo successe una cosa che ci
entusiasmò tantissimo. La lavorazione di “La Crus” durò due anni e mezzo, un
periodo nel quale noi stavamo provando a fare canzoni coi campionatori senza
però avere dei riferimenti a cui aggrapparci, a parte il primo lavoro dei
Massive Attack, “Blue Lines”, che uscì nel 1991. Quando stavamo mixando il disco Davide
Sapienza ci regalò due o tre dischi dicendoci che tra di essi ce n’era uno che
a lui non piaceva ma che a noi sarebbe piaciuto tantissimo: era il primo
singolo dei Portishead. Questa cosa ci fece impazzire, perché a
millecinquecento chilometri di distanza c’era un gruppo che, pur con una
diversa metodologia, stava cercando di fare la stessa cosa. Riguardo al
discorso dello “sdoganamento” io credo che i La Crus abbiano avuto un ruolo
fondamentale e di cui sono molto fiero. Nei primi due o tre tour che abbiamo
fato ad ogni data c’erano sempre ragazzi giovanissimi che venivano a
complimentarsi per il disco e per il concerto ringraziandoci di aver fatto
conoscere loro Ciampi e Tenco. In particolare credo che sia
stato importante rifare Il vino,
perché un artista come Ciampi è andato ad incontrare un certo tipo di pubblico
che ha potuto conoscerlo grazie alla nostra scelta mirata di andare a
recuperare proprio quella canzone d’autore. C. M. : Credo che la scelta di cui parla Joe sia stata anche un po’ involontaria,
nel senso che ha avuto origine pure da un sentire comune con quel tipo di autori. Ai tempi io conobbi Ciampi proprio perché dovevamo rifare Il vino e Joe portava in studio i suoi
dischi, poi però qualcosa della sua musica è rimasto in quello che abbiamo
fatto dopo. Negli arrangiamenti prima di tutto, e difatti da “Dentro me” in poi
abbiamo cominciato ad usare l’orchestra in un certo modo, ma anche nella scrittura di qualche
canzone. Pensa che alcuni giorni fa Vinicio
Capossela è venuto in studio da me a registrare una versione di Natale a Milano che useremo per il
concerto agli Arcimboldi e alla fine della registrazione mi ha detto “Questo è
veramente un pezzo di Ciampi e quando l’ho cantato ho cercato di pensare a
lui”. Effettivamente Natale a Milano
è uno dei vostri pezzi più ciampiani. Ma ancora oggi, Cesare, pensi che sia
stato meglio non fare subito “Crocevia” dopo “La Crus”? C. M. : Sì, secondo me già sul primo disco questa operazione di
riprendere le canzoni più importanti e più belle della musica italiana
l’avevamo fatta, perché Angela e Il vino sono due canzoni forti,
fondamentali. Io, come diceva prima Joe, avevo paura nel fare un disco di brani
di altri perché comunque noi eravamo ancora un gruppo acerbo, dovevamo ancora
dimostrare di saper scrivere canzoni nostre e quindi dovevamo allenarci a
farlo. Tanto è vero che anche dopo “Crocevia”, cioè dopo aver cantato canzoni
che sono il meglio della musica che è stata fatta nel nostro Paese, non è stato
facile riprendere a scrivere brani nostri, ci si sente addosso un senso di
inferiorità molto forte. E pensa che eravamo ormai al quinto disco. Dunque non
so se avessimo fatto “Crocevia” come secondo disco poi che fine avremmo fatto…M. E. G. : Io comunque tutt’oggi non sono d’accordo…E un “Crocevia” pubblicato oggi, quindi sette anni dopo la sua uscita
effettiva, conterebbe qualche canzone uscita negli ultimi tempi? C. M. : Non ho ascoltato molta musica italiana ultimamente e a dirla
tutta in quello che ho ascoltato non ho trovato pezzi all’altezza
dell’importanza di cui parlavamo prima per i brani scelti per “Crocevia”. Forse
metterei La descrizione di un attimo
dei Tiromancino, ecco…M. E. G. : Su questo invece sono d’accordo. Aggiungerei anche Dormi e sogna
degli Avion Travel. Vediamo se siete d’accordo anche su quest’altra cosa: non è che da “Dietro
la curva del cuore” in poi avete calcato un po’ troppo la mano sulla
radiofonicità di certi singoli? Mi riferisco soprattutto a L’urlo e a Mondo sii buono…M. E. G. : Questa cosa è sicuramente vera. Secondo me una buona parte
del nostro pubblico l’abbiamo perso in due occasioni: con Un giorno in più e con L’urlo.
Io sono consapevole che quei pezzi che dici tu siano più pop della nostra
solita produzione, ma sono anche gli unici che abbiamo cercato di fare e in un
percorso di ottanta canzoni con brani come Dov’è
finito dio? o Correre
confrontarsi con il pop non è di certo un reato. Poi non ti so dire se la colpa sia nostra,
che li abbiamo fatti male o a volte li abbiamo fatti troppo “singolosi”, oppure
del pubblico troppo snob, però rimane il fatto che quello era l’unico modo per
noi di fare dischi con una major. C. M. : Noi siamo sempre stati choccati da quello che successe per il
secondo disco, il cui singolo fu Come
ogni volta, che a detta di molti è una delle nostre canzoni più belle. Su
quel singolo la casa discografica non fece il video perché a loro dire era
un brano troppo difficile. A quel punto cominciammo a chiederci che senso
avrebbe avuto fare dei dischi come ci piacevano senza poi avere la possibilità
di promuoverli. Allora facemmo così: tra le tracce scritte per ogni disco, che
comunque andavano sempre in direzioni molto diverse, sceglievamo quella che era
più facile da ascoltare. Il problema però è che poi quel pezzo veniva pompato
dalla casa discografica come brano-bandiera di tutto il disco e gli ascoltatori
medi dei La Crus si chiedevano quale razza di lavoro avevamo fatto. Tuttavia se
non avessimo fatto quei pezzi non avremmo avuto quel supporto promozionale di
cui poi hanno usufruito anche le altre tracce dei dischi. E’ sempre stato un
compromesso molto difficile da gestire, soprattutto nei confronti di chi nel
giudicare la nostra musica si fermava a L’urlo,
un brano che se poi veniva calato nel contesto dell’intero disco non era poi
così terribile da ascoltare. A mio parere la giusta misura l’avete ottenuta con Un giorno in più e soprattutto con Mentimi, che è molto bella. M. E. G. : Appunto il problema è che non tutte le ciambelle riescono
col buco. Mentimi non è un pezzo
troppo diverso da quelli di cui stiamo parlando ma è riuscito ad avere una
classe incredibile e di conseguenza un parere positivo da parte di tutti.
Sicuramente poi certe strategie dovevano essere pensate meglio: se L’urlo fosse uscito come secondo singolo
all’inizio dell’estate, cosa che noi avevamo cercato di ottenere proprio
pregando in ginocchio la casa discografica, e “Ogni cosa che vedo” fosse stato
presentato ad esempio da Voglio avere di
più il riscontro sarebbe stato del tutto diverso. Io però dico che nel
corso di quindici anni e otto dischi ci sta anche a cannare due singoli, però
quei due singoli lì ci hanno proprio massacrato. Questa è la verità vera, come
si diceva da bambini (ridiamo, ndr). Dischi a parte, avete fatto tantissime cose: un libro, varie
collaborazioni con il teatro, con il cinema, concerti con orchestre e in luoghi
fantastici. Ci sono cose che avreste voluto fare e che invece avete mancato? C. M. : Io sono contento delle cose che abbiamo fatto, tante davvero,
ed alcune molto stimolanti, come la serie di video realizzati per “Infinite
possibilità” grazie al Milano Film Festival. La contaminazione tra canzoni e
video è stata per me quella più interessante tra le tante che abbiamo portato avanti.
Soprattutto dal vivo, con un proiettore e uno schermo, hai l’occasione di offrire
al pubblico uno spettacolo più completo e di certe date del tour di “Infinite
possibilità”, fatte con schermi davvero grandi, sono molto soddisfatto. M. E. G. : Tutte le esperienze in teatro con Francesco Frongia e Ferdinando
Bruni per me sono state molto importanti, perché lì ho capito che il teatro
è la dimensione migliore sia per me che per certe canzoni dei La Crus. Nel 1999
mi sarebbe piaciuto andare a Sanremo ma non è stato possibile. Avremmo potuto
presentare meglio “Dietro la curva del cuore”, un disco di sole canzoni d’amore
in cui la rima “cuore-amore” non c’era mai, un lavoro che tra l’altro
riprendeva l’idea di fare un disco a tema come ha fatto Nick Cave con le “Muder Ballads”, ad esempio. Sarebbe stato bello
in quel periodo fare un’edizione di Sanremo con noi, gli Afterhours, Vinicio, Cristina Donà eccetera; un Sanremo in
cui veniva mostrata l’altra musica italiana, quella che sta oltre Vasco Rossi o Giorgia. C. M. : Insomma, il concerto agli Arcimboldi trasportato sul palco
dell’Ariston… (ridiamo, ndr)Sarei curioso anche di sapere, infine, che cosa ci sarà dopo il
concerto agli Arcimboldi e le poche date che vi rimangono…M. E. G. : All’inizio di quest’anno io mi ero ripromesso che terminata la promozione del nostro ultimo disco avrei iniziato tra una data e l’altra
del tour a fare dei provini in modo da non arrivare alla fine dell’anno con
nulla in mano per il mio prossimo disco solista. All’inizio ho fatto un po’ di
fatica, poi invece si sono presentate una serie di situazioni positive e ho
cominciato a scrivere diversi brani, tanto che potrei tranquillamente entrare
domani mattina in studio a registrare un mio disco nuovo composto da tutti
pezzi inediti. Piuttosto che forzarmi a fare qualcosa di completamente diverso
da ciò che ho fatto fino ad oggi coi La Crus, ho preferito continuare sulla mia
doppia strada di autore e interprete di ciò che scrivo, consapevole del fatto
che tutto ciò che farò in futuro suonerà sempre molto La Crus, perché la voce e
lo stile di scrittura rimarranno i miei. Non sarò solo però in questa cosa,
perché ho deciso di coinvolgere nella scrittura dei brani una serie di persone
che stimo e quindi i pezzi saranno soprattutto a quattro mani, ma non voglio
svelare nessuno dei nomi coi quali ho collaborato. C. M. : Per quanto mi riguarda
continuerò a fare dischi coi Dining
Rooms e poi spero possa realizzarsi discograficamente un nuovo progetto che
ho allestito sempre insieme a Stefano
Ghittoni dei Dining Rooms e a Dodo
Nkishi, il batterista dei Mouse On Mars. E’ un disco strano, con un po’ di
campioni ma anche abbastanza folk e acustico, un progetto a cui tengo molto.
Inoltre continuerò col mio lavoro di studio come produttore. In questa
direzione le strade sono del tutto aperte e imprevedibili, non escludo di poter
fare in futuro anche un disco con Joe. Grazie per la collaborazione a Daniela Giordani.
(01/12/2008)
La Crus
