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Vermiglio è il titolo di un'opera prima interessante e matura, ma è anche  il colore del magma ribollente di suggestioni che la curiosità, l'intelligenza, lo studio, la sensibilità hanno depositato in Francesca Romana, e che sgorgano e si cristallizzano come pietra lavica in pensieri lucidi, idee forti e canzoni ispirate e magnetiche, in bilico tra ribellione e languido abbandono.

Nella copertina e nel libretto del cd ci sono tue foto con un look un po’
da maliarda. Che immagine volevi dare di te attraverso questi scatti?
Volevo rendere un’atmosfera di
eleganza un po’ impolverata, un rock-pop retró, non troppo moderno, con un’aria
bohémienne da fine ottocento-inizi novecento, epoca a cui sono molto legata dal
punto di vista culturale. Di me non volevo dare un’immagine particolare, né
sicuramente volevo sembrare quella che non sono. Non sono vamp, magari posso
essere, come dici tu, maliarda, ma sempre di sbieco, senza ostentazione, e
infatti nelle foto sono sfumata, sfocata o di profilo, perché mi piace la
discrezione, una femminilità non spiattellata. In copertina ci sono io, certo,
ma sempre con una coltre, un filtro che è anche il mio modo di essere. Mi do
molto, anche nei concerti, ma non sono sfacciata: c’è sempre una parte di me
che non offro spontaneamente ma che mi fa molto piacere che il pubblico colga. Nel disco dai voce a personaggi femminili, ad esempio Francesca da Rimini.
Anche se la sua è una vicenda narrata, è strano sentire una canzone d’amore
cantata da una donna che evoca il nome di un uomo
(Paolo). Normalmente accade il contrario.
Dante ha messo in bocca ad
una donna le parole più belle che siano state scritte sull’amore. Non avevo
nessuna intenzione di paragonarmi a lui, perché sarebbe da malati mentali, però
Francesca era una ragazza, quindi mi sono chiesta cosa avrei pensato io, da
donna, se avessi saputo che sorte mi stava toccando a causa dell’amore
clandestino che stavo vivendo. Era solo un esperimento, per dar voce a una
donna da parte di una donna. Tutto il tuo disco è un omaggio all’essere donna. C’è qualche aspetto della
femminilità che non ti piace?
Sì. Per esempio il riversare
troppa emotività nel settore professionale. Le donne sono molto più efficienti
degli uomini ad organizzare in quanto (è diventato quasi una frase fatta, ma è
vero) sanno fare più cose contemporaneamente, e bene. Poi però i quintali di
emotività che riversano vanificano i loro sforzi. E poi mi dispiace moltissimo
l’ostentazione della fisicità, che viene scambiata per libertà ed emancipazione
ma secondo me invece non è altro che un ulteriore degrado della nostra immagine
e del nostro ruolo. Se mi sento emancipata perché me ne vado in giro o in tv
col sedere di fuori, ho fallito. L’emancipazione dovrebbe stare nel fatto che
io, nel mio ruolo di essere umano, cittadino, madre, ecc… vengo riconosciuta
a livello etico, professionale, intellettuale. Con “Vermiglio” volevo sottolineare un po’ queste cose. Ad
esempio con Il gusto amaro, che parla
di verginità, un valore che alla fine diventa una merce che qualcuna
addirittura vende. Come canti in Salomè, queste cose succedono anche perché c’è un
“pubblico”, o un “acquirente” che veicola una visione distorta della donna…
C’è una visione distorta in molti ambiti. Quello della musica ad esempio è
un bellissimo ambiente, ma tutti si aspettano che in quanto donna tu canti e
basta, perché in Italia c’è sempre stata la cultura della cantante con una gran
voce e un’interpretazione pazzesca, però le cantautrici non le ha mai
considerate nessuno. A parità di bravura e di curriculum, si sceglie sempre un
uomo. Alla fine diventi quasi femminista per reazione. So perfettamente che se
fossi stata un uomo sarei arrivata a pubblicare un disco dieci anni fa, però
sono contenta perché so che sono una privilegiata, paradossalmente, perché ho
contato solo sulle mie forze e sono soddisfatta di quello che ho fatto. Sei stata in tour con Musicultura. Com’è andata? Non mi aspettavo che fosse così bello. E` stato un crescendo di consensi e
un crescendo da parte mia, che ho imparato molto. E poi c’è il prestigio di
andare a suonare nei teatri, dove la gente ti ascolta con attenzione, cerca di
capire chi sei, ti aspetta alla fine per conoscerti. Una volta dei fans dopo il
concerto mi hanno regalato il libro “Salomé” di Oscar Wilde. Mi hanno spiazzata, perché è gente che sta
cercando di capire quello che fai, e inoltre ti dà degli stimoli in più. In questi concerti suonavi in formazione acustica, ma la tua impostazione
di per sé sarebbe più rock…
Ho iniziato a quattordici anni
con le prime band rock, e quindi in effetti sono legata a un live energico.
All’aperto o in locali grandi ho bisogno di sentire la batteria, di stare in
piedi, di lasciare la chitarra… L’impostazione del live rock mi piace anche
come impatto visivo. Ma le sonorità sono quelle che senti in “Vermiglio”, non è mai un rock aggressivo, è
“filosoficamente” rock!Alcune tue canzoni sono delle sinestesie, nelle quali si amalgamano musica,
colori, odori, sensazioni tattili. È un effetto che cerchi di creare o è
casuale?
“Vermiglio” doveva
chiamarsi “Delle
spezie e dei colori”. Sono legata ai
colori, di tanto in tanto dipingo, e traggo molta ispirazione dagli odori, che
influenzano tutta la mia esistenza. Ogni mia canzone è legata a un profumo,
tanto che era mia intenzione, e forse lo farò, mettere nel libretto delle
bustine con dentro la spezia, il fiore o comunque il profumo che secondo me è
adatto al brano. I colori e i suoni, poi, hanno per me un legame. Ai miei
musicisti dico “voglio questa chitarra gialla”, e loro capiscono che quel
giallo si riferisce a un suono particolare…Credi che avere avuto un’impostazione musicale classica in conservatorio
sia stato più un limite o un vantaggio per il tuo modo di comporre musica?
Sicuramente un vantaggio enorme. La musica classica è la musica più
sperimentale, la più varia, la più avanti, la più “rock” in assoluto. Ti dà
delle soluzioni melodiche e armoniche sempre nuove, è infinita negli stimoli
che dà, nelle cose che evoca. Non la uso a livello conscio, però mi rendo conto
che quando scrivo inconsciamente riaffiora ciò che ho studiato al
conservatorio. Mi sono accorta che le tre note fondamentali del ritornello di Canzone verde riprendono Čajkovskij, anche se non ci pensavo quando l’ho scritta.
Inoltre quando arrangio e faccio delle parti di pianoforte o chitarra, sento
che il mio approccio è classico. Poi magari quella chitarra ha un suono
distorto e quindi non sembra. In Mille maschere, nella parte in cui si tranquillizza, se togli l’arrangiamento intorno, il
cantato è molto romantico, ricorda Chopin o LisztPerché non suoni mai il pianoforte dal vivo? Perché quando mi siedo al pianoforte non ci sono più i filtri di cui
dicevamo prima, non riesco a serbare qualcosa per me. Mi sento messa a nudo, ho
la sensazione che chi mi guarda in quel momento mi legga dentro, e bisogna
essere pronti per questo. Con la chitarra siamo in due femmine che ci volgiamo
tutt’e due verso il pubblico. Invece con il piano ho un rapporto uomo-donna, io
guardo lui e lui guarda me. È una seduzione reciproca e quindi per forza
diventa un rapporto istintivo. Perché poi la femmina viene fuori veramente
quando sta di fronte a un maschio! Poi anche tecnicamente è difficile trovare
un pianoforte quando si suona dal vivo perché costa molto. Ti propongono di
suonare la tastiera, ma è un altro strumento… Ma forse in futuro vincerò
queste resistenze e farò qualcosa al piano. In ‘Mara a mie ci sono dei riferimenti musicali e tematici alla
taranta. Non hai mai pensato di dare questa coloritura etnica anche ad altri
brani del disco?
Qualcosa della tradizione
popolare salentina, e mediterranea in generale, verrà fuori sicuramente in
futuro perché affiora dal dna, però in Salento conosco molta gente che si
dedica alla musica popolare, e non mi azzardo a entrare in un ambito che non è
il mio, soprattutto perché so che ci sono dei progetti artistici eccezionali. Si parla spesso del fermento culturale e musicale che vive oggi il Salento.
Da cosa credi che sia dovuto?
Nell’antichità era un centro
della Magna Grecia e ha serbato questa cultura molto alta per tanto tempo,
nella tradizione teatrale, lirica, operettistica, di balletto, artistica,
letteraria. Tutto però rimaneva chiuso nei confini locali. Poi forse quando il
sud si è liberato, dopo i quarant’anni di “dominazione” della Democrazia
Cristiana che praticamente non ha fatto altro che proseguire il retaggio del
latifondo, il Salento ha cominciato a sputare fuori tutto quello che nel
frattempo aveva accumulato. Anche una musica leggera d’impatto, che sia il rap
dei Sud Sound System o di Caparezza, la patchanka degli
Après la classe, o il rock dei Negramaro… comunque molto
energetica se non violenta e con una buona dose di aggressività. C’è molta
rabbia perché da un lato c’è un Salento che fermenta di idee, di arte, di
natura, e dall’altra parte ci sono delle problematiche che fanno sì che tutta
questa bellezza venga inquinata. I Negramaro, Caparezza, i Bludinvidia… Tutti hanno dovuto allontanarsi, e tutti per farci sentire abbiamo dovuto
urlare. In Salento è tutto più difficile. È come una bellissima donna con le
scarpe bucate o le calze smagliate. Altre zone del sud sono semplicemente
depresse, e quindi lì la creatività viene smorzata dalla depressione e la
rassegnazione. In Salento invece c’è una tensione tra il brutto e
l’estremamente bello e insieme una cultura di fondo che non è mai morta. E
forse questo stridio, questa dissonanza di aspetti della vita viene colto dalle
menti creative in maniera produttiva. La spiegazione può essere questa. Cosa ti ha dato invece la Romagna, dove vivi ormai da molti anni? Dal punto di vista professionale quello che non mi dava il Salento:
l’organizzazione del lavoro. Musicisti preparatissimi, un produttore che sta
investendo molto su di me, locali che mi fanno lavorare. Io ci ho messo la mia
creatività salentina, ma forse in Puglia la bella donna sarebbe rimasta con la
calza smagliata… Certo poi per me è anche un conflitto continuo. In Romagna
c’è senso civico, rispetto dell’ambiente, della vita sociale. Però c’è poca
socialità. Nel sud invece la gente si mischia come nella tradizione greca il
popolo si riversava nell’agorà. Hai molti interessi letterari. Non hai mai pensato di musicare una poesia? Quando la poesia è bella mi dispiace aggiungere altro. Se invece non è
abbastanza bella mi urta scriverci su una musica. A me poi piacciono i poeti
che usano la lingua come musica, come Verlaine, una poesia che già suona da sola. Però non
scarto l’idea. Anche perché scrivo di getto, non riesco mai a decidere a
tavolino su cosa voglio lavorare. I tuoi testi allora come nascono? Sono dei pensieri fissi che in certi periodi mi martellano la mente ed è
come se non potessi fare a meno di scriverli. Quindi il lavoro di lima che pensavo di vedere nella tua scrittura non
esiste!
No! Non esiste proprio. Le mie canzoni nascono testo e musica insieme. Se
non riescono ad andare avanti da sole, mi blocco e butto tutto. Invidio quelli
che stanno mesi su un brano, lo riprendono, lo aggiustano… Io dico sempre che
le mie canzoni sono come i personaggi in cerca d’autore di Pirandello: nate pronte e mature, a un certo punto si
svegliano e vengono a bussarmi. Sono come delle epiphanies. Quando arrivano scrivo su qualsiasi foglio tutto il testo di getto e già
mi suona nella testa la musica. Quando prendo la chitarra, il motivo lo conosco
già. Per questo la mia paura nella musica non è tanto non avere successo, ma
che a un certo punto non avrò più l’urgenza della scrittura e non saprò cosa
fare, non avendo un metodo di lavoro.

“Vermiglio” è un disco in commercio da diversi mesi, ma l’impressione è che
abbia ancora molta vita davanti
Il mio discografico e il mio produttore credono in questo lavoro, e in
questo periodo di crisi è una fortuna. Vorrebbero infatti ristamparlo e
promuoverlo in modo più serrato. Magari dandogli una mano di fresco con
l’aggiunta di L’istante che vale, brano
con cui ho vinto Musicultura, più uno o due video, e una canzone nuova, Biancaneve. Si tratta di un brano che parla, come il resto dell’album, di
femminilità. Biancaneve parte nella sua purezza, col suo spirito casto e naïf, ma poi dopo
avere addentato la mela rossa si chiede se sia più Bianca o più Eva. È
interessante la prospettiva di accomunare, tramite il simbolo della mela, un
personaggio così puro con la femmina più maledetta di tutte, Eva.

(27/01/2009)

Artista:
Francesca Romana