Appare a suo agio cantando in catalano, italiano, castigliano, portoghese. Ha un forte legame con la sua terra di Alghero, ma nel contempo si immedesima nello spirito delle culture latine che canta, come fa con il tango nel suo ultimo disco, Hoy como ayer. La voce di Franca Masu, potente e duttile, evoca con pari intensità la magia della Sardegna, la malinconia del fado, la passionalità del tango.
Il tuo ultimo disco è in castigliano, ma nei
dischi precedenti hai cantato soprattutto in catalano algherese. Come ti è
venuta l’idea di cantare in questa lingua? Una decina di anni fa, insieme al gruppo di
jazzisti con cui lavoravo, ho pensato che sarebbe stata una scommessa
interessante mantenere la nostra vena jazzistica ma adottare come lingua quella
della mia terra, cantando testi di poesie che io avrei scelto nel repertorio
algherese e catalano. Nasce così nel 2000 “El
meu viatge” (il mio viaggio), prodotto da Mark Harris, che ha anche riarrangiato tutti i brani. È stato il mio primo
avvicinamento all’anello spaziale delle acque che circondano la mia isola, che
si prestano naturalmente alle influenze sonore di tutte le altre terre che ci
stanno vicino. Siamo approdati anche in Catalogna, dove il disco è stato
premiato come miglior opera prima dalla SGAE (la SIAE spagnola) e dalla radio
di Barcellona Radio 4, e mi ha dato la possibilità di crearmi uno spazio in una
terra nuova. Ho capito che in quel filone avevo trovato la mia espressione
artistica, la mia identità, e del resto sono l’unica cantante sarda che si
esprime in questa lingua. Così ho continuato su quella strada, pubblicando nel
2003 il secondo disco, “Alguímia”, una parola
inventata che vuol dire “alchimia di Alghero”. Ho recuperato le più belle
canzoni tradizionali di Alghero, che ricordano molto il fado e la canzone
napoletana, perché subiscono l’influsso delle musiche che i cercatori di
corallo hanno portato da noi. Poi però con il seguente disco hai lasciato un po’
la vena popolare…In effetti in “Aquamare” ho scritto quasi tutti i testi io, e ho messo una cover di Sergio Endrigo che mi piace molto, Canzone
per te. Infatti nel frattempo mi
ero messa a cantare il fado, accompagnata da musicisti portoghesi dai quali ho
saputo che Amalia Rodrigues aveva amato molto questa canzone, così decisi di
provare a farla anch’io. In catalano è diventata Cançó per a tu. Attraverso Marisa Sannia riuscii ad avere l’autorizzazione di Sergio
Endrigo, che ne fu contento, ma non fece in tempo ad ascoltarla. “Aquamare” è
un disco forse poco omogeneo, però importante perché per la prima volta mi sono
concessa la possibilità di cantare anche in italiano e spagnolo. Parlavi il catalano prima di metterti a cantarlo? No. L’ho imparato apposta, da sola, ascoltando
tutto il giorno la radio catalana e leggendo molto. Ho imparato velocemente
perché mi piaceva. Esiste una volontà di recupero del catalano
algherese? È più un’operazione intellettuale o ha un riscontro tra la gente? Esiste ma è un percorso piuttosto articolato.
L’algherese è una variante del catalano standard, una delle più preziose perché
mantiene ancora molte parole arcaiche che invece i catalani non usano più. Però
lo parla pochissima gente, e le nuove generazioni lo stanno abbandonando. Si
sta cercando attraverso dei progetti scolastici di insegnare i primi rudimenti,
ma non sarà facile. La politica linguistica della mia città è basata
soprattutto sulla musica, ma i giovani non sono interessati ad ascoltare le
canzoni dei nonni, bisogna inventarsi qualcosa di più stimolante per loro.
Spingerli a scrivere magari anche del rock in lingua. Però devono esserci delle
occasioni, dei concorsi, dei premi, qualcosa che li invogli. E dalla Catalogna non c’è interesse a promuovere
l’algherese? I catalani hanno un bell’atteggiamento, ci considerano
dei fratelli che stanno dall’altra parte del mare, ma è Alghero che avrebbe
dovuto alimentare i rapporti con la Catalogna, per salvare la sua catalanità
almeno nella lingua. Alghero è un po’ un’isola nell’isola, perché non si parla
la lingua del resto della Sardegna, ma sarebbe un errore accentuare questa
differenza. Andrebbe trovata una formula con cui riaffermare la nostra
identità, ma con leggerezza. Io dico sempre che prima di tutto mi sento sarda.
Poi mi sento catalana e sempre italiana. I miei genitori del resto non sono
algheresi, mia mamma è nata all’interno, nella Barbagia più sperduta, e quindi
con radici ben ancorate alla terra, al suo mistero, alle sue tradizioni, ai
suoi valori che sono molto forti; e mio padre nasce a Olbia ma è algherese da
subito. Avere dentro di me tutte queste sfaccettature mi fa vivere la sardità
con profondità ma anche con leggerezza perché io amo tutti gli aspetti di
quest’isola, dal più rude e ancestrale dell’interno alla più sognante apertura
di chi sta sul mare. Siamo molto diversi perché è il territorio che ci accoglie
che ci fa essere diversi. Quando vado all’interno a trovare i miei parenti e
sento i tenores mi
sento molto toccata, quel suono mi appartiene perché mia madre me l’ha
insegnato; poi però quando vado in barca a vela sento che mi appartiene anche
il mare, lo spazio, la luce, l’orizzonte, il mistero. Un mistero che c’è anche
in montagna, ma in modo diverso. Lì mi sento più oppressa, perduta davanti al
vento e al freddo. Sono sensazioni forti. Se ti ci immergi davvero, questa
terra è dura, ma nello stesso tempo possiede un fascino e un mistero talmente
grandi che te ne potresti anche ammalare. Per questo è una terra che ti dà la
possibilità di creare. Le ispirazioni, le idee, i suoni arrivano quasi dalla
terra stessa, dalla natura, dalla bellezza. Nel libretto di “Aquamare”, Paolo Fresu paragona
la tua voce a quella di Maria Carta e Elena Ledda, in quanto voce del «matriarcale canto
sardo». Ti senti in qualche
modo continuatrice di qualcosa di atavico? A dire la verità io non sento di avere una voce
“folk” come le loro. Sento di avere una grana di voce più normale. Però succede
una cosa strana. Nei miei spettacoli ci sono dei brani improvvisati, e chi mi
ha sentito mi ha detto che in quelle improvvisazioni emetto dei suoni
ancestrali, e io stessa quando ascolto le registrazioni mi chiedo da dove li
abbia presi, anche perché se provo a rifarli non riesco. Quindi forse questa
appartenenza è dentro di me e io non l’ho ancora ben capito. Canti in catalano, in castigliano, in sardo, in
portoghese… Credi in un’identità mediterranea? Ci credo, ma non voglio essere la rappresentante
di niente. Io mi sento una voce in viaggio, e sono affascinata da tutto quello
che mi circonda e che abbia una coerenza col mio vivere. Mi esprimo in lingue
che considero delle mie patrie linguistiche. Se canto in portoghese, ci arrivo
con naturalezza perché le canzoni algheresi sono così simili ai fados che la
maniera di cantare rimane sempre la stessa. C’è un filo rosso che collega
queste culture e che mi dà la facilità di cantare in catalano, portoghese o
castigliano. Sto cominciando invece a prendere le distanze dall’italiano. Lì
trovo che divento un’altra, quasi non mi riconosco. Mi piace sentirmi cantare
in italiano, ma mi pare che ancora faccio riferimento a qualcuno. Ho paura di
perdere la mia caratteristica. Quando hai deciso di affrontare il tango, e di
fare un disco con dei classici, come ti sei posta nei confronti degli
interpreti che hanno precedentemente cantato questi brani? Li hai “studiati” o
hai fatto tutto di testa tua? Ti confesso che ero tutt’altro che un’esperta di
tango finché Fausto Beccalossi mi ha proposto di cantarlo, e mi ha prestato un cd
di Adriana Varela. Inizialmente non mi era piaciuto, ma poi mi hanno
dato dell’altro materiale, e me ne sono innamorata. Così abbiamo iniziato a
fare concerti di tango, e alla fine ho scelto per il disco i dieci brani che mi
piacevano di più, ma senza ascoltarne altre versioni, e senza sapere che erano
proprio dei brani considerati “intoccabili”. Abbiamo registrato in poco tempo,
in presa diretta, quasi come un live, anche perché è un repertorio che canto
senza sforzo, mi viene naturale, e questo ha dato un risultato di immediatezza.
Su MySpace ho ricevuto messaggi entusiastici da musicisti, critici, scrittori,
ai quali sono molto grata. È uscito un bellissimo disco postumo di Marisa
Sannia, dove anche lei canta in spagnolo, le poesie di Lorca. Pensi che ci sia
un legame tra la Sardegna e la Spagna? Sì, per questioni storiche. Quando ascolto le
canzoni sarde tradizionali, il “canto in re”, il canto a “dillu”, di cui non
sono una cultrice, sento la Spagna. E d’altronde c’è una connessione tra musica
ispanica e araba che ha dato vita a certi tipi di scale. Alghero però è una
città molto aperta e moderna, in cui sono passate tante culture. Per questo c’è
molta differenza tra la musica sarda e quella algherese. È tutto un altro
mondo, altri giri armonici. La musica algherese è basata sul mandolino, è
influenzata, come dicevamo, dalla canzone napoletana e dal fado, a livello
tematico si ritrova spesso il senso del distacco, della partenza, del piangere
davanti al mare. C’è più libertà compositiva rispetto alla musica tradizionale
sarda, che si basa su moduli prestabiliti. Però ha anche meno valore, perché è
una musica nata nel Novecento, mentre la musica sarda è antichissima. Ad
Alghero invece dopo i canti medievali arrivati dalla Catalogna, c’è un vuoto
tra il 1500 e il 1700, in cui non si trovano documenti musicali, e poi si è
cantato in sardo anche qua. Il prossimo disco allora sarà di fado? Mi piacerebbe molto, perché è una mia passione.
Quando ero piccola Amalia Rodrigues era di moda in
Italia, in casa mia si ascoltava molto perché mia nonna aveva dei dischi suoi.
Poi non l’ho più ascoltata, ma a distanza di anni questa passione è tornata, e
con prepotenza, perché per me è qualcosa di ingerito e metabolizzato. Con
questo disco di tango ho sperimentato che si può realizzare davvero un buon
lavoro in poco tempo, e con i miei musicisti abbiamo imparato che quando
facciamo una cosa bella e significativa è meglio registrarla, suggellarla prima
di perderla. Prima però deve uscire un disco di inediti a cui sto lavorando.
L’ispirazione mi è venuta pensando all’azulejo, questa mattonellina
di maiolica che esprime una grande creatività artistica perché è fatta a mano,
e poi ha viaggiato. Nasce in Tunisia, si diffonde in Portogallo, poi in Spagna,
poi in Sardegna, poi a Napoli, poi in Sicilia. Insomma, fa parte dell’eredità
di tanti paesi dell’area meridionale. Vorrei idealmente dipingere la mia
facendo il giro di tutte le cose che mi piacciono. Ho recuperato ancora dei
brani di Alghero, poi metterò a frutto alcuni contatti che ho con artisti
spagnoli.
Franca Masu
