Il disco Ultime notizie di cronaca, la fine dei P.G.R. e la (presunta) conversione di Giovanni Lindo Ferretti secondo il parere di Gianni Maroccolo e Giorgio Canali, gli altri due superstiti di uno dei percorsi più fecondi e determinanti degli ultimi trent’anni di rock nostrano. Per una volta la voce ufficiale dei C.C.C.P/C.S.I./P.G.R. se ne sta in silenzio, e parlano loro.
Il titolo che aveva dato al vostro ultimo tour (“Ripasso/Ribasso,
saldi, fino ad esaurimento scorte”) prima di “Ultime notizie di cronaca”
sembrava sancire la fine di tutto. Invece eccovi con un altro disco. Gianni Maroccolo: In qualche modo sì, quel tour sanciva la fine
della nostra attività live e di noi in quanto gruppo che fa dischi, promozione,
concerti. Poi però c’era da rispettare un contratto con la Universal, anche se
l’etichetta non ha mai spinto per farci fare questo disco, e per quel che mi
riguarda anche l’esigenza di non lasciare il progetto P. G. R. come una sorta di
cosa incompiuta. “D’Anime d d’animali” fu un disco che nacque in un puro stato
d’emergenza, sia a livello artistico che umano, dato dall’abbandono di Ginevra
(Di
Marco, ndr) e Francesco (Magnelli, ndr), e interruppe il percorso che
aveva avviato col primo disco a nome P. G. R. , quello con Hector Zazou. “Ultime notizie di cronaca” è la seconda puntata di
quel progetto iniziato con Hector. Giorgio Canali: Quando fai i saldi e svuoti il magazzino, o fai
riassortimento degli scaffali o chiudi. Quel tour era davvero la parole fine
alla nostra storia… vent’anni di musica, era ora di chiuderla. Il contratto che
ci legava alla Universal era stato firmato ancor prima delle ultime guerre,
bisognava onorarlo, così abbiamo messo in vendita quel che ci restava, una
decina di pezzi che sono venuti fuori come avremmo sempre voluto, lavorando a
distanza e scambiandoci le idee. Io e Gianni abbiamo lavorato uno sugli spunti
dell’altro, passandoci i file che tagliavamo e aggiustavamo di volta in volta.
Un metodo di lavoro che era già possibile ai tempi di “Tabula Rasa
Elettrificata”, l’ultimo disco dei C. S. I. , e che io e Gianni avremmo voluto
usare. Ma quando hai nel gruppo dei testoni tecnologici che non sono neanche
capaci di usare il telefonino non è semplice. Così ci siamo ritrovati a farlo
vent’anni dopo: due vecchi rincoglioniti che hanno sempre avuto a che fare con
le macchine e un vecchio rincoglionito che non ne ha mai voluto sapere. Nella presentazione del disco avete detto entrambi che questo disco è
la cosa migliore che avete fatto insieme… GM: Paradossalmente questo disco è nato in una forte comunanza
artistica, tanto che ci abbiamo veramente messo un attimo a farlo, abbiamo
lavorato bene come mai ci era successo, forse perché si è parlato poco e si è
suonato tanto. Credo sia la migliore cosa che abbiamo fatto come P. G. R. , in
quanto a forza non è molto lontano da “Linea Gotica”. Farlo non è stato non
piacevole, di più, perché quando arrivi a una capacità di sintesi così
perfetta, così naturale, senza dover discutere su niente, è la sublimazione del
fare musica insieme, come gruppo. GC: Anche secondo me insieme a “Linea Gotica” è la cosa più bella
che abbiamo fatto. E’ il risultato della distillazione di vent’anni di lavoro
insieme, mi appaga completamente; è la prima volta che metterò su un disco
nostro e non salterò neanche un pezzo, cosa che invece con “Linea Gotica”
tutt’oggi faccio. Qui riesco ad apprezzare anche quello schifo di preghiera
finale (Cronaca divina, ndr) che
secondo me ha un suo valore. Giovanni (Lindo
Ferretti ovviamente, ndr) è il re del cattivo gusto, è bravissimo a
giocarci su queste cose, e quel pezzo come finale era la chiusura perfetta del
disco e di tutta la nostra storia. Io sono integralmente ateo, quindi non me ne
può fregar di meno di una preghiera, però è perfetta come chiusura, come
requiem. Quindi questa volta è proprio finita. Non ci sarà un ritorno come dopo
la fine dei C. S. I…. GM: No, il titolo del tour di cui parlavamo prima è chiaro. Non
credo però che in futuro queste persone che hanno condiviso i C. S. I. e i P. G. R.
non si possano ritrovare. Se lo faranno però sarà solo una cosa estemporanea,
per il piacere di farla, nient’altro. GC: Noi l’avevamo dichiarato e quando dichiariamo una cosa la
facciamo. Vero, però chi vi segue un po’ ci spera, se non altro perché è già
successo. E poi è inutile negarlo: quello che dite, soprattutto ultimamente, a
volte viene frainteso. GC: Alcuni di questi di cui parli quando abbiamo ricominciato come
P. G. R. neanche si erano accorti del cambiamento. Per la maggior parte della
gente erano ancora i C. S. I. GM: Ai tempi del tour dei Saldi si cerco di farlo capire nel modo
migliore possibile che era finita. Dicevamo: abbiamo dato, troviamoci per festeggiare
ciò che c’è stato. Per tutti c’era da mettere la parola fine, per i concerti
era stato fatto con quel tour. Ora il circolo è davvero chiuso. GC: Se parliamo di fraintendimenti non ne veniamo più fuori. A
volte quando suono solista mi chiedono Emilia
paranoica e non sai i «va a cagare!» che si prendono. Succede, è normale.
Però io mi sono un po’ rotto le palle di tutta una serie di figure che vanno
avanti solo di fanatismo e non vedono che cosa sta succedendo ora. Gianni, però mi pare di capire che, al di là di quello che stai dicendo,
tu dei tre sia il meno contento della fine della vostra storia…GM: C’è una differenza sostanziale tra me, Giovanni e Giorgio ed è
quella che loro due – Giorgio in particolare – sono cantanti e autori di testi
oltre che musicisti. Io invece sono solo musicista e lì mi fermo. Per me la
musica è sempre stato un qualcosa da condividere, insieme. Quindi è fuori di
dubbio che mi dispiaccia, forse di più di quanto dispiaccia a loro, e questo
perché probabilmente entrambi hanno un loro percorso autosufficiente, mentre io
semplicemente se mi metto a fare musica da solo non mi diverto, al di là di
quelle che potrebbero essere le motivazioni di fare solo cose strumentali. Poi
è normale che quando finisce un’esperienza di vent’anni con delle persone per
te così importanti e stimolanti non ci sia felicità. Probabilmente io avrei
avuto anche voglia di suonare dopo questo disco, al di là del tour dei Saldi.
C’è molta gente che mi scrive per chiedermelo. Io sono più easy in questo, l’avrei fatto qualche concerto, bastava fare una
settimana di prove e cantare, ma non posso pretendere che gli altri vivano le
cose come le vivo io. E tu Giorgio come la vedi? GC: Per me la fine della nostra storia è stata nel tour dei Saldi,
non aveva più senso continuare. Ognuno ha la sua strada, le sue cose, e poi
siamo vecchi e andare in giro in tour è stancante, come è successo l’ultima
volta, in cui mi sono divertito come un matto anche se è stato faticoso perché
abbiamo girato tutta l’Italia e noi abbiamo una certa età e stavamo con gente
più giovane che ti obbliga a pedalare di più. Prima parlavamo dei fraintendimenti col pubblico. Mi interessa sapere –
e non credo di essere l’unico interessato a questa cosa – che idea vi siete
fatti sulla “questione Ferretti”, sulla presunta conversione e via dicendo,
visto il vostro punto di vista interno
al gruppo e quindi unico nel suo genere…GC: E’ impopolare dirlo ma una parte estremista del pubblico dei
C. C. C. P/C. S. I. /P. G. R. non ha mai capito un cazzo di niente. Tutt’ora ci sono un
sacco di travisamenti delle nostre esternazioni, e in particolare di quelle di
Giovanni, certe reazioni alle sue uscite ultimamente sono state troppo
esasperate. In realtà già i C. C. C. P. fecero un disco come “Canzoni, preghiere,
danze…” e sotto il palco la gente pogava su Madre.
La religiosità convinta e integralista di Ferretti non è una novità, se la
gente non se n’è accorta prima è un problema suo. Ferretti è religioso da
sempre, va a messa da sempre, rispetta la quaresima, il venerdì magro. E’ un
integralista cattolico, e quando un integralista cattolico vede un papa integralista
arrivare al potere – perché di potere si tratta – lo sponsorizza e ne canta le
lodi, non mi sembra così assurdo. Poi, ti ripeto, è solo una parte estremista
che la pensa così, magari gonfiata dai media, in realtà la gente se ne frega.
E’ il solito discorso dei sistemi mediatici che cercano di creare movimenti
d’opinione, ma poi sotto sotto la gente ha continuato a seguirci, durante
l’ultimo tour abbiamo fatto sold out praticamente ovunque. GM: Ma pensa anche a quando i C. S. I. cantavano Unità di produzione, che in pratica era il manifesto del fallimento
del comunismo, e la gente sotto il palco alzava il pugno. Ognuno forse capisce
ciò che vuole ed è normale così, anche se è fuori discussione che ciò che
abbiamo fatto in questi anni è tale perché l’abbiamo scambiato con delle
persone, le quali hanno reso possibile questa storia. A parte ciò anche a me
stupiscono certe reazioni del nostro pubblico: conosco Giovanni dai tempi dei
C. C. C. P e ho vissuto a livello di rapporti umani questa sua evoluzione o
involuzione a seconda di come la si voglia intendere. Ciò che pensava e diceva
allora non è molto diverso da ciò che dice oggi. E’ vero che ha fatto un
percorso passando da una parte a un’altra dopo essersi sentito tradito, ma fa
parte del suo carattere opporsi in modo forte ed estremo a qualcosa. Però di
lui ho sempre amato la volontà di mettersi in gioco e di essere sempre molto
onesto intellettualmente, cosa che è alla base della sua capacità di farti
riflettere sulle cose, sempre, e al di là dell’attuale innamoramento per questo
papa o di altre cose che proprio non condivido. Pure a me stupisce tanta indignazione nei confronti di ciò che dice
oggi. Io l’ho sempre ritenuto un reazionario,
uno cioè che reagisce in modo forte a situazioni altrettanto forti e totalizzanti.
Negli anni ottanta, in pieno atlantismo, gridava «C. C. C. P. !»; oggi, in una
società che lui vede secolarizzata e amorale, inneggia a papa Ratzinger. Potrà
sembrare assurdo e traditore, ma in realtà un percorso a suo modo coerente…GC: …ma è anche da reazionari venire dalla più profonda Emilia
rossa e inneggiare all’Unione Sovietica. Che poi urlare al sovietismo o a
Ratzinger per me anarchico cinquantunenne è la stessa cosa, mi stanno
antipatici allo stesso modo. Io ho convissuto vent’anni con Ferretti sapendo
benissimo come era la cosa ma fregandomene, perché poi conta l’aspetto umano, è
quello che mi ha reso felicissimo di fare delle cose con lui. Certo, non ci vivrei
in una comune freakettona. C’è stata però da parte del pubblico anche una certa confusione sul suo
ruolo. Ferretti è e rimane un cantante (peraltro abbastanza di nicchia), non un
politico. Il suo voto conta uno come il mio e il vostro. GM: Sono d’accordo. Se sei un personaggio pubblico esiste una
responsabilità rispetto a ciò che dici nel far cambiare idea a chi ti ascolta,
ma nel caso di Giovanni è una fetta di pubblico minimo rispetto alla totalità.
Che poi lui non ha mai dato dettami, ha sempre e solo detto «Io la penso così»
da cantante, non da politico. Ma di conseguenza a questo atteggiamento del pubblico di cui stiamo
parlando non avete mai percepito come sminuita la vostra parte musicale? GM: Sai, quello dipende da come vivi la musica. Nel momento in cui
accetti il piacere di fare della musica insieme con qualcuno sai benissimo che
in un contesto così la parola svolge un ruolo importante. Allo stesso tempo
però credo che le parole di Giovanni abbiano assunto una potenza e una
possibilità di circuitare tra la gente così ampia anche grazie alla musica,
quindi no, non mi sento così. Questa cosa ha creato qualche problema ad altre
persone nei primi C. S. I. e nei primi P. G. R. , ma a me mai, l’ho sempre vista
come un’occasione. GC: Nemmeno io l’ho mai percepita così, anche perché lo scambio è
molto più grande di quello che si possa pensare. Ferretti ad esempio dice molto
la sua anche sull’aspetto artistico, avendo intuizioni determinanti per il
risultato dei pezzi. Sul preghierone finale di cui dicevamo prima mi ha
scongiurato di mettere delle chitarre massacranti e dissacranti e lì ha avuto
un’ottima intuizione. Allo stesso modo noi musicalmente abbiamo stimolato i
suoi testi e li abbiamo rafforzati. Infine volevo chiedervi se di tutta questa vostra lunga storia partita,
per quanto vi riguarda, con “Epica Etica Etnica Pathos” e arrivata a “Ultime
notizie di cronaca” c’è qualcosa che avreste voluto evitare e qualcosa che
invece vi porterete dietro con molto orgoglio. GC: Come canzoni avrei evitato volentieri L’ora delle tentazioni e Io e
Tancredi su “Linea Gotica” e anche Le lune du Prajou su “Ko de Mondo”. Dei
P. G. R. potevamo evitarci PGGGR, che è
una porcheria autocelebrativa, anche se ci sta dai, è uno scherzo. Invece
quello che mi porterò dietro è l’esperienza, umana più che artistica, lo
scambio che c’è stato tra di noi in questi anni ma anche la palestra che questo
gruppo di persona è stato, per imparare a superare anche situazioni infernali.
E’ ovvio poi che vent’anni di musica mi abbiano fatto crescere come musicista:
quando venni chiamato da Gianni come fonico per “Epica Etica Etnica Pathos”
strimpellavo la chitarra a malapena e invece mi occupavo soprattutto di
elettronica e programmazione. Il mio percorso come chitarrista è cominciato da
lì. GM: Anche io come canzoni direi subito Io e Tancredi e PGGGR, ma
anche Home sweet home su “Ko de
mondo”. Però avrei voluto evitare soprattutto i due concerti di Prato dove ci
fu la rottura con Francesco e Ginevra: se quei due concerti non ci fossero
stati forse oggi la situazione sarebbe diversa, anche se non vivo la cosa come
un rimpianto. Mi porterò dietro soprattutto il periodo dei C. S. I. e questo dei
P. G. R. , per me sono stati indescrivibili. Iniziando a lavorare con Giovanni e
con gli altri ho cominciato a comprendere che la voce non è solo uno strumento
ma un mezzo, che le parole hanno un peso. In questa lunga storia ho ottenuto le
cose migliori del mio fare musica e in certi periodi mi ha anche succhiato
tutta l’energia, mi riferisco soprattutto al periodo dei C. S. I. . Poi ho
imparato a distanziarmene un po’ e a tornare a fare anche il musicista,
coltivano altri progetti. Più di tutto sono orgoglioso di “Linea Gotica”, per
com’è nato, per com’è stato vissuto e altrettanto lo sono di questo disco.
Questi due lavori mi hanno dato un’energia e una consapevolezza che è
soprattutto l’avere chiaro in tempi in cui si vive, una sorta di forte lucidità
che per me rimarrà sempre fondamentale.
P.G.R.
