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Incontriamo Marina Rei a Roma in pomeriggio quasi surreale, caratterizzato da un acquazzone dopo tanti giorni di caldo estivo. Marina ci risponde rilassata, leggermente provata dalle interviste in agenda quel giorno, ma pronta a ribadire la valenza del nuovo album “Musa”, e la forza di un pensiero che emerge chiaro e dai contorni ben delineati.

   

Perché
la necessità di un album come “Musa”, dedicato al mondo
femminile?

Non c’è
una vera necessità. È ciò che si è evidenziato da solo in questi
anni in cui ho scritto, messo da parte, riletto e in cui ho suonato
molto e dedicato molto della mia vita ai concerti e alle
collaborazioni. Tutto questo mi ha portato a scrivere di donne forti,
rivoluzionarie, che comunque non sono necessariamente famose, anche
se cito Frida Kahlo, Tina Modotti, la Montalcini o la Betancourt,
donne che rappresentano dei grandi punti di riferimento. Mi piace
pensare che le “mie donne” conducono una vita quotidiana di
grandi difficoltà che superano con grande forza; donne che non si
danno per vinte, non rinunciano al proprio scopo, al proprio ideale,
al proprio obiettivo e all’affermazione di se stesse, alla propria
vita. Donne che combattono e riescono con un sorriso a superare i
momenti di malinconia. Mi piace raccontare di loro.

Qual è
il messaggio principale contenuto nei brani?

Chi ascolta
le canzoni si fa il suo, ognuno interpreta il suo modo di ascoltare
la canzone. C’è un modo da parte mia di descrivere un certo tipo
di donne con le quali mi rispecchio. Donne che vorrei avessero in
mano la situazione, anche politica. Donne che rispetto e che stimo,
però non c’è un unico messaggio in “Musa”.

Perchè
hai voluto inserire la cover di “Mare verticale” di Paolo
Benvegnù?

Perché è
una canzone meravigliosa e perché credo che quando si rifà una
canzone bisogna ricantarla in chiave personale, non simile
all’originale. Il motivo di rifarla è che la sentivo sulle mie
corde. Sentivo di poter dare un’interpretazione e cercare di
rendere bella la mia versione, anche perché il pezzo è già bello
di suo.

Donna
che parla in fretta” è tratta dal poema di Ann Waldman “Fast
Speaking Woman”. Come si evoluta l’idea di renderla una canzone?

Il poema lo
conoscevo da tempo e mi è sempre piaciuto. Ha dei momenti molti
duri, molto crudi, importanti. Era quasi d’obbligo sceglierlo,
perché rappresenta un periodo storico. Come donna mi sentivo quasi
in dovere riprenderlo e riportare le parti che più mi interessavano,
che rappresentavano me stessa e il periodo storico che viviamo. L’ho
scelto per questo motivo fino a farne una canzone.

L’album
si chiude con “Regina Reginella”, la filastrocca per bambini,
come mai?

Essendo io
una donna molto estrema, la mia idea era quella di usare il contrasto
che c’è nella filastrocca, che apparentemente è una filastrocca
per bambini, ma che nasconde un messaggio politico non indifferente.
Cioè, la conosci la filastrocca? La facevi da bambino?

Sì, ma
questo aspetto, francamente, non l’avevo preso in considerazione
(ridiamo, ndr).

Se ci
rifletti bene, il gioco è improntato sul potere di una persona sola,
di una regina. Questa ha il potere decisionale di far avvicinare o
meno qualcuno a seconda del proprio giudizio. C’è in questo un
lato abbastanza perfido, nel senso che può far avvicinare qualcuno
fino quasi all’arrivo, per poi farlo retrocedere a suo giudizio.
M’intrigava molto la cosa, perché c’è uno sfondo molto, molto
più forte di quello che si vede in superficie. Questo contrasto tra
la filastrocca, apparentemente giocosa, e le voci dei bambini
utilizzate in maniera surreale creava questo contrasto che ho
sottolineato con le percussioni, che entrano nel brano una dopo
l’altra come i personaggi del gioco.

Alcuni
brani sono scritti con Filippo Gatti. Mi parli del vostro modo di
lavorare insieme?

Stranamente
siamo riusciti a trovare una complicità femminile. Abbiamo vinto
l’imbarazzo della scrittura a due e ci siamo divertiti.

Femminile?

Sì, io
continuo a dirlo, ma lui non lo sa (ride, ndr).    

Cosa
volevi ottenere sotto il profilo prettamente musicale?

Un suono
molto vicino alla creazione dei pezzi, non volevo un suono artefatto
che fosse distante dall’immediatezza della scrittura dei brani
quando li ho appuntati la prima volta, con voce, chitarra acustica e
chitarra elettrica. Quasi tutte le chitarre sono rimaste quelle.

Nell’album
s’avverte netta una sensazione di serenità e d’idee chiare.
Questo riflette il tuo stato personale?

Sì, sono
una persona serena, non nascondo anche le mie difficoltà, anche se
di base ho le idee chiare. Quello che volevo scrivere per questo
disco l’ho fatto in totale libertà, non mi sono posta se una frase
potesse piacere o meno, se potesse andar bene o no. Ho scritto
principalmente perché potesse piacere innanzitutto a me.

C’entra
qualcosa lo yoga?

No, per la
scrittura dei testi per niente. Lo yoga mi aiuta nella respirazione,
dal vivo ho una grande resistenza, anche perchè suonare la batteria
e cantare insieme non è proprio come stare seduto e fumare una
sigaretta. Quello che faccio io, l’astanga, credo sia uno yoga che
aiuta molto l’accettazione di te stesso anche nei momenti di
difficoltà. Lo yoga ti aiuta ad accettare che quel momento di
difficoltà c’è e ti aiuta a superarlo, a essere paziente e a
saper aspettare.

Musa”
rappresenta, nella tua carriera, una nuova partenza?

Ogni disco
sembra un motivo di ripartenza. Nel senso che anche da tutte le
interviste che fai sembra che sei stato sulla Luna e sei tornato.

Cos’è
per te una musa?

È una donna
di grande fonte d’ispirazione, ma non ce n’è una in particolare,
quelle che ho nominato finora sono tutte delle muse. Obiettivamente,
una come Benazir
Bhutto
non
può non esserlo stato, o non so, Luciana Sgrena, ce ne sono tante…

Quanto
danno fastidio le donne capaci?

Molto. Ma
più che fastidio fanno paura. Oggi c’è lo stereotipo impaurito di
questa donna, incredibilmente libera, indipendente sotto ogni
aspetto, anche economico, come se fosse un fatto straordinario. Forse
eravamo troppo abituati all’idea della donna che sta a casa e si
occupa solo di quello. Anche una casalinga è una rivoluzionaria, ho
il totale rispetto per le donne che sostengono una famiglia, perché,
per quanto mi riguarda, la donna è il collante della famiglia, ma da
quando la donna, tra virgolette, si è emancipata ha preso la sua
strada anche lavorativa e quindi si è creato una sorta di non
equilibrio, quindi adesso si dice che questa donna fa paura.

Ti senti
una donna fuori dagli schemi?

Io mi sento
una donna fuori dagli schemi e dentro gli schemi, quasi in momenti
opposti. Nel senso che mi sento fuori dagli schemi quando quello che
faccio è di assoluta normalità, come quando la sera sto a casa con
mio figlio a leggere un libro. In realtà non so cosa significhi
essere fuori dagli schemi, quello che so è che mi sento, e voglio
sempre esserlo, una donna libera di esprimermi come meglio credo, di
dare il meglio di me e di dare valore alla mia vita.

Molti si
chiedono che fine hai fatto in questo ultimo periodo.

Questo
dipende dalle persone che ascoltano. Se sono persone che abitualmente
guardano la tv è normale. Ma hai visto chi ci va in tv? Io non ci
vado. Vado laddove c’è musica, dove si fa musica o si parla di
certi argomenti. Preferisco fare un’apparizione ogni tanto che
andare dove non ci sono argomenti concreti. La gente è abituata a
valutare la visibilità televisiva pari al lavoro che fai, ma non è
così.

Pensi che
il grande pubblico abbia un’idea sbagliata riguardo il tuo modo di
fare musica?

La gente ha
e si fa delle grandi illusioni, magari vede un cantante che va in
televisione e si fa delle idee sbagliate. La tv è un mezzo molto
potente, che crea delle grandi illusioni, le crea nei giovani, nelle
persone che non sono abituate a mettere un velo tra quello che c’è
in tv e la realtà. Quello che succede in tv, tolte alcune cose,
succede solo in tv, la vita quotidiana è un’altra. Per cui quando
ti vedono in tv si fanno delle idee sbagliate, ecco là che nel
momento in cui non ci vai o fai cose diverse e comunque non fai
programmi di un certo profilo allora si chiedono: da quanto tempo
Marina Rei non fa dischi? Semplicemente da quattro anni, ma nel
frattempo ho comunque suonato, cioè fatto quello che in realtà
dovrebbe fare un musicista anziché andare a perdere tempo.

Hai
partecipato ai concerti “Tutti insieme per l’Aquila”, a
Teramo il 31 maggio, e “Amiche per l’Abruzzo”, il 21
giugno allo Stadio San Siro. In che modo sei stata colpita dal dramma
del terremoto?

Penso che
abbia colpito chiunque, è stata una cosa troppo importante, dannosa,
ha tolto la vita, le case, ha tolto una grande speranza, quindi ha
colpito tutti noi. Avendo sentito la prima scossa da Roma, mi sono
spaventata a morte, l’ho sentita fortissima, ero nel panico, non
sapevo se catapultami fuori. In quel momento ho immaginato cosa hanno
provato loro là. Ovviamente la paura si è amplificata. Alla fine
questi concerti sono delle grandi occasioni, in primo luogo di aiuto
economico, ma poi di attenzione. Queste cose lo sai come vanno, la
gente poi dimentica negli anni, lo Stato tende a dimenticare, tutti
tendiamo a dimenticare, ma la gente colpita non dimentica, quindi
finché si può accentrare l’attenzione su un problema è giusto
farlo.

In
ultimo, mi dai un consiglio per gli uomini?

Non ce li
ho, me ne diano uno loro a me. La bella cosa degli uomini è la
gentilezza, l’attenzione che hanno nei nostri confronti. Mi piace
la cortesia, mi piace la dolcezza, quindi bisognerebbe rivalutare
queste grandi doti maschili, troppo spesso messe da parte per paura
di farle sembrare dei lati deboli, mentre sono lati meravigliosi.

Artista:
Marina Rei