Il paragone a qualcuno potrà
sembrare blasfemo, ma noi lo facciamo lo stesso: gli Afterhours sono come Vasco Rossi. Non c’entrano nulla gli spot dei
telefonini e neanche il decadimento qualitativo che le produzioni del rocker di
Zocca hanno avuto da almeno un decennio a questa parte. C’entra invece il
rapporto col pubblico e i motivi di una fedeltà che se per Vasco si è ormai
stabilizzata su livelli alti (ma con quegli “aiutini” che tutti conosciamo) per
Manuel Agnelli e compagni è sempre più in crescendo. Una fedeltà, passateci il
termine, rituale, che nell’esibizione
in un Palasharp stracolmo e adorante ha avuto la sua ennesima conferma. Il motivo di tale affezione è
presto detto: gli Afterhours, come Vasco, hanno scritto una manciata di canzoni
in cui le persone, tante persone, molte più della media, semplicemente si ritrovano. Canzoni non solo
generazionali ma transgenerazionali, spesso attraversate da un sentimento di rabbia
viscerale e pari disillusione che è il sentimento, appunto, non solo di una
generazione ma di un intero periodo storico. Il pubblico del Palasharp la
scaletta la canta a memoria, una canzone dietro l’altra, anche le tante nuove
che si incastrano alla perfezione nei brani storici a volte contaminandone gli
arrangiamenti. E perfetto è anche tutto il
resto: le luci di Mamo Pozzoli splendide e funzionali, la resa sonora,
l’esecuzione di un Agnelli in gran forma che usa la voce come gli pare e piace
e del resto della band che lo affianca tremendamente in palla. Sul palco sono
in sette, con l’ospite John Parish in
scena per gran parte della serata, diventano otto quando nel secondo bis arriva
Cesare Basile per una bella
rilettura di Cortez The Killer di
Neil Young (mentre prima è stata la volta di For what is worth dei Buffalo Springfield). E’ una delle tante
sorprese della serata. Le altre arrivano dall’esecuzione di Non sono immaginario chitarra e voce con
dedica a Marco Materazzi ed Agnelli in maglia nerazzurra controbilanciato dalla
casacca milanista di Giorgio Prette e prima da una versione in acustico di Voglio una pelle splendida sugli spalti
del palazzetto e ancora, nel finale, dall’annuncio dell’ultimo concerto di
Dario Ciffo, che lascia la band per continuare solamente coi Lombroso. Se ne fregano di passare per
tamarri gli After (vedi la dedica calciofila) e se ne fregano anche di
progettare una scaletta che non tralasci chirurgicamente alcuna hit. Come da
tempo accade lasciano a casa Dentro
Marylin, chiudono invece con Musa di
nessuno e Quello che non c’è, che
è uno di quegli inni di cui sopra e, d’altra parte, a fronte di tanta e tale
qualità, li lascia sempre e comunque liberi di fare quello che vogliono.
Afterhours
Palasharp, Milano
23/05/2008
http://www.afterhours.it
