
La sala-teatro accoglie il secondo appuntamento della rassegna Percorsi di Musica Italiana sotto una pioggia torrentizia e incessante, un anticipo d’estate, ferma con le sue volte a botte in cemento armato, avrà forse l’ambizione di essere definita ‘un’espressione tipica di architettura industriale’, certo appare quasi un nonsense, come uno dei limerick tanto amati dal cantautore genovese Max Manfredi protagonista assoluto della serata. Fabrizio de André lo aveva definito “il più bravo”della sua generazione, crediamo, però, che le parole di Roberto Vecchioni siano più adatte per presentare questo Artista; lo definiscono nella sua Arte e vanno al di là di un aggettivo, anche se il giudizio è espresso da un Autore indimenticabile: “È un capostipite (…), è uno che ha bazzicato col romanzo, con la poesia, col dialettale, con la canzone e senza, è uno capace, uno che non posso nemmeno limitare con il termine cantautore”. Il concerto si è svolto come da una matassa di filo intrecciato, quasi interamente dal suo ultimo album “Luna persa” con il quale nel 2009 ha vinto la Targa come miglior disco dell’anno nell’ambito del Premio Tenco.
Max Manfredi ha una lunga tradizione concertistica che nel tempo gli ha permesso di raccogliere intorno a sé un gruppo di estimatori fedeli; si muovono raccogliendosi di luogo in luogo intorno all’artista colorando di sé il momento del concerto contribuendo a creare ogni volta un’atmosfera diversa. La pioggia (anzi, diciamo pure che un’oretta prima è sceso un vero e proprio diluvio…) e la partita del Milan in TV, hanno certo posto premesse negative all’affluenza di pubblico, invece, molte persone hanno desiderato lasciarsi incantare da questo canta-storie.
I testi di Max Manfredi sono uno sguardo sul mondo, realtà che restituiscono in particolari accennati, evocati, suggeriti o anche liberamente ri-costruiti come il titolo dell’album “Luna persa”. Nel corso della serata, al momento di presentare questa canzone, il Nostro ha preso il suo tempo per spiegare il significato di questo titolo: “Perso" non è solo il participio passato di "perdere", è anche l’antico nome di un colore, una parola il cui uso è andato, appunto, perduto. Il color perso, e son parole di Dante, sta tra il porpora ed il nero, ma vince il nero. È un colore indistinto, demoniaco, che vedo come la tinta dell’inquinamento metropolitano. Ora, la luna la pensiamo come una specie di lampada bianca, da sempre. Ma in questo caso diventa una macchia scura. Non può più indicare alcun cammino, e non c’è più nessun sentiero da indicare. Il labirinto si celebra da solo”.
In realtà Max Manfredi è un capace comunicatore, la sua scrittura traduce un’osservazione e riflessione profonda sulla realtà. Le musiche, accattivanti per arrangiamenti e uso di strumenti anche inconsueti, stupiscono l’ascoltatore per la loro varietà rendendolo partecipe e attivo; si è attratti dal tessuto sonoro disponendosi volentieri all’ascolto di storie, anche piccole storie metropolitane, o racconti di un viaggio in treno trascorso a guardare il mondo che passa, il proprio riflesso nel finestrino e immaginare racconti dietro il volto di sconosciuti. Il concerto a Parabiago ha goduto di un clima intimo, cadenzato dal rumore della pioggia, per nulla cullato da un senso di melanconia che la serata poteva ispirare. E invece il concerto ha permesso ai presenti in sala, soprattutto per coloro che non conoscono la musica di questo autore, di fare un’esperienza alternativa di ascolto, di sentire una storia, di
percepire la Musica dal vivo con le sue pause e suoi andamenti che hanno l’odore del legno
umido: penetrante e corposo. Per l’occasione Max Manfredi si è fatto accompagnare da (alcuni) suoi fedeli compagni di solida esperienza e notevoli capacità come Marco Spiccio al pianoforte e Matteo Nahum alla chitarra acustica ed elettrica, ai quali si è aggiunto in alcuni brani un giovane ed emozionatissimo Giovanni Traverso ai fiati. E così hanno trovato spazio, tra aneddoti e racconti vari, piccole gemme come Il regno delle fate (delicatamente onirica), Il treno per Kukuwok, Libeccio e Luna persa. Sempre gradevole La fiera della Maddalena, che ricordiamo in duetto con Fabrizio De Andrè nella versione sul Cd “Max” del 1994 (un disco purtroppo ormai introvabile), ma che è stata inserita anche nel suo ultimo album “Luna persa”.
La poca distanza tra il palco e le poltrone ha creato continuità; la musica un filo di lana svolto tra le mani di chi le presta per filarlo e di chi lo usa per tesserlo e intesserlo. Immagine evocativa di una realtà che la provincia può ancora conservare e forse restituire a coloro che sono un po’ stanchi di ovvietà.
Max Manfredi
Sala Multiuso della Biblioteca Civica, Parabiago (MI)
19/03/2011
