Il nuovo album di Massimo Priviero, Diario di vita è già nel titolo un chiaro programma delle intenzioni dell’artista veneto di comunicare al suo pubblico delle urgenze insopprimibili. Negli album più recenti Priviero ha saputo fare emergere il suo desiderio di trasferire quanto di più profondo si porta dentro di sé, quasi come “fardello”, come desiderio di vita, come volontà di rendere manifesta la sua visione esistenziale. Un album ben immaginato, ben scritto, suonato ottimamente. Un album che è come una sorta di racconto (come noto, notevole è la forza descrittiva di Priviero). Potenti sono alcune canzoni che denotano la forte sensibilità rock e che nulla hanno da invidiare a quei brani iconici, “da stadio” e da cantare in coro, che i big della musica italiana disseminano nei loro concerti oceanici. Questo Diario di vita è, per chi scrive, il migliore della discografia dell’artista veneto, a pari merito con “Dolce Resistenza” e “All’Italia”. La presentazione dell’album è avvenuta il 09 novembre 2024 a Legnano, in formazione full band (le foto live dell’articolo sono prese da quel concerto e sono di Ferdinando Bassi, mentre la foto di copertina del disco è di Giuseppe Verrini)

‘Leggiamo’ allora questo diario di vita e lo facciamo attraverso le tredici tracce che Priviero ha scelto per farci comprendere il senso di questo nuovo lavoro.
Il mio fiume è il racconto di un nonno, suo nonno Ferruccio. Si presenta come una lunga ballata utilizzando voce e chitarra in stile “primo Dylan”, dove si racconta la storia di un rapporto tra nonno e nipote, dove il primo trasferisce al secondo “una storia”, il ricordo di un tempo e del senso della vita. È una storia di vita, di radici, di speranze, di apertura al mondo. Sono le storie del Piave, sono parole di pace, che attraversano un ricordo di Giacomo Matteotti, sono storie di vita del primo ‘900 che cercano, attraverso un nipote, da trasferire i propri valori in un altro tempo. È sguardo sul passato, è un percorso di introspezione, una ricerca di sé e della propria storia, della propria famiglia. Ed il finale è, musicalmente, potente e inatteso.
Pianoforte e voce aprono Il sogno. Si ascoltano parole come “solitario”, “santa solitudine”, “suono del silenzio” che danno indizi sulla ricerca del senso della vita che ciascuno vorrebbe/dovrebbe intraprendere trasferendo, inoltre, il compimento dei propri desideri nel mondo reale. È un racconto che parla dei genitori, degli amici, del bisogno di capire sé stesso nel transito della vita. Arriva, all’improvviso, una reminiscenza evangelica con il verso che recita “Clamante è la mia voce nel deserto” che si innesta nella storia di un grande sognatore che lega la parola ai desideri. Una citazione dylaniana la ritroviamo nel passaggio di “campane di libertà” con un possente tiro sonoro springstiniano.
Il mare si apre con il suono di pianoforte alla Roy Bittan (suonato da una vecchia conoscenza del mondo di Priviero, Onofrio Laviola) e della fisarmonica di Riccardo Maccabruni, per una nuova versione di un brano proposto in “Ali di libertà”. Se il “destino sulla porta” ci porta al libro biblico dell’Esodo, il resto include il tema dell’amore giovanile e rappresenta il racconto di un tempo trascorso, di sogni realizzati oppure fuggiti. È il tema della caduta, dei tradimenti subiti, delle morti giovanili, degli amori perduti, della giovinezza svanita quello che abita questo brano. È una canzone trascinante che va cantata in coro, in concerto, accompagnati da un bel suono rock fino alla fine. Da segnalare il dolce suono del violino suonato da Michele Gazich.

Altro recupero – in questo caso dall’album “Dolce Resistenza” – è Vincere, che possiede un intro da battaglia con la voce di Priviero potente ma intrisa di soul. Anche in questo brano la lezione di Springsteen è evidente, nel senso che Priviero manifesta le sue radici artistiche e le fa germogliare in lingua italiana. Il passaggio lirico, “vincere senza mangiare più polvere/vincere magari provare a vivere/vincere e poi scappare di qua”, appare come il riassunto di una generazione che coltivato anche “giorni buttati”. Il pianoforte è incisivo e la chitarra elettrica di Alex Cambise tesse trame di accordi in simbiosi con le note del pianoforte. Anche in questo caso si leggono le tracce di un cammino sui passi della gioventù.
Si apre con chitarra e voce Fino alla fine, quinto brano dell’album, ed i versi “Nella terra dove c’è chi ha niente/ e chi ha troppo avrà sempre di più” e “questo mondo si autodistrugge per bene” sono una evidente esortazione a non arrendersi, a essere capaci di resistere alle tempeste del mondo mantenendo i propri valori in un mondo di mediocri. “Quello che credi è quello che sei” è un punto fermo nella visione della vita di Priviero e la lotta per un mondo migliore è il punto di riferimento di questo artista, sempre alla ricerca di ragioni per continuare a combattere. E se un mondo migliore non verrà, fondamentale sarà il non essersi omologato.
Il suono è proprio…rock, con la band che si propone con un suono potente e vitale (di questo brano è stato prodotto anche un video). Anche in questo caso si evidenzia un suono da stadio, con il piano di Maccabruni a primeggiare tra le note. Sentiamo parole che esortano a uscire dalla propria casa, di correre il rischio “di vivere”, avere sogni e cercare di realizzarli. “Questo suono non finirà mai” è una descrizione di esperienze di vita; “Salvarsi è un gran lavoro” sono le parole e i suoni della vita e della coerenza, della dignità, delle radici eterne di ciascuno di noi.

L’ascolto prosegue con Amico per sempre, brano che si apre con un suono “ancestrale” costruito da armonica e chitarra. Si tratta di una canzone dedicata all’amicizia che è costruita come una ballata piena di pathos dove l’organo Hammond, in seconda fila, e l’armonica piena di malinconia, raccontano una storia di amicizia di particolare affetto ed effetto.

Cantico è una delicata canzone dedicata alla memoria di Paolo Carù, il cofondatore della rivista ‘Mucchio Selvaggio’ prima ma, soprattutto, della rivista ‘Buscadero’, poi (oltre che essere il proprietario della libreria e dell’iconico negozio/tempio di dischi Carù dischi in Gallarate). Si può pensare questo brano come ad una salmodia trasformata in un canto fermo diretto dal suono della chitarra acustica e dalla voce di Priviero. “Oh vita che prendi, oh vita che dai” ci porta a riflettere su altre parole chiave presenti nel testo quali “albe e notti”, “paradiso e inferno”, “terra, acqua e cielo” in una cadenza musicale in stile ‘irish’. È una canzone malinconica, certamente ma, insieme, una sorta di ode alla vita.
Alla nona traccia incontriamo Buongiorno anima dove la chitarra elettrica tiene il ritmo e la sezione ritmica (Fabrizio Carletto e Oscar Palma) si appaia al suono dell’organo Hammond che spande le sue note mentre il pianoforte manifesta un dinamico suono honky tonk. Si tratta di una canzone di “ribellione”, con uno sguardo alla quotidianità in cui si possono incontrare persone nel “bar populista Italia” dove “ognuno ha un prezzo a cui si venderà nella follia del mercato globale” anche se possiamo leggere un segno di sconfitta nel verso “buongiorno anima, non c’è risposta, non c’è mai un perché”. Ma, nonostante tutto…non ci si arrende.
Il migliore dei mondi possibili (da “Ali di libertà”) è in versione aggiornata con una batteria fortemente ritmica e un suono forte e deciso a fare da corolla a liriche come “il migliore dei mondi possibili non è qua”. Altra canzone “da stadio” in cui si manifesta il desiderio di combattere contro la negazione dei diritti e il rispetto della dignità il tutto cantato con notevole grinta.

Prossima vita si presenta nella classica postura di Priviero, con chitarra e voce a costruire una scansione lirica da salmo dove con “sarà bellissima, vedrai la vita mia” e “la prossima vita mia stringerà forte tutta la mia gente” sembra voglia affacciarsi a un tempo futuro che già l’autore pare intravedere al di là del tempo presente. La voce di Priviero conduce il brano come una ballata gospel, con un tocco malinconico che si indirizza verso il finale con le note dell’organo Hammond.
L’idealismo che pervade l’anima umana e musicale di Priviero emerge, in maniera evidente, in Siamo ormai nella parte finale del disco e troviamo Ritratto, che si apre, anche qui, con chitarra e voce. Siamo ubicati “nei pressi” del ritratto di un inguaribile sognatore, osservatore del mondo e romantico idealista che vuole “abbracciare il mondo per cambiarlo” perché ora “dove chi ha tanto quasi sempre non dà mai”. È la storia di un uomo fondamentalmente solitario ma sempre alla ricerca del bene e di un mondo migliore. “Forse mi sono perso pezzi di felicità cercando il mio coraggio e la mia libertà” è il segno finale in cui, nonostante le difficoltà della vita alla fine è un abbraccio che salva il mondo. Il finale musicale pare spuntare dalla colonna sonora di un film degli anni ’60…
Abbiamo superato l’ora di ascolto e facciamo partire l’ultima traccia. Il mio nome è pace inizia con un canto fermo, voce asciutta e diretta. Canzone per la pace in cui entrano sogno, libertà, madre, canto libero, bene supremo. Liriche in stile primo Dylan (condizione ben radicata nel canzoniere “privieriano”. Incide il suono della chitarra e l’armonica in un testo che fa prevedere un orizzonte ancora da esplorare e che, nonostante le sconfitte, l’autore pare voler continuare. Fino alla fine. Un sentimento che possiamo comprenderlo appieno nel passaggio in cui ci dice che “sono il sogno che non muore mai”.
Che altro dire se non che ci vuole molto coraggio ad impegnarsi in maniera così caparbia e intellettualmente onesta nella composizione di un album in un momento storico in cui l’ascolto – dove con questo termine vogliamo indicare il prendersi il giusto tempo/spazio per farlo – è considerato fuori moda, senza contare che la vendita del prodotto musicale è sempre più esigua anche per i big della musica (figuriamoci per gli altri…) salvo che questi hanno dalla loro parte il ritorno economico dato dai concerti nei grandi spazi (spesso a prezzi assurdi). Massimo Priviero è un artista che si sente in simbiosi con il mondo dei suoi estimatori (tanto che li chiama con l’appellativo romantico de “la mia gente”). Lui, forse, si sente di appartenere ad una storia, ad un mondo, ad una tensione che, probabilmente, non esiste più ma, non per questo non ha valore o ragione di essere. La lettura dei testi delle canzoni incluse nell’album rappresentano, realmente, un sentimento interiore, un modo di essere, un’espressione di vita. Desideri, ragioni, passioni e quant’altro per sentirsi parte di un mondo a parte ma non per questo “figlio di un Dio minore”.

Massimo Priviero
MP Music
01. Il mio fiume
02. Il sogno
03. Il mare
04. Vincere
05. Fino alla fine
06. Il suono
07. Amico per sempre
08. Cantico
09. Buongiorno anima
10. Il migliore dei mondi possibili
11. Prossima vita
12. Ritratto
13. Il mio nome è pace
Massimo Priviero
Massimo Priviero: voce, chitarra, armonica - Alex Cambise: chitarre elettriche e acustiche, mandolino, cori, basso - Riccardo Maccabruni: pianoforte, organo Hammond, fisarmonica - Fabrizio Carletto: basso - Oscar Palma: batteria Ospiti Ricky Anelli: chitarre e acustiche, basso, organi, orchestrazioni, cori - Michele Gazich: violino - Fabrizio Mele: batteria - Onofrio Laviola: pianoforte e tastiere - Mauro Abbatiello: basso - Lisa Petty: cori - Lorenzo Figlioli: tromba - Paolo Brolis: sax Arrangiamenti: Ricky Anelli (1,2,5,6,7,9,11,12) - Alex Cambise e Massimo Priviero (3,4,8,10,13) Musica e testi: Massimo Priviero (tranne Vincere, di Priviero-Cambise).
2024
70:53
