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Bisogna partire dal fondo, per cogliere la misura esatta e il peso specifico del ventennale dello Gnu Quartet. Al Carlo Felice tutto esaurito, una standing ovation interminabile restituisce il senso di una festa che è, prima di tutto, un tributo trasversale. Sul palco c’è il gotha della canzone d’autore e del pop italiano — da Francesco De Gregori a Giuliano Sangiorgi, passando per Niccolò Fabi, Simone Cristicchi e Mauro Ermanno Giovanardi. Ma gli applausi più scroscianti, quelli viscerali, sono per loro: Francesca Rapetti, Roberto Izzo, Raffaele Rebaudengo e Stefano Cabrera. Smentendo il cliché evangelico del nemo profeta in patria — impresa non da poco in una Genova madre e matrigna — i Gnu Quartet celebrano vent’anni di militanza ai confini dei generi. Forti di un’estrazione rigorosamente classica ma irrequieti abbastanza da spaziare dal jazz al rock, in due decenni l’ensemble si è imposto come uno dei laboratori di idee più originali d’Italia, trascinando il sound acustico di archi e flauto nei territori della forma-canzone e dell’elettronica, da Something Gnu a Paganini – The Rock Album. Più dei dischi e delle collaborazioni eccellenti, però, a colpire è la tenuta di un sodalizio umano prima che artistico. E la scaletta-fiume lo dimostra senza filtri.

 

 

L’impatto iniziale è affidato al pezzo da cui tutto è nato: una rilettura travolgente e stravolta, in chiave prog, de Le acciughe fanno il pallone. Cristicchi apre il giro degli ospiti con Quando sarai piccola, seguito dai “genovesi” Giua, splendida nel far coesistere la sua chitarra e la sua voce con il quartetto, e Federico Sirianni, quest’ultimo alle prese con Nella prossima vita (tratto da un disco interamente arrangiato da Cabrera e soci). L’Aura attraversa il tempo riannodando i fili con Irraggiungibile — riletta a vent’anni dal Festival del 2006 — prima di virare su un omaggio a De André con Bocca di rosa. Dopo l’intermezzo strumentale de La campanella, la temperatura emotiva sale vertiginosamente con Niccolò Fabi: voce, chitarra acustica e il tappeto cameristico del quartetto per È solo un uomo e Costruire. Il registro cambia bruscamente con Boosta, che sporca di elettronica e tastiere acide una versione nerissima e spigolosa di Black Hole Sun dei Soundgarden. Il tempo di riprendere fiato e Mauro Ermanno Giovanardi evoca (ancora una volta) De André con La canzone dell’amore perduto, prima di alzare l’asticella con una magistrale esecuzione di Io confesso.

 


La seconda parte si apre nel segno di Vittorio Cosma: un frammento della colonna sonora di Italy in a Day e poi una magistrale Allegro dal Concerto grosso dei New Trolls, un ponte ideale per omaggiare la memoria di Vittorio De Scalzi e planare sui territori della PFM (con È festa). Amara porta sul palco la densità di Che sia benedetta e duetta con Cristicchi ne La cura di Battiato. Tra un intermezzo acustico e l’altro — con Izzo che strapazza il violino trattandolo come una chitarra elettrica in Riff Hunter — fa capolino l’anima elettronica di FiloQ, prima del blocco finale. Rebaudengo abbozza una battuta per stemperare la tensione, poi i Gnu attaccano l’intro. Il pubblico riconosce le note prima ancora che compaia sul palco il cappellino da baseball di Francesco De Gregori. Il Principe rinuncia alla sei corde e si affida interamente agli archi per una versione fedele e sussurrata di Generale e Sempre e per sempre.

 

 

L’impatto è tale che il povero Ermal Meta, chiamato in scaletta subito dopo, si concede una gag liberatoria: «Vorrei sapere cosa vi ho fatto di male per mettermi in scaletta subito dopo De Gregori?!». Battute a parte, il cantautore albanese incanta con Piccola anima e regala una chicca per i puristi: l’inedito Come Genova al mare. Il testimone passa poi a Giuliano Sangiorgi, che trasforma il palco in un club intimo inanellando un medley ad alto tasso emotivo (Estate, Nuvole e lenzuola, Mentre tutto scorre e Meraviglioso), ricordando dal vivo la genesi di un’amicizia nata su e giù dai palchi di mezza Italia.


Il finale non poteva che appartenere a Gino Paoli, nume tutelare e compagno di viaggio di mille avventure. Rebaudengo svela un aneddoto: «Un giorno gli chiesi se non si annoiava a cantare ancora Sapore di sale. Mi rispose: “Guardami bene mentre la canto”. Di fatto dava il via al brano e poi stava zitto, perché cantava tutto il pubblico». E lo stesso copione si ripete al Carlo Felice, con tutti gli ospiti di ritorno sul palco a cantare in coro. È l’immagine finale che chiude il cerchio: vedere quel pezzo di storia della musica italiana stretto attorno ai quattro musicisti genovesi dà la cifra di una traiettoria atipica. In un ecosistema discografico dominato dall’egolatria e dalla ricerca spasmodica dei riflettori, i Gnu Quartet hanno scelto la via laterale della cura, del lavoro di bottega e della dedizione totale. Negli occhi dei musicisti, a fine serata, c’è la stanchezza fisica di una macchina complessa da far girare, ma soprattutto l’emozione che a Genova si fatica sempre a confessare fino in fondo. Appuntamento ai quarant’anni. Lunga vita ai Gnu.

 

Artista:
Gnu Quartet
Location Concerto:
Genova Carlo Felice
Data Concerto:
28/09/2026