Si rimane sempre un po’ intimoriti dal virtuosismo: la mente di fronte a un quadro di Hieronymous Bosch cerca di trovare una razionalità, di costruire un sistema di pensieri che non percepisca lo scarto tra il genio e noi; si comincia a filosofeggiare sul fatto che in fondo la semplicità è la vera genialità. Certo che anche la semplicità può essere geniale, ma i nostri occhi di fronte a un quadro di Bosch diventano meravigliati per forza, come lo sono le nostre orecchie che si accostano alla musica del Federico Calcagno Octet.
Calcagno ha costruito un ottetto d’eccezione con nomi internazionali, per cercare di dar forme a lunghe sessioni di musica, che sembra a tratti virare verso l’improvvisazione, ma possiede di fondo un impianto strutturale che poco e nulla lascia al caso. Otto strumenti abbastanza convenzionali nel jazz, anche se violoncello e vibrafono sono poco usuali rispetto a violino e xilofono. Non è quindi tanto nella timbrica singola che si deve rintracciare la novità di Mundus Inversus; se proprio di sound si vuole parlare, è straordinaria la scelta di un octet, perché in questo mondo sempre più discriminante si sceglie ormai di usare il minimalismo di un piccolo ensemble, oppure le grandi produzioni di big band; ma questo è appunto un mundus inversus.

Scegliere otto elementi è una trasgressione quindi che si pone nel solco di ricercare otto protagonisti, i quali non si limitano mai a primeggiare se non nei momenti solisti, tanto che solo il libretto ci può dire che lo strumento di Calcagno sia il clarinetto (qui sotto in una foto di Flavio Pagano). Il brano Hieronymous è quindi esemplare di come si affollino sulla scena degli oggetti, volti a creare un significato generale complesso proprio come nei quadri di Bosch. C’è una linea che funge da trait d’union nei brani: degli stacchi ritmici all’unisono che ci permettono di ricreare l’atmosfera su cui si innestano sperimentalismi, fraseggi e assolo. Ma non ci si accontenta di ciò, perché vengono concepiti anche elementi di rimando all’interno dell’opera, che definire jazz avanguardistico è riduttivo per questo. Proprio Hieronymous, dopo aver concluso il suo corpo fatto di scatti e pause, come se si viaggiasse attraverso i quadri di Bosch che contengono un vuoto assordante tra un oggetto e l’altro, preannuncia nel finale col violoncello un fraseggio di terzine che poi diventa di sax nel pezzo successivo, The other side of silence.

Nel passaggio che cerca gli interstizi del buio nei quadri rinascimentali, nei chiaroscuri della pittura fiamminga o del Caravaggio (Calcagno è un musicista italiano che opera molto in Olanda, dove è stato registrato per la maggior parte l’album), ecco che emerge la bellezza del minimalismo: il fraseggio non si può estendere su un vero silenzio, perché in sottofondo si sentono i tasti del sax che per forza di cosa devono rompere la catena del buio con sprazzi di luce reale. Preannuncio di un pezzo che è tutt’altro che silenzio e che fonda la sua dinamica su stacchi ben calcolati: insomma si indaga il vuoto della società e si trova che qualcosa c’è: si indaga il vuoto tra piccoli ensemble e big band, e si trova che qualcosa di interessante c’è.
Anche Charles Mingus infarciva i suoi album di questi collegamenti tra brani, in maniera nascosta o più palese. Nell’album c’è la parte più palese, ovvero i tre brani The hanged man, in fila e denominati in modi diversi. Qui c’è bisogno però dell’elemento paratestuale, altrimenti non li avremmo collegati facilmente. Il brano in sé è quello centrale, proprio come l’interstizio di buio silenzioso di cui stiamo parlando, l’infinito spazio tra i due punti. Nel mistero dei tarocchi, nello spazio tra la ‘paralisi’ iniziale, che sembra bloccare gli strumenti, e il ‘nuovo’ finale, che dà sfogo a dissonanze eccessive, si staglia The hanged man: ego sacrifice, il sacrificio quasi cristologico del singolo che si mette a fare il ‘pontefice’ tra il vecchio e il nuovo, tra l’incomprensione e l’iper-comunicazione; lo fa in tanti modi che si potrebbero analizzare, ma soprattutto fondando su una ritmica innovativa che fa da impianto, sin dalla sua cristallizzazione attraverso il vibrafono stoppato.
Insomma un’opera miniera, che cerca di estrarre dal proprio silenzio la luce per qualcosa di nuovo.

Federico Calcagno Octet
Habitable Records
01. Liquid war
02. Hieronymus
03. The other side of silence
04. The hanged man: paralysis
05. The hanged man: ego sacrifice
06. The hanged man: a new trail
07. Perserverance
08. Recovery
2024
51:38
