Sarebbe troppo facile, sì, sarebbe troppo facile, troppo riduttivo e troppo banale limitare queste poche righe dedicate a Life elencando i brani che lo compongono, sottolineandone l’eterogeneità e la differenza di stili. Ma non si può liquidare un disco di quasi 90 minuti in modo frettoloso e con un rapido elenco di si, no, bene, brava. Non si può perché Life, secondo album di Ellen River (anche se a nome Elena & The Seekers è uscito un cd intitolato “Otis”) chiede di più, più tempo, più ascolti, più attenzione; lo fa in un periodo storico dove se nella musica manca qualcosa, probabilmente è almeno una tra tempo, ascolti ed attenzione, ma lei questo lo sa e prosegue testardamente e coraggiosamente per la sua strada.

Uscito ormai da un po’ di tempo, Life potremmo definirlo un album a rilascio graduale; la sua durata non lo rende magari di rapida fruizione, ma chi ha voglia di insistere alla fine ne esce ammaliato e migliorato. Autoprodotta, aiutata dal fido Antonio Boschi per la parte grafica e da uno stuolo di musicisti di cuore e di tecnica, Ellen affronta la “prova del doppio album” ben sapendo quali sono i punti di riferimento e i termini di paragone in questa categoria. Lo sa perché è da quei solchi, da quelle note, da quelle storie che nascono il suo amore per la musica ed il suo sorriso; perché se parliamo di Ellen, non possiamo che partire dal suo sorriso, dolcissimo, costante, rassicurante.
Già dalla copertina è con il suo sorriso che ci invita, girata di tre quarti, a seguirla, in quella che potrebbe essere la pianura emiliana o quella texana e non farebbe alcuna differenza. Certo, Guccini ci aveva avvertito, che “gli americani ci fregano con la lingua”, ma lei ha deciso di restituire loro il favore e confondere chi la ascolta e magari si chiede da dove venga questa voce così smaccatamente a stelle e strisce. Noi lo sappiamo, conosciamo la sua cadenza così accogliente come la terra che le ha dato i natali e proprio per questo restiamo incantati di fronte ai suoi brani, proprio come è successo ai giurati del Premio ‘L’Artista che non c’era’, che l’hanno incoronata vincitrice della 21° edizione in un caldo pomeriggio milanese di luglio di quest’anno, in una serratissima finale al CPM di Franco Mussida.

Dietro al suo sorriso, la vita, life, appunto, un insieme di esperienze, dolori, gioie e speranze, che Ellen traduce in suoni, regalandoci un caleidoscopio vario ed affascinante, a volte decisamente istruttivo, pieno di rimandi alla tradizione e di riletture con una sensibilità contemporanea. Al suo fianco, come detto, musicisti pronti ad assecondarla e a valorizzare il suo talento: Boris Casadei alle chitarre, Diego Sapignoli alla batteria e percussioni, Rodolfo Valdifiori al basso, a cui si aggiungono il banjo di Marco Maccari, il pianoforte e la fisarmonica di Stefano Zambardino, l’organo Hammond di Enrico Giannini, il violoncello di Enrico Guerzoni ed il violino di Luca Falasca. A chiudere questo dream team la pedal steel di Alex Valle, pronto a disegnare paesaggi musicali intrisi country e roots. Regista e coordinatore di tale armata, Gianluca Morelli dello Studio DeckLab di Rimini. È grazie a loro se Ellen riesce a tradurre il suo mondo attraverso i suoni e le influenze che da sempre la appassionano, senza tralasciare nessun dettaglio, per una esperienza intima e universale allo stesso tempo; un viaggio personale, che però è anche una lezione di storia della musica.
Difficile scegliere dei brani, perché dietro l’eterogeneità già sottolineata, si cela una coesione forte di spirito ed approccio: per quanto sia impegnativo al giorno d’oggi dedicare 90 minuti all’ascolto di un album, non è possibile consigliare il contrario, perché immergersi in questo disco è un’esperienza che va fatta necessariamente per intero; non è una raccolta di singoli, né tantomeno materiale da playlist. La cultura costa fatica e di fronte a certe opere, è doveroso ricambiare lo sforzo.
Certo, i due brani presentati nel Premio citato prima (qui nella foto il momento della finale) sono particolarmente cari alla nostra Redazione: Elettroshock ha un pianoforte sospeso tra Tori Amos ed Enya, che rende la vegetazione che circonda Ellen nella copertina, terra magica di folletti e favole; ad un ascolto attento però si rivela il motivo del titolo e si entra in un mondo di privazione e dolore, come se le favole evocate dal pianoforte diventassero incubi e la foresta fosse sferzata da temporali e sopraffazione; This time around invece, ha echi dei migliori Simple Minds e fa pensare ad un dialogo interiore tra la protagonista e la sé stessa più giovane, dove la prima incoraggia la seconda a camminare ritta e senza timore, perché la direzione è sempre giusta, se ci appare in sogni che non vogliono restare chiusi nei cassetti.
Novanta minuti che si chiudono con una precisa dichiarazione d’intenti, non importa quanto sia brutto il mondo là fuori, chiamatemi come volete, ma io quei sogni li seguirò e li sognerò sempre. La cosa bellissima di questo album è che per quanto sia stato difficile trovare il tempo per ascoltarlo tutto, mentre sfuma Gonna sleep with my dreams sarà sicuramente più forte la voglia di riascoltarlo da capo.
Ellen River
Autoprodotto
01. Blues for G
02. Better than me
03. The Wheel
04. Renata
05. Double Trouble
06. Life
07. My feet
08. Resonance
09. I see
10. Nobody answers
11. Electroshock
12. Make it right
13. Waiting
14. Farewell Witch’s cat
15. This time around
16. Just a bad dream
17. Let’s go
18. Would you?
19. Bubbles
20. Out of the storm
21. Lucy
22. Still learning
23. Once again
24. Pirates routes
25. Inside a picture
26. I’m ready
27. Gonna sleep with my dreams
Ellen River & Gianluca Morelli
2023
85:04
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