
Un piccolo cataclisma nell’asfittico mondo musicale mainstream. Questo ha rappresentato la partecipazione di Lucio Corsi all’ultimo Festival di Sanremo. Vuoi per quel suo look un po’ David Bowie e un po’ Alberto Camerini; vuoi per quell’ingenuità, tipica dei “puri”; vuoi per il pezzo proposto, così lontano dagli standard machisti (tutto sesso e soldi) del panorama trap; vuoi per quel duetto “folle” nella serata delle cover con Topo Gigio. Lucio Corsi è approdato al Teatro Ariston come una sorta di marziano, capace di conquistare tutti, sia quelli che da sempre lo seguono e lo apprezzano, sia chi non lo aveva mai sentito nominare. Naturale, quindi, ci fosse molta attesa per questo suo nuovo album, Volevo essere un duro. E le attese non sono state tradite, perché Corsi convince sia chi paventava una sorta di effetto “normalizzazione” sanremese (i fan della prima ora), sia chi pensava che il pezzo portato al Festival fosse un fuoco di paglia (quelli che solo lì lo hanno scoperto).
Se la poetica e la capacità di costruire grandi melodie (e grandi storie) resta intatta, va notato però che Corsi in un solo colpo ci regala un disco in cui riduce drasticamente, da una parte, la verve glam rock del disco precedente, La gente che sogna (ne avevo parlato qui), sia l’utilizzo estremo di figure fiabesche e quasi magiche presenti nei dischi precedenti. Insomma, Corsi – con il fido sodale Tommaso Ottomano – riduce all’osso la struttura musicale negli arrangiamenti (concedendosi qua e là solo alcuni inserti orchestrali, ma avventurandosi anche in pezzi – Francis Delacroix e Nel cuore della notte – totalmente acustici) e forse mai come prima d’ora parla di persone vere (o almeno verosimili) senza indugiare troppo nelle fantasticherie.
Per certi aspetti, Volevo essere un duro si configura come una sorta di concept album sul tema del ricordo e dell’infanzia, tra rimandi alla sua Maremma e ai compagni scolastici e di giochi. Ne esce un affresco quasi naif ma vivissimo, essenziale (nella struttura canzone, per esempio) ma efficace. Perché, come diceva Mauro Pagani, all’inizio della carriera si cerca di inserire in un brano più accordi possibili, crescendo artisticamente solo quelli essenziali.

L’introduttiva Tu sei il mattino (una bellissima ballata tradizionale) è quasi programmatica: da una parte Corsi riavvolge il nastro della sua vita, giungendo a evocare la propria nascita (“Sono nato a mezzogiorno, tra le braccia di mia madre/ Con lo stesso nome di mio nonno che non mi ha visto cantare”), quindi si rimmerge tra i banchi di scuola e l’avventura – quasi epifanica – dell’amore fisico (“Lei mi portò nel bagno delle femmine e vidi il Paradiso”), per poi in qualche modo chiudere (o riaprire?) il discorso intrapreso nel precedente lavoro in studio tra riferimenti a pianeti lontani e, soprattutto, alla necessità di convivere con le persone che non sognano (e quindi in antitesi persino al titolo La gente che sogna): “Tu sei il mattino, una porta su Marte/ …/ Io e te tra la gente che non sogna”.
La successiva Sigarette probabilmente non verrà adottata dalla Lega contro i tumori per qualche campagna di raccolta fondi. Un pezzo essenziale, quasi senza ritornello in cui le sigarette si configurano come il correlativo oggettivo di quelle necessità orali che compensano l’amarezza della vita. E con un verso che farebbe la gioia di Pete Townshend e Roger Daeltry: “Così non corro il rischio di diventare vecchio”. Se però per gli Who la vecchiaia era la contrapposizione della vitalità giovanile, per Corsi essa si caratterizza come l’uccisione (simbolica) del fanciullino interiore (tema particolarmente caro al Nostro).
Della title track si è già detto e scritto talmente tanto che probabilmente sarebbe persino pleonastico tornarci su. Varrà, però, almeno sottolineare la grande capacità di scrittura testuale. Il “che” polivalente iniziale è la gioia dei professori di italiano in classe, mentre alcune trovate ci fanno riassaporare il Corsi prima maniera (“Se faccio a botte, le prendo/ Così mi truccano gli occhi di nero/ Ma non ho mai perso tempo/ È lui che mi ha lasciato indietro).
Dopo questo trittico molto personale in cui prevale l’Io lirico, ecco apparire la tetralogia del racconto in terza persona. Corsi si diverte un mondo a raccontarci le vicende di personaggi incontrati lungo la vita. Personaggi talmente sopra le righe che sembrano usciti da un libro fantastico.
Francis Delacroix è una di talkin blues completamente acustica (come detto) in cui siamo catapultati nelle vicende un po’ allucinate (e allucinanti) di un amico fotografo di Volpato. Una serie di improbabili vicende in cui si incontrano personaggi tratti dal mondo della storia, della letteratura e della pittura. Francis Delacroix è quell’amico capace di raccontare balle così grosse, da risultare un affabulatore straordinario. Chi non ne ha incontri nel proprio cammino?
Dal fotografo cacciaballe al compagno bullo della scuola. Le vicende di Rocco Giovannoni, già dal suo nome, sono l’occasione per scrivere un pezzo (Let there be rocko) che più rock and roll non potrebbe. Se già nei precedenti dischi Corsi aveva mostrato una sorta di debito di riconoscenza nei confronti di Ivan Graziani, qua siamo quasi alla mimesi… persino nel modo di cantare. Una delle vette dell’album.
Il re del rave è invece il re delle discoteche, descritto con gli occhi del bambino Corsi che lo guarda con un misto di ammirazione e di compassione. Il tipico ragazzo di provincia che cerca in tutti i modi di farsi vedere e ammirare, che si fa di funghetti allucinogeni, ma che risulta alla fine piuttosto patetico. Il pezzo – forse il più fragile di tutto il disco – è uno dei pochi che sfugge alla struttura canzone classica (strofa-ritornello-middle eight), basata tutta sull’epifora (a livello testuale) del titolo.
Diametralmente diversa è a livello musicale Situazione complicata, che presenta una struttura armonica di forte impatto, orecchiabile e cantabile fin dal primo ascolto (che in più punti può ricordare il ritornello di Paracetamolo di Calcutta). La commedia umana di Corsi termina con le vicende tragicomiche (narrate però in prima persona) di un povero cristo disperato perché ama la moglie del suo migliore amico. Vicenda, come detto, tragicomica perché Corsi, al solito, è abilissimo a spiazzare l’ascoltatore. Lui ama lei. Ma lei è sposata con un cretino. E il cretino è amico proprio di lui: “L’unico difetto che ha è quel cretino/ E l’unico difetto che ha lui è che è un mio amico”.

Il passaggio del racconto dalla terza alla prima persona è il prodromo per la conclusione del disco, che vede tornare in scena Lucio Corsi. Come se l’intero disco, insomma, si configurasse come un cuscinetto “Io-gli altri-Io”. Questa vita si caratterizza per sonorità felicemente facili, uno dei pezzi più trascinanti dell’album tra chitarre acustiche e cori molto Sixties. Alla spensieratezza della musica fa però da contraltare un testo ben più profondo, in cui Corsi fa i conti con il suo cervello: “Io leggo nella mente/ Ho un mare di pensieri nella testa/ Come un morto a galla in mezzo a una tempesta”. Di fatto è (con la successiva) l’unica canzone che rimanda al dolore – o comunque alle ombre – del disco precedente. Ma, come detto, il tutto avviene, almeno in questo caso, con una lievità sorprendente.
Il disco si chiude con l’epitome dell’intero progetto, Il cuore della notte. Una ballata acustica solo voce-piano di struggente bellezza. Non c’è bisogno di nessun ritornello, non c’è bisogno di sovrastrutture, perché qui Corsi si mette completamente a nudo riprendendo quell’oscurità e quella notte che sempre lo affascina. Perché Corsi, anche in un disco così solare, ci ricorda che le ombre della notte sono sempre lì. La notte è oscurità, è dolore, è solitudine, ma è anche il momento in cui i sognatori, i disperati si incontrano. Un pezzo – quasi degregoriano nella musica – che è un piccolo gioiello, che vale da sola il prezzo del CD. Un brano che ci ricorda quanto la canzone d’autore sia viva e vegeta.
E a proposito di questo, credo che proprio la figura di Lucio Corsi meriti un ulteriore riflessione. Prima del Festival il suo nome era conosciuto da chi si occupava di musica e da un accanito (ma non numerosissimo) numero di fan giovani. Ora, sembra che il buon Corsi sia sorto (come Atena nacque già adulta dalla testa di Zeus) così al primo colpo. Peccato che avesse alle spalle già tre dischi di cui almeno due osannati da (quasi) tutta la critica. Dischi già intrisi della sua poetica e le cui canzoni non avevano nulla da invidiare alla “orecchiabilità” di Volevo essere un duro. Eppure quel Corsi non girava in radio, non appariva in televisione.
Quanti ottimi cantautori ci sono oggi in Italia? Siamo convinti, anzi certi, che siano un buon numero, ma non hanno spazio. Quello spazio che ancora c’era negli anni Ottanta, dove capitava di poter ascoltare in una trasmissione sia Mimmo Locasciulli che i Righeira. Inevitabile il pauroso appiattimento verso il basso della proposta musicale, perché le major (almeno in Italia) hanno fiutato (o favorito?) l’andazzo, spingendo solo alcuni autori. Ben venga, allora, Lucio Corsi a ricordarci che si possono scrivere grandi canzoni senza necessariamente sempre essere inseriti in un ghetto ad appannaggio dei pochi che quella musica vanno a cercare. Un piccolo marziano, dicevo all’inizio, della nostra musica Lucio Corsi. La speranza è che non faccia la fine del marziano giunto a Roma raccontato in un famoso racconto di Ennio Flaiano: capace di stupire tutti all’inizio per poi essere dimenticato, perché la gente comune è facile a “ingabbiare” e “omologare” anche chi non lo vuole essere.
Foto di Simone Biavati
Lucio Corsi
01. Tu sei il mattino
02. Sigarette
03. Volevo essere un duro
04. Francis Delacroix
05. Let There Be Rocko
06. Il Re del rave
07. Situazione complicata
08. Questa vita
09. Nel cuore della notte
Lucio Corsi, Tommaso Ottomano, Antonio “Cuper” Cupertino; Produzione esecutiva: Matteo Zanobini per Picicca Management
Tutte le tracce scritte e composte da Lucio Corsi e Tommaso Ottomano; Lucio Corsi: chitarre, pianoforti, cori, tastiere, wurlitzer; Tommaso Ottomano: chitarre, cori, basso; Antonio “Cuper“ Cupertino: percussioni, cori, gocce di limone; Davide Rossi: arrangiamento in “Volevo essere un duro”; arrangiamento archi in “Tu sei il mattino”; archi in “Tu sei il mattino”, “Volevo essere un duro”; Enrico Gabrielli: arrangiamento fi ati in “Let There Be Rocko”, “Il Re del rave”, “Situazione complicata”; preparatore dei fi ati e fl auto traverso in “Volevo essere un duro”; sax in “Let There Be Rocko”, “Questa vita”; Fausto Cigarini: violini e viole e arrangiamento archi in “Sigarette”, “Il Re del rave”, “Situazione complicata”; Paolo Raineri: trombe in “Volevo essere un duro”, “Let There Be Rocko”, “Il Re del rave” Luca Medioli: corno francese in “Volevo essere un duro”, “Il Re del rave”; Francesco Bucci: trombone in “Volevo essere un duro”, “Let There Be Rocko”, “Il Re del rave”; Roberto Dragonetti: basso in “Sigarette”, “Il Re del rave”, “Situazione complicata”; Matteo Lorenzi: batteria in “Sigarette”, “Let There Be Rocko”, “Il Re del rave”, “Situazione complicata”; Marco Ronconi: batteria in “Tu sei il mattino”, “Volevo essere un duro”, “Questa vita” Clarissa Marino: violoncelli in “Sigarette”, “Il Re del rave”, “Situazione complicata”; Fabio Longo: contrabbassi in “Sigarette”, “Il Re del rave”, “Situazione complicata”; Roshelle: cori in “Volevo essere un duro”
2025
