Questa è quasi certamente l’ultima intervista che Ginevra Di Marco ha concesso prima di avere, due giorni dopo, la notizia di aver vinto la Targa Tenco (per la quarta volta) come miglior interprete col suo nuovo e variegato album Kaleidoscope. Nella chiacchierata avevamo ovviamene toccato questo argomento e la risposta dell’artista toscana, riletta oggi, conferma la sua sorpresa e la soddisfazione espressa dopo la vittoria.

Sabato 5 luglio, manca poco alla mezzanotte, l’artista toscana è scesa dal palco da pochi minuti, sorridente, serena, contenta, magnetica e affabile insieme. Ginevra è da molti anni una delle voci più intense e autentiche della nostra canzone d’autore, definizione che nel suo caso (e in quello del sodale artistico e di vita di sempre, Francesco Magnelli, anche lui ex-CSI) contiene un sacco di cose: il folk, i canti popolari, la canzone civile, il pop sofisticato. Il concerto che ha chiuso la 23° edizione del Pisa Folk Festival ha visto la cantante fiorentina affiancata dai collaboratori di una vita, Andrea Salvadori alle chitarre e ai cori, Francesco Magnelli a pianoforte tastiere e cori. In più, tra un brano e l’altro, quasi a stemperare l’intensità di alcune canzoni, gli interventi del noto poeta Franco Arminio con le sue micro-poesie tra l’amaro l’ironico e il drammatico. Un concerto bellissimo, che i più di 500 spettatori non volevano far terminare.
Ginevra, la candidatura al Tenco è arrivata nella categoria interpreti ma con un album ibrido, visto che alcune canzoni dell’album sono inedite e le hai scritte tu.
Sì, è un disco a metà perché non ha abbastanza pezzi d’autore, cioè scritti per essere annoverati tra i dischi d’autore, quindi sono rientrata nella categoria interpreti più o meno come le altre volte. Nel 2000 lo vinsi nella categoria ‘Opera prima’ con il mio disco d’esordio, Trama Tenue e poi due volte come interprete, nel 2009 e nel 2017… non chiederei mai di vincere un’altra volta.

Il concerto che state portando in giro con Franco Arminio è molto vario, con tante facce e stili e a questo siamo abituati, però non mi aspettavo la parte mistica: avete eseguito quelle che forse sono le vette della canzone spirituale italiana, L’ombra della Luce di Battiato e La Sposa di Giuni Russo che ha il testo tratto dal ‘Cantico dei Cantici’.
L’aspetto mistico è nei nostri pensieri, sempre. Vuoi perché l’età avanza, vuoi che cominci a farti delle domande un po’ più grandi… è un collegamento che c’è sempre, la relazione con il mistero che ci circonda, il pensiero anche della morte, del trapasso, di ciò che cambia. Queste canzoni riflettono quest’anima che c’è ed è viva in ognuno di noi, come lo era in Franco e in tante delle sue canzoni e dei suoi scritti, ci sono tante sue riflessioni su questo argomento.
Con Battiato hai collaborato nella versione dei CSI di E ti vengo a cercare e poi nel suo disco “Gommalacca”, duettando anche con lui ne Il ballo del potere, ma avete scelto altro…
Adoro L’ombra della luce sopra ogni cosa, veramente, è una canzone che ha un significante infinito, l’abbiamo sempre amata tanto e l’abbiamo inserita in “Canti, richiami d’amore”, un disco dal vivo che fu suonato nella basilica di Santa Croce a Firenze in occasione del Natale 2010. La imparammo per quell’occasione e da lì ce la siamo praticamente attaccata addosso e in una situazione come quella di stasera, molto varia, stava benissimo in scaletta.
La scaletta solitamente la fai insieme a Magnelli e Salvadori?
Sì, la decidiamo noi tre e ogni volta ci sono delle variabili che arrivano dalla circostanza, i cambiamenti sono sempre possibili, non è rigida anche perché cerchiamo di non essere proprio… come dire… ortogonali. Le prime repliche di questo progetto con Arminio avevano scalette più tematiche, magari una sera si cantava di più sulla guerra, oppure sull’Uomo, la caduta, la risalita, le fede e il misticismo, poi ci siamo sganciati da questa ortogonalità e abbiamo visto che tra i brani ci sono linguaggi fluidi che si intrecciano sempre, anche senza essere tematicamente precisi.

Confermo, è stato un concerto stilisticamente quasi ‘a salti’ ma nel complesso non si è percepita disomogeneità… un’altra scelta che colpisce è l’esecuzione di Depressione Caspica, da “Epica Etica Etnica Pathos”, ultimo disco dei CCCP in cui c’era Francesco Magnelli ma non tu.
L’abbiamo scelta per quello che dice. Credo che sia un testo in questo momento assolutamente urgente, emerge da sola e chiede di essere cantata.
Sul nuovo album c’è una rilettura di un brano dei PGR, Tramonto d’Africa, dove torni a duettare con Giovanni Lindo Ferretti, ma stasera ne avete proposto un altro, Ah Le Monde, con l’aggiunta sul finale di Il coraggio di essere fragili, un brano ‘declamato’ tratto da “Kaleidoscope” e che ha inchiodato tutti alle sedie per il contenuto da pugno nello stomaco che ci ha obbligato a guardarci dentro.
Sono concetti e frasi di Franco Arminio che si trovano in tante sue pubblicazioni che ho riorganizzato. Lui affronta questi temi che mi sono carissimi, i contrasti continui dentro e fuori di noi e la fragilità; ho estrapolato il contenuto leggendo i suoi libri, ho fatto un lavoro di assemblaggio, aggiustamento e ricucitura per farne un testo unico da declamare.
Un modo molto CSI di colpire la gente e di usare la voce.
Eh sì, io vengo da quel mondo. Avevo voglia di esprimere quei concetti, di dirli in quel modo. C’è anche molta parola parlata in questo disco, ci sono tanti concetti importanti su questo mondo malandato, su questa umanità troppo individualista, abbiamo perso anche la capacità di pensarci comunità, insomma siamo molto incasinati. Non siamo capaci di evolvere veramente, di migliorarci, che tra l’altro è un concetto molto battiatesco. Infatti ascolto ancora spesso e molto volentieri le sue interviste, è un appiglio in un momento di grande perdizione. Speriamo che possa nascere qualche seme nuovo di una consapevolezza diversa, perché non so davvero dove andremo a finire, non abbiamo molto margine.
Soprattutto dal vivo, voi date sprazzi di bellezza musicale che sollevano lo spirito, il pubblico di stasera è andato a casa con semi di speranza, non è poco.
Mi auguro questo, che alla fine di un nostro concerto ci sia una vibrazione diversa. Ci deve essere un cambiamento, all’esterno e dentro di noi.

