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Non solo quelli, ovviamente, anche se di qui partiamo e qui atterriamo (o quasi) in una puntata di fine anno densa di bei lavori

 

 

Oggi la nostra attualità parte da un album di 46 anni fa, quanti ne sono passati da quel novembre 1979 quando fu inciso Duo “Bones” (Red), in cui il grande trombonista danese Kai Winding rinverdiva il glorioso sodalizio col collega di strumento J.J. Johnson (avete mai sentito parlare del Jay&Kai?) accanto al nostro Dino Piana (foto qui sopra), lp oggi debitamente riedito anche in cd, senza bonus, quindi 38 minuti belli densi, otto brani, di cui cinque con la gustosissima accoppiata (e sotto il trio Pieranunzi-Giovanni Tommaso-De Piscopo). Assolutamente magistrale. Necessario.

 

Approfittiamo della sponda, entrando nel merito dell’attualità reale, per dedicarci a un gruppetto di altri cd che al passato, come repertorio, fanno ampio riferimento. Crescente. I primi tre sono in piano solo, a partire dallo sfavillante (per tecnica, ma anche per inventiva) Kind of… (Notes Around) di Antonio Faraò, otto temi propri e quattro di altri, fra cui O que sera di Chico Buarque e l’immancabile (o no?) Round Midnight di quel Thelonious Monk, la cui presenza va, appunto, a crescere nei due successivi cd, uno, Lovely Day(s) (JMood), a firma Roberto Magris, con dentro, fra tutto il resto, due Monk, Bemsha Swing e il meno noto Let’s Cool One, in un clima più discreto, prudente ma di sicuro buon gusto, l’altro, The Songs I Like To Play (Notami), di Gaspare Di Lieto, dove i Monk, in un novero di sedici brani, salgono a sei, venendo a costituire la spina dorsale di un album molto corretto e anche piuttosto ispirato.

 

Tutto di marca monkiana è poi un cd peraltro affatto diverso, visto che a firmarlo è un quintetto di tutti fiati (un sax, alto, e quattro ottoni), con dentro bei nomi come Cristiano Arcelli, Fulvio Sigurtà e Massimo Morganti, che offrono colori belli pieni, sfavillanti (in senso diverso, ma nell’essenza neanche troppo, da Faraò) a temi già per loro conto di taglio unico, inconfondibile. Koro Almost Brass Plays Monk (Caligola) il totale, gruppo più album (largamente consigliato).

 

Monografico è anche Mingus Revisited (Caligola), con al centro nove pagine, per lo più assai rare, periferiche (e una s’intitola Jum Monk…), del grande contrabbassista di Nogales. Lo firmano un pianista, Matteo Alfonso, e un bassista (inevitabile), Giovanni Maier, che ne offrono una rilettura molto piana, corretta, senza particolari scossoni. Un brano di Mingus, ben noto, Goodbye Pork Pie Hat, figura poi in Portraits (Caligola) del trio del vibrafonista Luca Gusella (anche all’elettronica), di tratto molto elegante, accanto a tre temi dello stesso Gusella e altri di Konitz, Coltrane e Wayne Shorter (ecc.), Infant Eyes. Il quale Shorter – lui a salire – ne ha due, Black Nile e Yes or No, in Big Pulse (ancora Caligola, qui live) di un quartetto bello muscolare a nome di Lorenzo Conte, contrabbasso, e Michele Polga, sax tenore. Post-bop della più chiara acqua, con dentro anche pagine di Frank Foster, Joe Henderson e Paul Chambers (fra gli altri).

 

 

Giriamo decisamente pagina (almeno per il momento) per dire di un trio a sua volta “di repertorio” (almeno come matrice, perché in realtà i brani sono quasi tutti originali, più qualche rivisitazione), però tutt’altro: jazz imparentato col klezmer. Trattasi di Di visioni musicali (Sensible/Ishtar) del Rhapsodija Trio, clarinetti, chitarra e fisarmonica, che già l’organico ci dice che siamo, appunto, da un’altra parte. Cd assolutamente fragrante e ottimamente suonato, così come, su un altro piano, Magma (Auand) della giovane pianista senese Esmeralda Sella, nel classico trio con basso e batteria, ma con idee fresche, mai banali o supine. Insomma, una gran bella scoperta, come di fatto accade anche in Paracadute (Barly) per la ferrarese Irene Giuliani, lei pure pianista e nel classico trio, però anche alla voce, il che dà un tono un po’ diverso, più colloquiale, al tutto. Due lavori, sia come sia, che ci fanno capire che c’è ancora trippa per i gatti (cioè gli amanti di un jazz non di riporto e al di fuori dei soliti – pur spesso illustri – noti).

 

Siamo partiti dal trombone e al trombone torniamo, almeno per un po’, partendo da Brazzaville (Aut) del Dalaiquartet, tromba (Flavio Zanuttini), trombone (Mirko Cisilino), basso e batteria lungo tracciati solidi, corposi, ma anche felicemente screziati, mai monolitici (brani tutti del batterista Emanuel Donadelli), il che non si può dire di Uno spazio, quattro oggetti (myLab), cd “minimo”, incline al silenzio, se ce n’è uno, opera di un quartetto “democratico” (nonché votato all’improvvisazione totale) con dentro uno dei pontefici massimi del trombone contemporaneo (tout court), Giancarlo Schiaffini, più Rino Adamo, violino, Claudio Riggio, chitarra, e Marco Ariano, percussioni (tutti anche all’elettronica). Se diciamo che ci saremmo attesi ben di più di questi radi sgocciolamenti di suoni, rischiamo di passare per reazionari? Boh…

 

Trombone sugli scudi, a latere, anche in uno dei più bei dischi usciti di recente, Rituals (Aut) del quintetto del baritonista-flautista di Lentini Carlo Cattano (foto sopra), con al trombone suo fratello Tony, un’altra gloria del jazz siculo, Antonio Moncada, alla batteria, ed Emanuele Parrini al violino. Musica ricca (tutta di Carlo), abilmente concepita ed eseguita, fortemente identitaria e anche accattivante. Uno dei più bei dischi dell’anno, l’abbiamo detto.

 

Altro quintetto (tromba, vibrafono e guitar trio) in Birds (GleAM) del giovane trombettista livornese Tommaso Iacoviello, lavoro molto costruito, intenzionale, con buone idee e ottimo amalgama di gruppo (ci sono fra gli altri Nazareno Caputo e Ferdinando Romano), il che vale a maggior ragione per Face the Music (Da Vinci) del clarinettista Federico Calcagno (foto sotto), una delle più belle realtà dell’attuale scena jazz nostrana, come questo cd, bellissimo, non fa che ribadire. Gli è accanto il quintetto (più ospiti) The Dolphians, evidentemente ispirato al grande Eric Dolphy, di cui è presente un tema, Mandrake (da “Iron Man”), accanto ad altri nove tutti a firma di Calcagno, ricchi di idee, compositive e solistiche, molto originale, in un linguaggio che non ha proprio nulla di scontato.

 

 

Ugualmente identitario è Panorchestra (Flying Robert Music) di Tino Tracanna, con al centro un ottetto, robusto quanto screziato, in cui torna Calcagno e il brano extra si deve a Jimmy Giuffre (The Train and the River, ben noto). Tutto il resto è anche qui del firmatario o del suo alter ego Massimiliano Milesi, uno dei sei fiati (di cui quattro ance) che illuminano il cammino. Altro album magistrale, come in buona parte l’ultimo di cui riferiamo oggi, Our Sea Lies Within II (Aut) della Dooom Orchestra, dodici elementi dalle timbriche molto più varie (corde, percussioni e voce, oltre a una coppia di saxes) che determinano un sound cangiante e suggestivo, in qualche frangente vagamente epico-ritualistico, sempre di personalità, degna conclusione per una puntata piena di lavori di bel profilo.   

   

Fonti fotografiche: reddit.it (Monk & Mingus), Alberto Bazzurro (Piana, Cattano), autercords.com (Calcagno).

Artista:
AA.VV.