
Una domenica sera di fine febbraio, una giacca di pelle, un buon amico-collega e un po’ di musica a Bari.
Dopo un panzerotto e una passeggiata, le gambe chiedono un posto dove accomodarsi e le orecchie chiedono delle sonorità diverse dalle chiacchiere.
Così siamo entrati a Officina degli Esordi, dove Avincola raccontava un nome capace di intrigare anche Lucio Battisti.
Io e Alberto, lì dentro, ci siamo entrati come si entra in una storia già iniziata.
Sotto i riflettori, prima ancora delle note, le parole. ‘Dolce tu per tu‘.
Un libro autopubblicato, con un inaspettato successo tra i più venduti su Amazon alla voce Biografie.
Avincola lo racconta senza filtri, senza protezioni: come si racconta di un amico d’infanzia — ma a una sala intera. E in mezzo a quelle pagine, prende forma Enzo Carella.
Un artista che non si è mai lasciato addomesticare, che ha preferito sparire piuttosto che restare a metà. Uno di quelli che il mercato non sa dove mettere, e allora li lascia indietro. Ma certe storie non finiscono davvero, aspettano solo qualcuno che le venga a riprendere.
Ma ve lo raccontiamo insieme.

Tra me e Alberto navigava probabilmente già sottopelle la curiosità verso le opere di Carella, ma nessuno mai l’aveva stampata su carta prima di Simone Avincola, che a fine 2025 ha pubblicato la raccolta di testimonianze e racconti Dolce tu per tu. Un ritratto che approfondisce la genesi dietro quei sei album cult della musica italiana (“Vocazione” 1977, “Barbara e altri Carella” 1979, “Sfinge” 1981, “Carella de Carellis” 1992, “Se non cantassi non sarei nessuno: l’Odissea di Panella e Carella” 1995, “Ahoh Ye Nànà” 2007) con in mezzo anche il secondo posto al Festival di Sanremo nel 1979, ma anche le giornate di un romanaccio che spesso preferiva di più palleggiare nei campi di calcio. Canzoni e passeggiate. Interno e intorno, come le storie più sincere, anzi oseremmo dire leali.
E quando la musica comincia, succede qualcosa di strano.
Le canzoni non sembrano vecchie. Non sembrano neanche nuove.
Sembrano fuori dal tempo, come se fossero state scritte domani (come racconta Avincola nei suoi live).
L’introduzione a un artista solitamente esige dettagli di tempo e spazio, ma stavolta potremmo anche farne a meno. Perché qui, in questo caso, senza contesto né perimetro di racconto, basta suonare una sua canzone chitarra e voce per far notare la sensualità avveniristica delle liriche (ricordiamo che Enzo Carella ha scritto la quasi totalità dei suoi brani con Pasquale Panella, istrionico poeta e affabulatore, che la musica italiana conoscerà poi molto bene…), oppure lasciare scorrere lungo il solco dei vinili per riprodurre le atmosfere liquide di quell’impasto sonoro creato allora coi migliori musicisti in orbita Neapolitan Power.

Gli anni Ottanta scorrono tra le dita, ma senza polvere. Ogni brano è come se si riaprisse davanti a noi, come se fosse stato scritto per questa sera precisa, per queste persone precise. E allora capisci cosa intende Avincola quando parla di canzoni che cambiano al riascolto, che non si esauriscono mai. Quelle di Carella non chiedono di essere ricordate: chiedono di essere vissute.
Tra un pezzo e l’altro affiorano storie che non fanno rumore.
Telefonate che non passano. Porte chiuse. Scelte sbagliate, o forse solo troppo libere.
Un’epoca in cui sperimentare non faceva paura — o forse sì, ma lo si faceva lo stesso. Senza algoritmi, senza formule, senza la necessità di piacere subito.
E il pubblico ascolta. Davvero.
Ci sono ragazzi che non hanno mai sentito nominare Carella e lo scoprono lì, in quel momento, convinti che sia un autore contemporaneo. Ed è la cosa più giusta che possa succedere. Perché certe canzoni non appartengono a un’epoca: appartengono a chi le incontra.
Enzo Carella era talento purissimo, curiosità anarchica. Forse mai come con Carella, quando parliamo di potenziale, non vi è rimpianto, non vi è un “peccato!”, proprio in virtù del rispetto che abbiamo verso la sua figura. E mai come in questo caso abbiamo un esempio così esatto della parentela stretta che può esserci tra persona e artista, come uno spettro luminoso e pur coerente, in una fedelissima sublimazione dei propri valori: un “dolce tu per tu” davanti allo specchio, tra pubblico e palco.

Quando si ama qualcosa, si trova sempre un modo per restituirla.
Avincola lo fa mettendosi da parte, lasciando spazio a una voce che non c’è più ma che, in qualche modo, continua a passare attraverso la sua. Non c’è imitazione, non c’è nostalgia. Solo rispetto. Solo necessità.
E allora capisci che non era un omaggio, non era un tributo.
Era un tentativo riuscito di rimettere in circolo una vita.
E tornando a casa, tra le luci arancioni e il silenzio delle strade baresi, resta addosso una sensazione difficile da spiegare ma che diventa convinzione: alcune assenze, se le chiami nel modo giusto, smettono di essere vuote.
E per una sera, almeno, tornano a cantare.

Avincola
Officina degli Esordi (BA)
22/02/2026
