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“Onnivoro”.

 

È uno dei complimenti più belli che mi sia stato fatto da quando ho iniziato a scrivere di Musica.

 

Sin da bambino ho sguazzato nelle acque più psichedeliche, più rock, più rap, più pop, più strumentali, più cantautorali; tra mondi lontanissimi, lasciandomi trasportare dalle correnti senza preoccuparmi troppo delle etichette. Eppure il Blues, fino a qualche anno fa, è rimasto una terra osservata da lontano, una di quelle mappe che sai di dover esplorare prima o poi.

 

Forse è per questo che trovo 202 una sorta di guida musicale per avvicinarsi a questo linguaggio.

 

Roberto Formignani sigla un lavoro maturo e profondamente personale, che raccoglie ricordi, visioni e riflessioni lungo un percorso che attraversa il blues e, insieme, la vita stessa.

 

Già dal titolo emerge una dimensione intima e simbolica. Quel numero racchiude una serie di coincidenze significative: il giorno e il mese di nascita dell’artista, ma anche il numero di serie della chitarra che compare in copertina e che accompagna le registrazioni del disco, la numero 202 di una tiratura limitata di 300 esemplari. Un dettaglio apparentemente marginale che racconta invece molto del rapporto quasi affettivo che Formignani mantiene con la propria musica e con gli strumenti che lo accompagnano, romanticizzando quell’amore sacrosanto tra strumento e musicista.

 

La genesi dell’album segue un metodo creativo ormai consolidato nel percorso dell’artista: un processo lento e stratificato costruito però su intuizioni raccolte nel tempo. Un riff appuntato al volo, una melodia registrata sul telefono, una suggestione destinata a sedimentare per mesi prima di trovare la sua forma definitiva. È un processo che appartiene a chi conosce il valore dell’attesa e sa che alcune canzoni hanno bisogno di maturare come certi ricordi.

 

Le nove tracce di 202 compongono un itinerario che attraversa epoche, luoghi e stati d’animo. L’apertura è affidata a Early Fifties, una sorta di dichiarazione d’amore verso gli anni Cinquanta, il decennio in cui il rock’n’roll conquistava il mondo. Un tempo mai vissuto direttamente da Formignani — né, ovviamente, da chi scrive — ma percepito come una patria emotiva, una Zacinto foscoliana, una stagione mitica che continua a esercitare il proprio fascino.

 

Con Dirty Road il racconto si fa più autobiografico. È la strada percorsa da chi sceglie la musica come compagna di vita, tra sacrifici, compromessi evitati e la necessità costante di restare fedele alla propria voce mentre il mercato cambia volto di stagione in stagione.

 

Tra i momenti più toccanti del disco spicca The Blues Door (Gorée). QuiQui il blues torna alle sue radici più profonde. L’isola di Gorée, al largo del Senegal, diventa il simbolo di una ferita che attraversa la storia: la deportazione di milioni di africani verso le Americhe. Quella porta aperta sull’oceano, dalla quale si partiva senza ritorno, diventa metafora universale di perdita, separazione e memoria. E, in qualche modo, anche del dolore da cui il blues ha imparato a cantare.

 

La dimensione spirituale affiora in Hey My Lord, una preghiera laica che riflette sulla presenza di qualcosa che accompagna l’uomo lungo il proprio cammino, mentre Like When I Was Young riporta tutto al cuore pulsante dell’album: il blues come vocazione, come richiamo che continua a farsi sentire nonostante il passare degli anni.

 

Kunning On The Mountain è una strumentale che procede come un viaggio senza mappe, lasciando alla chitarra il compito di raccontare paesaggi, pendenze e orizzonti. In All In Vain emerge la fragilità umana, il dubbio che accompagna ogni percorso e la sensazione che gli sforzi possano talvolta apparire inutili. Una riflessione amara ma lucida.

 

L’atmosfera cambia con Irish, costruita attorno a un tema che richiama le tradizionali gighe irlandesi, mentre la chitarra si concede il piacere dell’improvvisazione, dimostrando quanto il suo linguaggio musicale sappia attraversare culture differenti senza smarrire la propria identità.

 

A chiudere il viaggio — percorso insieme Roberto Morsiani alla batteria e Alessandro Lapia al basso — è Refugiados. Chitarra classica e Dobro si intrecciano per raccontare il bisogno universale di trovare una casa, un approdo, un luogo dell’anima. È una conclusione che lascia aperte molte domande e poche certezze.

 

Se penso alla mia storia musicale, penso ai dischi di mio padre (dai Pink Floyd ad Alan Parsons, da Phil Collins ai Depeche Mode, passando per gli U2); al considerarli un’autorità, un legame, un gene che si tramanda. Mi ha fatto sorridere scoprire che anche la storia musicale di Roberto Formignani affonda le proprie radici tra i dischi jazz del padre e quelli rock del fratello maggiore.

 

Da quella prima chitarra acquistata a dodici anni fino ai palchi condivisi con grandi protagonisti della musica internazionale — compresa l’apertura di un concerto di B.B. King — passando per la Mannish Blues Band e l’esperienza televisiva di Quelli della Notte, il filo non si è mai spezzato; più che fil rouge direi fil blues.

 

È bello vedere 202 non soltanto come un nuovo capitolo discografico, ma come il punto di incontro tra passato e presente, tra i primi dischi del padre alla narrazione dei padri del Blues. Un album che non rincorre le tendenze ma sceglie la profondità del racconto, confermando ancora una volta come il Blues, prima di essere una musica, sia un modo — unico — di guardare il mondo.

 

202
Foto di Guido Harari
Artista:
Roberto Formignani
Etichetta:
AMF
Elenco Tracce:
01. Early Fifties
02. Dirty Road
03. If You Want to Be My Friend
04. The Blues Door (Gorée)
05. Hey My Lord
06. Like When I Was Young
07. Running on the Mountains
08. All in Vain
09. Sliding on the Blue Sunset
10. Irish
11. Refugiados
Anno di Uscita:
2026
Durata:
50:50