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C’è stato un momento, negli anni Ottanta, in cui la canzone italiana si innervava di un’estetica new wave, molto lontana dal cantautorato dei contemporanei, ma già affermati, Guccini, De André, De Gregori, e tesa alla sperimentazione, all’apertura verso nuovi orizzonti sonori, a uno scenario culturale più ampio.

 

 

C’è stato un momento in cui Renato Abate, alias Garbo, si affermava come il primo italiano a incarnare quell’estetica, equilibrando chitarra, basso, batteria con tastiere elettroniche, plasmando un suono affilato, che ricordava Depeche Mode, Ultravox, David Sylvian, Bowie, Kraftwerk, con testi visionari, densi di interrogativi inquieti, che intercettavano le domande di una generazione inquieta.

 

A Berlino che giorno è?; Quanti anni hai?; Come va?Come ti va? (da Cose veloci); Dimmi se le cose cambiano…La notte è lunga, cosa faremo? (da Moderni): domande di senso, che ci interrogavano, che non smettono di interrogarci; e desideri intensi: “Vorrei regnare sulle cose che cambiano… i volti”; gli stessi che abitavano la creatività inquieta di Franco Battiato, per cui Garbo ha aperto circa settanta concerti in tutta Italia, nel benedetto 1981 dell’uscita de La voce del padrone e di A Berlino… va bene.

 

 

C’è stato un momento, il 27 luglio scorso, a Como, in cui quegli anni mi sfioravano guardandomi, parafrasando i versi di quella canzone emblematica, Quanti anni hai?, che aveva accompagnato i giorni in cui molti di noi si sentivano moderni, vivevano Cose veloci e insieme percepivano che quei giorni li avrebbero inghiottiti e restituiti, decenni dopo, smarriti, ma ancora aggrappati alla musica.

 

Garbo, accompagnato in totale simbiosi, alla voce e alla programmazione, dal fedele, eclettico Eugenio Valente, alias Eugene, al suo fianco da anni, torna a Como per una serata unica, intima – anche se sono centinaia gli spettatori accorsi ad ascoltarlo – e densa di musica e riflessioni.

 

Un set emozionante, in cui i rumori di una radio e i visual tra il sogno e la realtà fanno da sottofondo alle parole mai banali di un uomo che attraversa la storia della musica italiana da cinquant’anni, rimanendo coerente alla propria ispirazione, e insieme sapendosi rinnovare con curiosità e passione. “Il mondo ha un’anima molto ammalata, ultimamente; e sembra sempre al capolinea. Ma sono proprio questi momenti che possono generare i cambiamenti, secondo me; dipende da noi!”, dice in chiusura a Vorrei regnare. “E ci accompagnano la vita su di un filo teso da quello ch’era ieri a quello che sarà domani…” è il verso che apre Scortati, e subito dopo Generazione, una sorta di inno generazionale: “Noi, padri del silenzio siamo polvere, e il vento ci disperderà…”.

 

I visual accompagnano e sottolineano le atmosfere sospese delle canzoni: antenne, tralicci, orologi interagiscono coi versi di Cose veloci, una chicca raramente eseguita negli ultimi tempi; le stelle illuminano Moderni; e intanto Garbo, seduto su una sedia vagamente esistenzialista, si accende una sigaretta e ci invita nel suo mondo, che non si ferma agli anni Ottanta, ma che tocca ogni decade, da Up the Line (1997) a Stella Nera (dall’album Fine, inciso con Luca Urbani nel 2015, “prima di Black Star…”), fino a Nel vuoto (2023), dal disco omonimo, da cui trae anche la splendida Sembra.

 

Instancabile, mai domo, ironico, sempre con lo sguardo rivolto al cielo e fiducioso in un cambio di passo per la nostra umanità – tanto da citare il recente Disclosure Day, come richiamo all’importanza dell’empatia -, il cantautore conquista tutti, sia quanti lo conoscono solo dalle sue apparizioni sanremesi, sia chi lo segue fedelmente da quei “grandi giorni”.

 

Un suo concerto riconcilia col mondo; e speriamo che, anche se a inizio concerto ha affermato: “Non scrivo più, perché ora non ho un cazzo da dire”, ci regali presto altra musica e altra bellezza.

 

 

 

servizio fotografico a cura di Laura Bianchi

Artista:
Garbo
Data Concerto:
27/07/2026

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