Curioso che più o meno negli stessi mesi due artisti della nuova generazione, ancorché separati da una decina di anni all’anagrafe, abbiano sentito il bisogno di risciacquare i propri panni in fiumi diversi, fiumi che scorrono in territori fuori mano, in epoche apparentemente morte e sepolte, buone ormai per i sussidiari (ci fossero ancora i sussidiari: ecco, erano epoche da sussidiari).
Se Avincola, dopo averlo spesso cantato dal vivo, ha dedicato un notevole album alla figura di Enzo Carella, cantante e musicista di nicchia che pure un suo piccolo culto ce l’ha e una sua eredità l’ha comunque lasciata (vero Marco Castello, Colapesce e Dimartino?), Olden, già autore anni or sono di un meritorio lavoro su degli inediti di Gianni Siviero, si è spinto coraggiosamente ancora più in là immergendosi mani e piedi nel repertorio di Franco Fanigliulo, cantautore ligure morto purtroppo troppo presto.

Ecco, di Fanigliulo non si può neanche parlare di culto è passato come una scheggia impazzita nel panorama italiano, lasciando ai posteri 4 dischi (3 LP e un Q disc) più un album postumo tanto raro quanto trascurabile. Già all’epoca si percepiva chiaramente che Fanigliulo era, e sarebbe sempre stato, un outsider, uno che era arrivato alla musica attraverso il teatro (e si avvertiva dall’interpretazione) e che tutto sommato non aveva intenzione di fermarcisi troppo a lungo: aveva il suo podere, nei dintorni di La Spezia, a cui dedicare le sue attenzioni. Una cosa seria, altro che lo showbiz. Eppure in un paio di occasioni, questo scorbutico spezzino ha portato la sua sbilenca traiettoria nei cieli di un pubblico più vasto: successe la prima volta quando uscì il film “Berlinguer ti voglio bene”, quando cioè Benigni era ancora Benigni: Fanigliulo è il cantante dei Romeo e Los Gringos, l’improbabile gruppo musicale di una festa popolare, ed è lui ad annunciare al microfono a Cioni Mario, che sta voluttuosamente ballando con una biondona, che deve andare subito a casa ché gli è morta la mamma (spoiler: non era vero). Se il film all’epoca fu visto da pochi, ben più audience ebbe la seconda epifania fanigliulana al grande pubblico, quando nel 1979 portò con successo al Festival di Sanremo la sua “A me mi piace vivere alla grande”, una canzone che piaceva molto a noi bambini con i sandali con gli occhi perché c’erano questi versi strambi (“ho un nano nel cervello, un ictus celebrale”), e poi ci faceva ridere questa cosa di lui che gli piace andare in giro per le favole in mutande. I suoi dischi riscuotevano qualche consenso della critica (senza esagerare), ma non venivano recepiti dal grande pubblico, nonostante lo sforzo della meritoria etichetta Ascolto, fortemente voluta da Caterina Caselli, che investì nei suoi primi tre album. Ma niente da fare: a parte l’exploit sanremese, che portò in classifica solo il 45 giri, lasciando sugli scaffali l’album “Io e te” che lo conteneva, Fanigliulo (così prese a farsi chiamare dopo il primo LP) rimase segreto per pochi. La morte, che lo colse nel 1989 a soli 44 anni, mise la parola fine a tutto, e quei dischi rimasero lì, oggetti da collezionismo mai più ristampati (con la parziale eccezione del secondo disco e del Q disc del 1983), e sostanzialmente ignorati.
Tutto questo solo per dirvi che grande cosa buona e giusta abbia fatto Olden, e di quanto avrei voglia di averlo qui davanti a me in questo momento per abbracciarlo. Perché non solo, sfidando ogni logica e ogni interesse personale, ha investito tempo e risorse per mettere insieme questo album, ma lo ho fatto in modo mirabile, restituendo al tempo presente quella musica e quelle parole finora rannicchiate in quei solchi di vinile un po’ gracchianti. Flavio Ferri (Delta V) alla produzione aiuta Olden a rivestire queste canzoni di suoni scintillanti e di arrangiamenti splendidi, rispettosi e allo stesso tempo personali. Da parte sua Olden fa un piccolo capolavoro di interpretazione: se la voce di Fanigliulo denunciava, come dicevamo, un approccio fortemente teatrale (che se dal vivo può essere un grimaldello, su disco rischia di essere un peso), Olden lavora per sottrazione, puntando all’essenza del mondo interiore di Fanigliulo. Ma sentiamo le sue parole: “C’è un punto cieco nella parola interprete, e sta nell’eccesso: nel voler dimostrare, aggiungere, lasciare un segno a tutti i costi. Fanigliulo, con il brano “L’artista”, prendeva di mira proprio questo: l’artista che si autocelebra. In senso profondo, lui era un anti-artista. Questo disco nasce da una scelta precisa: quella di togliere, non di imitare, né di aggiungere, per poter cogliere la vera essenza della sua poetica”.

Ma forse sarà il caso di scandagliare un pochino più da vicino questo album, che ogni amante della canzone d’autore, quella alta, quella irriducibile, quella vissuta sulla propria carne, dovrebbe avere. Saltellando un po’ tra i pezzi, ci imbattiamo subito in Buffone, il pezzo che apre il disco e che ha fatto anche da apripista, il quale rispetto all’originale dà più spazio alla chitarra e mette un po’ sotto il basso, ma ciò nonostante è comunque uno schiaffo, un vero e proprio manifesto.
Domani viene trasposta dal primordiale pianismo romantico in una dolente ballad dai sapori jazzati, e ci guadagna assai, e Olden a bravo a stare sul veloce fraseggio vocale che puntella il pezzo. Il Chirurgo, oltre a essere uno dei pezzi più visionari e profetici di Fanigliulo, è una delle (tante) vette di questo album, un pezzo che nel refrain diventa trascinante.
L’Artista, altro brano programmatico di Fanigliulo, è reso alla grande da Olden che ne smussa alcuni svolazzi vocali presenti nell’originale.
Ci sono anche brani, come La Giovanna (con la bella voce di Claudia Crabuzza) e Marco e Giuditta di eccellente fattura, che dimostrano come Fanigliulo fosse assai bravo nell’uscire fuori di sé (scordarsi di sé, verrebbe da dire) per tratteggiare personaggi dolenti.
Si chiude con Mi ero scordato di me (appunto) e ancora applausi, per come la voce di Olden porge il pezzo, tra esitazioni e riprese, anche qui sottraendo gli svolazzi teatrali di Fanigliulo, riportandola a un modo vocale che forse a qualcuno oggi potrebbe ricordare Brunori.
Ho fatto menzione solo ad alcuni brani di questo album, ma andrebbero citati tutti, perché sono canzoni, queste, che a riascoltarle oggi colpiscono e sorprendono, e continuano a parlarci, a toccarci.
E no, non c’è A me mi piace vivere alla grande.
Bravo Olden, davvero, e brava la Beta Produzioni, costola discografica di Marte Live, a credere in un progetto temerario e necessario come questo.

Olden
Beta Produzioni
01. L'Artista
02. E camminare
03. Buffone
04. Con te
05. Domani
06. Il Chirurgo
07. Marco e Giuditta
08. La Giovanna
09. Mi ero scordato di me
Ulrich Sandner: chitarra acustica ed elettrica, mandolino Dr. Tempo: batteria e percussioni Flavio Ferri: piano elettrico, chitarra Olden: voce Claudia Crabuzza: voce in “La Giovanna”
2026
42:16
