
Quando un evento si interrompe, il vuoto che lascia non si misura tanto sul calendario (specie d’estate), quanto in una storia comune costruita negli anni tra una comunità, un territorio e la sua musica.
Per questo il ritorno del ‘Blues in Town’, dopo due edizioni di pausa, non può essere letto soltanto come la ripartenza di un festival musicale, ma come il ritrovarsi di una comunità attorno a qualcosa che, in oltre vent’anni di attività, ha contribuito a definire l’identità culturale di Policoro – centro nevralgico della costa materana – e non solo.
Per cinque giorni (dal 21 al 25 agosto) i Giardini Murati si sono trasformati in un vero e proprio villaggio del blues: uno spazio nuovo, vissuto e attraversato da pubblico, musicisti, studenti, volontari e appassionati, che ha accolto concerti, incontri, seminari, jam session e momenti di condivisione, restituendo alla città uno degli appuntamenti culturali più riconoscibili del territorio. Un ritorno atteso che non si è limitato a riproporre una formula già conosciuta. Al contrario, il festival ha mostrato la volontà di guardare avanti, ripensando linguaggi, modalità organizzative e forme di partecipazione.

Dietro tutto questo continua a esserci il lavoro de ‘La Mela di Odessa’, l’associazione che da più di vent’anni rappresenta il cuore pulsante della manifestazione. Un ruolo che va ben oltre la semplice organizzazione di concerti e che trova riconoscimento anche nelle parole dell’amministrazione comunale, che individua nell’associazione uno dei soggetti capaci di contribuire alla crescita culturale della città e alla costruzione della sua identità.
Non è un aspetto secondario: in un tempo in cui la cultura è (troppo) spesso costretta a rincorrere logiche di consumo sempre più veloci, realtà come questa continuano a investire sul valore delle relazioni, della formazione e della partecipazione. Elementi che richiedono tempo, presenza e continuità.
L’edizione 2026 ha mostrato chiaramente questa volontà di aprirsi all’innovazione. Lo si è visto nelle scelte legate alla comunicazione digitale, nell’utilizzo sempre più centrale dei social, nella riduzione del materiale cartaceo e nell’attenzione verso linguaggi capaci di intercettare pubblici differenti — come dimostrano le interviste in collaborazione con ‘The Jar of Music’, canale specializzato su YouTube per contenuti musicali.

Soprattutto, lo si è visto nei volti. Su circa sessanta collaboratori coinvolti nell’organizzazione, la metà aveva meno di trent’anni. Ragazzi che hanno assunto responsabilità precise in ogni settore, contribuendo al funzionamento dell’intera macchina organizzativa.
D’altronde è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del Blues: un genere che affonda le proprie radici in una sacra memoria lontana e che continua a trovare nuove energie proprio nelle generazioni che quella memoria non l’hanno vissuta direttamente, ma che l’hanno ricevuta come un gene.
Lo stesso spirito attraversa la ‘BiT Academy’, sempre più centrale nell’economia del festival, e i seminari musicali che quest’anno hanno coinvolto trentacinque iscritti. Così come le jam session, che hanno visto alternarsi sul palco circa settanta musicisti, trasformando ogni sera in un luogo d’incontro prima ancora che in uno spettacolo.
Cinque giorni passano in fretta. Quello che resta, però, non è soltanto il ricordo dei concerti o degli incontri; resta la sensazione che attorno alla musica, seppure di un genere spesso considerato di nicchia, sia ancora possibile costruire comunità: chi arriva per ascoltare, chi per suonare, chi per imparare. Tutti, in qualche modo, contribuiscono a tenere viva una storia che continua a scriversi anno dopo anno, lasciando questa sensazione anche quando il palco si spegne.
Blues in Town 2026
Giardini Murati - Policoro (MT)
21/08/2026
