Ha vinto il Tenco 2008 come Miglior opera prima dopo aver conquistato tutto e tutti nell’affollatissimo ambiente dell’indie italiano. Con le sue Canzoni da spiaggia deturpata ha proposto un modo decisamente “attuale” di fare canzone d’autore, che tiene davvero conto di cosa è successo musicalmente parlando durante gli ultimi trent’anni dentro e fuori i nostri confini senza però rinnegare un certo tipo di tradizione, un po’ laterale ma ultimamente molto praticata (vedi alla voce Rino Gaetano). Vasco Brondi alias Le Luci della Centrale Elettrica ha cominciato strimpellando canzoni in camera sua ed oggi è una delle ipotesi più plausibili per il futuro del cantautorato italiano. Racconta come pochi lo spirito di questi tempi, ma con un’urgenza – e una lucidità – che farebbe bene a tutti.
Due anni fa nessuno sapeva chi fossi. Oggi sei uno dei quattro vincitori delle Targhe Tenco. Ci riepiloghi come
sei arrivato fino a qui? Ho sempre fatto una vita
assolutamente normale: sono andato a scuola, ho fatto la patente, ho iniziato a
lavorare in un bar a Ferrara a diciotto anni. E a quindici come qualsiasi
ragazzino ho cominciato a suonare il basso in un gruppo che naturalmente si è
sciolto. Un gruppo punk, niente di che. Dopo che si è sciolto questo gruppo mi
sono preso una chitarra e ho cominciato a strimpellarla in camera mia e sono
venute fuori le prime tre o quattro canzoni su cui non contavo più di tanto. Le
ho fatte sentire a un ragazzo che lavorava agli studi di registrazione qui di
Ferrara, il Natural Head Quarter, che mi ha detto che era una cosa particolare
perché in una cittadina allora tutti facevano metal o punk e nessuno si metteva
a fare una cosa da solo così, questo almeno quattro o cinque anni fa. Quindi
abbiamo registrato queste canzoni che in realtà erano abbastanza ignobili chitarra
e voce, però nel frattempo ci avevo preso gusto e avevo preso anche un po’ più
di fiducia e così ho continuato a farne autocriticandomi abbastanza e
coinvolgendo un mio amico che ci ha messo sopra l’elettrica eccetera… Ad un
certo punto ne ho avute altre sette o otto con le quali ho registrato un demo
che mi son tenuto in casa per due settimane. Poi per caso ho incontrato a
Bologna Moltheni, gli ho dato il demo e praticamente a lui era piaciuto
così tanto che mi ha subito proposto di aprirgli i concerti. Per me è stato
veramente inverosimile perché da camera mia sono andato davanti a duecento
persone a suonare, lui si è fidato ciecamente e ha avuto più fiducia in me di
quanta non ne avessi io stesso. Da lì l’escalation è stata
molto rapida…Sì, questa cosa mi ha permesso di
espormi in modo abbastanza forte, perché dal primo concerto ho cominciato da
subito a vendere venti-trenta demo ogni volta e parlando con altri gruppi
emergenti ho scoperto che è una cosa abbastanza straordinaria. La voce si è sparsa
velocemente, il mio MySpace ha cominciato ad avere cinque-seicento visite al
giorno fino alle duemila di adesso e altri artisti mi hanno appoggiato, molto
più che le etichette. Si sono interessati i Tre Allegri Ragazzi Morti,
gli Zen Circus, gli Ardecore e Giorgio Canali: tutta gente
a cui ho aperto i concerti, andavo gratis e intanto lavoravo al bar e mi facevo
dare i cambi turno. Parallelamente sul web sono cominciate ad uscire recensioni
molto positive a partire da Rockit, poi Rumore, Blow Up eccetera… Alla fine
dell’anno scorso abbiamo deciso con Canali di registrare un disco vero e
proprio, che poi è uscito a maggio di quest’anno (“Canzoni da spiaggia
deturpata”, ndr) e anche quello sembrava uscito dal niente ma non lo era
perché intanto avevo già fatto più di cento concerti. Fino ad oggi ha venduto
quattro mila copie e la prima tiratura di mille copie è andata subito esaurita
in una settimana perché il distributore all’inizio non lo voleva neanche questo
disco e adesso infatti si sta baciando i gomiti. A febbraio mi avevano mandato
anche ad aprire il primo live di Capossela a Londra, tutto esaurito, e
ai concerti la gente ha continuato ad aumentare fino a questa cosa del premio
Tenco. Ma come mai hai cominciato a
scrivere canzoni? È l’unica cosa che sono in grado
di fare veramente. Prima scrivevo in prosa soprattutto, poi sono cominciare a
venire fuori i pezzi. Non è che ho detto adesso mi metto lì e scrivo canzoni.
E’ stata una roba piuttosto naturale, non mi sono sforzato. Non so, ho sempre
avuto in mente fino da quando ero piccolo di scrivere, a me piace scrivere. Con che musica sei cresciuto? Ho sempre ascoltato più o meno le
stesse cose. Ho avuto periodi che ascoltavo più una sorta di punk diciamo, poi
più gli Afterhours, o il primo disco
dei Marlene Kuntz o i Massimo Volume e anche quel disco di
Moltheni che si chiama “Fiducia nel nulla migliore”. Parallelamente mi son
sempre piaciuti De Gregori, Battiato, Claudio Lolli, De
Andrè. E il nome come te lo sei
scelto? Sul tuo MySpace un po’ di tempo fa c’era una vignetta che raffigurava
un ragazzo e una ragazza di fronte ad un enorme cielo stellato e, se non
ricordo male, lui diceva a lei: «andiamo a vedere le luci della centrale
elettrica». Deriva da lì? Quella vignetta me l’ha spedita
una ragazza dopo che avevo raccontato in un’intervista di questa cosa che nelle
città non si riescono più a vedere le stelle e io mi ero immaginato quella
scena lì che ho messo in una canzone che c’è anche nel disco (Piromani, ndr)
e che poi ho scelto come nome. Rende bene l’idea, credo. La vittoria della Targa Tenco
come Miglior opera prima del 2008 è un passo importante. Come l’hai presa? Sicuramente è una cosa strana,
non posso dire che non ci speravo, sono successe talmente tante cose strane in
un anno e mezzo che poteva succedere anche questa. Dopo che ho saputo della
vittoria ho scoperto che in finale c’erano John De Leo e Ascanio
Celestini, due che seguo e che mi piacciono un sacco. Non avrei mai creduto
assolutamente di potere vincere su di loro: un conto sono io con questa cosa
che è venuta fuori da casa mia ed è stata registrata non a budget minimo ma
proprio a zero euro, un conto è il disco di De Leo che non oso pensare quanto
gli possa essere costato. Questa cosa mi fa sorridere perché poi dietro Le Luci
della Centrale Elettrica ci sono anche altre persone come Giorgio Canali o Manu
Fusaroli del Natural Head Quarter che mi ha fatto il disco, e anche i miei
amici. Ho scelto un nome corale anche per quello: io ci perdo la faccia ma è
anche vero che c’è un sacco di gente attorno a me senza la quale tutto questo
non sarebbe potuto accadere. Sono contento per tutto quello che mi sta
succedendo anche perché credo possa essere un incoraggiamento per tutti a fare
quello che si vuole. Il Tenco è uno dei templi
della canzone d’autore italiana. Sul tuo MySpace scrivi che la tua è una
canzone d’autore “attualizzata”. Che cosa vuoi dire? Pensi che ci sia una
canzone d’autore “non attualizzata”, quindi fuori tempo massimo? Mi faceva ridere più che altro la
rima cantautorato-attualizzato, anche se spesso e volentieri il cantautorato
come viene fatto oggi mi sembra abbastanza naif, fuori tempo massimo, perché
secondo me oggi è difficile fare della canzone d’autore senza tenere conto che
c’è stato il ’77, che c’è stato il punk, le distorsioni, che ci sono stati i
ritmi ossessivi della musica elettronica e poi soprattutto che ci sono state
tante tematiche di cui non si è ancora parlato. Non si può sempre parlare del
«vagabondo che sono io…», ecco. Sono stato molto contento della vittoria dei Baustelle,
perché anche il loro è un modo “attualizzato” di fare canzone d’autore. Anche
se adesso lo si definisce pop o come si vuole, in realtà si attualizza comunque
un certo modo di suonare e un certo tipo di temi trattati. E anche un linguaggio, no? Sì, appunto, anche un linguaggio,
assolutamente. Lo saprai meglio di me che chi cerca di fare oggi De Andrè o De
Gregori prende una quantità incredibile di botte. Non me lo sarei mai aspettato
in un tempio della canzone d’autore che le mie cose venissero riconosciute.
Alla fine ci è bastato spedire quelle quattro copie un po’ in giro, tra l’altro
pure in ritardo, e senza che conoscessimo i giurati e senza neanche un ufficio
stampa ce l’abbiamo fatta. Bello così, nulla da dire!Ma oltre ai Baustelle che hai
citato prima, trovi che ci siano altri cantautori più o meno nuovi che fanno
canzone d’autore “attualizzata”? Mah, guarda… io non seguo neanche
tantissimo le nuove uscite. Sto ascoltando ancora i Diaframma e Fiumani
che continua a fare un lavoro sul linguaggi. Ultimamente ho scoperto Fausto
Rossi, gli ultimi due dischi “Exit” e “L’erba” sono la cosa più
stravolgente che mi è capitata di ascoltare negli ultimi tempi. Mi piacciono
tantissimo le cose di Giorgio Canali, a fine anno uscirà il suo disco nuovo e
secondo me su questo nuovo lavoro c’è una cura della lingua davvero notevole.
Anche sugli altri c’era ma su questo in particolare, perché c’è una maggioranza
di ballate, chiamiamole così, strane, che non finiscono da nessuna parte e dove
indubbiamente è curatissima la parte testuale. Io ho derubato a piene mani
dalle sue cose, prima di conoscerlo ero tra i suoi più grandi fan e mi facevo
dare i cambi turno per andare a vederlo suonare. Quindi lavorare con lui in
studio sarà stata un’esperienza positiva…Sì, sicuramente, è stato
semplicissimo e bellissimo. All’inizio c’era un po’ di timore reverenziale e io
per questa cosa ero un po’ in paranoia, ma lui questa paranoia l’ha abbattuta
subito con il suo modo di fare. In studio è stato tutto molto semplice perché
ha avuto rispetto totale di come era la mia musica, l’abbiamo colorata ma
facendo le canzoni come volevo. Ho avuto da lui qualche consiglio e quale
critica, ma mi sollevava soprattutto delle questioni su cui poi decidevo io
cosa fare e cosa non fare. In questo senso mi ha solo aiutato e mi ha fatto
imparare anche qualcosa su come poter lavorare in futuro, magari anche più da
solo. Il demo però rispetto al disco
era molto più rabbioso. Tu in quale ti rispecchi maggiormente? Se devo essere onesto quando ho
finito le due cose non mi sono rispecchiato né in uno né nell’altra. Io rimango
qualcos’altro rispetto alle Luci della Centrale Elettrica, tutti e due i dischi
una volta finiti erano già usciti da me, erano appunto Le Luci della Centrale
Elettrica, che come ti dicevo non sono io ma è un nome collettivo, è una
descrizione di un contesto in cui io c’entro relativamente. Non è la mia
autobiografia, vuole essere una voce corale altra da me, capace di muoversi con
le sue gambe. Quindi è giusto definire le
tue canzoni “generazionali”? Perché fossero tali dovresti ricevere da chi ti
ascolta dei feedback piuttosto comuni… Io faccio le uniche canzoni che
sono in grado di fare, poi ognuno le può definire come vuole, è una questione
che proprio mi interessa. Le persone che mi ascoltano mi dicono che si
ritrovano, che non si ritrovano, cose del genere. Alcuni equivocano
completamente quello che dico, altri invece capiscono meglio e vedono che si
parla di coraggio e impazienza piuttosto che di disperazione, tristezza e poca
speranza. Per quanto mi riguarda preferisco essere un appoggio all’insofferenza
piuttosto che altro. L’insofferenza è un motore propulsivo per cambiare le
cose. La gente che ti ascolta è
piuttosto giovane. Ha la mia e la tua età. Esiste in loro questo motore
propulsivo? Oppure, appunto, «le piazze sono vuote, le piazze sono mute» come
canti in Per combattere l’acne? Oddio, ci sono mille altri modi
per cambiare le cose invece che stare in piazza a fare le assemblee. Non siamo
arenati nel ’68, le piazze sono piene di piccioni e di turisti e non me ne
frega un cazzo che ci sia altra gente a protestare. Non è lì adesso che si può
fare un cambiamento ma io non sono neanche un sociologo e non me la sento di
emettere giudizi che sono sostanzialmente pareri da bar perché io sono venuto
su in un bar e non in un’università. Ti posso dire che probabilmente il
cambiamento può partire a livello individuale, che bisogna votarsi ad una certa
solidarietà nei rapporti intimi e in quelli quotidiani. Ma la questione
rispetto al passato è più complessa, siamo tutti soli davanti a certe cose pur
condividendone le difficoltà. È un paradosso essere tutti soli davanti a un
certo modo comune di avere lavoro o a quell’altro tipo di difficoltà nell’avere
una casa, ma non c’è una comunicazione, su questo non ci piove. Probabilmente è
il classico e banale momento di transizione quello che stiamo vivendo e tutti
ci facciamo i cazzi nostri e si salvi chi può. In questo mi pare che ci sia
ben poco di “generazionale”. Intendo dire che se chi ti ascolta avesse davvero
l’urgenza che metti tu in ciò che canti, qualcosa – magari poco – sarebbe
cambiato. Altro che si salvi chi può. Sì, sì, forse sì. La questione è
molto complessa però. La realtà è completamente frammentata e probabilmente non
è neanche più possibile fare canzoni “generazionali” perché siamo completamente
divisi in tutto, dal modo di vestire alla scuola al tipo di lavoro che fanno i
genitori. Forse è proprio il concetto di generazione che è fottuto ed è anche
per questo che poi ci sono le varie nicchie di consumatori tra i teenager:
quello da Mtv, quello da tutt’altra cosa… In passato esisteva un frapporsi tra
mondo degli adulti e mondo giovanile, c’era un mondo era schierato contro
l’altro. Adesso quello tra mondo giovani e mondo adulto non è più uno scontro,
è un fuso orario proprio diverso e nello stesso contesto giovanile c’è proprio
una frattura che non è neanche quello di lotta ma è semplicemente l’ignorarsi e
il prendere ognuno le proprie strade. In pratica, correggimi se
sbaglio, stai dicendo la stessa cosa che affermi quando dici che «i CCCP non ci
sono più», cioè che manca un’appartenenza, una reazione ad un certi tipo di
impostazione della realtà. E’ rimasta solo «la gigantesca scritta COOP»…Non lo so, forse non è neanche
questo il punto. I CCCP non ci sono più e basta, insomma. Che poi non mi
ricordo neanche quando l’ho scritto, in realtà probabilmente volevo parlare
della mancanza di un certo tipo di musica che potesse essere legata della
società di quel periodo. Una cosa che mi ha colpito molto che diceva in
un’intervista Zamboni e che poi mi è stato confermato da gente che ha vissuto
quel periodo di persona è che i CCCP sono stati per molte persone
un’alternativa a diverse cose dure che ci sono state in quel periodo,
un’alternativa come poteva essere quella di andarsene in India o diventare
tossicodipendente o entrare nella lotta armata. I CCCP hanno dimostrato di
essere e sono stati effettivamente un’alternativa, sono venuti su completamente
dal basso, la loro storia si è intrecciata con la storia civile italiana
tutt’ora non raccontata ma che era qualcosa di veramente forte e infatti li
hanno seguiti tantissimo. E allora io penso che sia stato un delirio avere un
successo popolare per un gruppo con questo immaginario dietro e questa
intelligenza nel porsi. E’ un problema di tutti oggi, me compreso, il non
riuscire ad attirare un’attenzione popolare: io non credo ai gruppi per le
nicchie perché son troppo intelligenti e troppo d’avanguardia. I CCCP riuscirono
a superare le nicchie e a parlare a tutti. E’ soprattutto questo il senso di
quel verso. Però tu popolare nel senso che
dici tu un po’ lo stai diventando. Se fino ad oggi hai venduto quattromila
copie ufficiali sai benissimo che quelle che la gente ha in casa sono almeno il
doppio. Tutto questo con la scarsità di mezzi promozionali di cui dicevamo
prima…Sì, infatti vedremo se mi sparano
come John Lennon… (ridiamo, ndr).
Le Luci della Centrale Elettrica
