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A Casalecchio di Reno per incontrare uno dei cantautori storici del nostro Paese. Nei pressi del Liceo Scientifico dove insegna lettere e latino da anni, Claudio Lolli appare con una stampella, ultima appendice di una caduta che lo ha costretto ad annullare le prime date di un piccolo tour promozionale attorno all’uscita del nuovo capitolo discografico Lovesongs per quelli di Storie di Note. Un lavoro realizzato con il chitarrista Paolo Capodacqua, al fianco di Claudio da oltre un decennio, e Nicola Alesini al sassofono. Arrivando in auto da Milano, tempo un paio d’ore, il lettore cd gira sulle note di canzoni che appaiono collegate, rispondenti a uno stile letterario riconoscibile, niente di troppo raccontato, piuttosto flash rubati.

Dall’elenco delle canzoni scelte si nota che l’ultima in ordine di
uscita è datata 1988, da allora non hai più scritto canzoni d’amore?
Ho continuato a scriverne. Ci
sono stati vari criteri di scelta, pescando dal mio repertorio le canzoni da cui
scegliere erano ventidue, alcune troppo recenti per essere rivisitate e altre
erano già uscite con nuovi arrangiamenti, ma non per ultimo è contato il
giudizio dei musicisti che mi hanno accompagnato, una scelta anche emotiva. Parliamo allora di questi due musicisti che ti hanno accompagnato. Con il chitarrista Paolo Capodacqua divido molto del mio
fare artistico, sia su palco che su disco, e da tempo pensavamo di introdurre
un altro elemento. Nicola Alesini aveva suonato il sax in La scoperta dell’America nel brano Medley con rumori rosa, già allora mi aveva colpito il suo modo di
entrare in sintonia con noi, così è arrivata l’occasione propizia per un disco
a tre. Perché un titolo così? Era l’oggetto delle mail che mi
scambiavo coi musicisti e alla fine lo abbiamo tenuto a rappresentare questo
percorso nato da un’idea mia, magari anche per ripescare motivi che erano
rimasti in ombra e quindi l’intenzione è stata quella di riportarle alla luce. Riprendere canzoni d’amore scritte anche oltre trent’anni fa non hai
avvertito che parlassero un linguaggio che non ti appartiene più?
No, le difendo ancora tutte,
magari ci posso trovare qualche punta d’ingenuità, ma trovo che siano omogenee
e coerenti l’una all’altra, senza salti espressivi evidenti. Non abbiamo messo
l’inedito, per non giocare sulla solita formula, preferendo invece
rivitalizzare le otto canzoni selezionate che a dire il vero non mi sembrano
per niente invecchiate. Andando a risentire le versioni originali, per esempio La giacca, nello stesso album “Un uomo
in crisi” c’è Morire di leva, una
canzone molto elaborata e lunghissima, che racconta una storia vera, se non
sbaglio…
Sì, avevo conosciuto questo
ragazzo siciliano che faceva il militare a Bologna. Avevo già pubblicato il
primo album e qualche volta ci si fece compagnia, poi successe quel fatto, lo
trovarono con la cintura attorno al collo. Venne fuori questa canzone che
lasciò molti sbigottiti, però devo ammettere che dalla casa discografica non
fecero alcun tentativo per dissuadermi dal’inserirla in quell’album. Tornando a La giacca c’è una
frase che dice «non sarò fregato come tuo padre», magari oggi che sei diventato
padre non la scriveresti più?
Forse, ma era anche rivolta a mio
padre, essendo io di estrazione piccolo borghese, con i relativi valori
soffocanti. E sempre in La giacca emerge
la noia del vivere quotidiano, un argomento a te ancora caro?
Non solo a me, penso di non
essere il solo a riflettere su certi argomenti. Certo, oggi ho anche famiglia e
rispetto ad allora mi sento più sereno, ma l’atteggiamento di fondo resta,
magari riesco a introdurre una certa autoironia. Diciamo che si arriva a una
certa maturazione, per cui diventa possibile elaborare certi pensieri senza
esserne totalmente schiavi. L’aver costruito una famiglia è stata un modo per sfuggire alla
solitudine?
E’ stato un amore folle e
irresistibile, alcune canzoni sono scritte per lei, non c’era un progetto di
famiglia ma è capitato, di certo non sono stato con lei per non stare da solo. Quest’anno fanno quarant’anni da Woodstock, a segnare un periodo
irripetibile, per parte tua hai qualche episodio importante da raccontare?
Ricordo il periodo del Cile,
quando quelli di Lotta Continua cominciarono a telefonarmi per partecipare a
concerti nei palasport in città importanti come Pisa, Salerno, Napoli. Eravamo
più artisti e ciascuno eseguiva due o tre canzoni soltanto, ma per me è stata
un’esperienza importante, perché fino ad allora avevo fatto solo qualche
concerto all’Osteria delle Dame. Oppure ricordo una volta che mi chiamarono dei
ragazzi di Correggio, tra cui c’era Tondelli,
ancora non conosciuto come scrittore, mi chiamarono un pomeriggio a suonare a
casa loro tra un thè e un pasticcino. Quindi a parte queste poche esibizioni,
oltre a quelle di spalla a Guccini,
quell’esperienza nei Palasport mi ha rinfrancato verso una carriera che
comunque era solo abbozzata. Notai che con solo un paio di dischi alle spalle
molti del pubblico conoscevano le mie canzoni, poi mi è servito per allargare i
contatti, perché a fine esibizione ci si scambiavano numeri di telefono per accordi
su esibizioni a seguire. Pensavi davvero di diventare un cantautore? Per niente, avendo fatto il primo
disco un po’ casualmente, non mi aspettavo altro. Oltretutto la casa
discografica aveva cambiato direttore artistico, invece un giorno mi
telefonarono chiedendomi se avevo canzoni nuove, proponendomi di registrare un
altro disco. Non me l’aspettavo. Mandai il provino e mi lasciarono fare,
magari, a distanza di tempo posso ammettere che se mi avessero affiancato un
arrangiatore le canzoni sarebbero venute meglio. Infatti il secondo album appare
abbastanza naif, l’ho realizzato senza arrangiatore, io e il solo Andrea Carpi alla chitarra. Come è andata questa ospitata con Carboni che invece ha rifatto Ho visto anche gli zingari felici? E’ stato molto coraggioso, ci
siamo visti alcune volte, quando ha suonato a Bologna mi ha invitato a cantare
insieme alcune strofe. Con questo album dove rivisita alcune canzoni degli anni
settanta ha colmato un vuoto, perché lui nasce con un’altra generazione di cantautori
che fa a meno dei temi politici e sociali, avendo orientato le liriche
sull’intimismo e sull’amore. Ha creato un trait d’union che aveva prima
saltato. Ho visto anche degli zingari
felici
rifatta da lui è meno aggressiva, ma ha un suo stile piacevole. Cosa è successo che in quegli anni si è prodotto canzoni di così alta
letteratura?
E’ la conseguenza della
rivoluzione culturale del ’68, la cultura è stata riscoperta come qualcosa che
aveva un valore antagonistico. Io però continuo a scrivere molto, anche se non
passo la vita a scrivere canzoni, semmai prendo appunti, quelli sì, tanti, da
tenere nel cassetto per riprenderli e organizzarli, ma per fare questo devo
avere una motivazione. In quegli anni avevi una sorta di obbligo morale di
parlare e dire qualcosa. Oggi ce ne sarebbe più bisogno, non credi? Sì, ma il cortocircuito non c’è
più. Oggi hai una separazione assoluta di prodotti. Trovi il piccolo produttore
indipendente che stampa poche migliaia di copie di un disco e dall’altra parte
c’è la televisione, nel mezzo il nulla. Un tempo avevi molti supporti, dalle
radio, ai festivals, ai convegni, molti organizzati dal basso. Ricordo di
essere stato come spettatore al Festival di Poesia di Licola oppure al Parco
Lambro di Milano. Sullo stesso palco si esibivano molti artisti, uno diverso
dall’altro, perfino con generi diversi, oggi questo non accade più. La
contaminazione senza steccati portava arricchimento a tutti. E canzoni di colleghi sull’amore? Raggio di sole di Carboni e
molte altre di De Gregori, Guccini
Dalla. In Donna di fiume emerge l’associazione
amore e morte.
E’ un topos letterario, l’orgasmo
ti dà la sensazione della morte, questo immenso che trovi finalmente, come un
felice sprofondare nel nulla, per questo credo che ci piace. Come va il ruolo di professore di Liceo? Potrei essere libero già adesso
da questo impegno, ma preferisco mantenere il contatto con le giovani
generazioni, è una cosa che so fare e perché non farla, in una classe di
venticinque persone il lavoro di insegnante è difficile e impegnativo, perché i
ragazzi devi sedurli, senza disprezzarli, perché anche loro sanno fare cose che
io non so fare. La scuola è una delle poche agenzie che cercano di trasmettere
valori, il resto considera i giovani solo in funzione del mercato e di cosa
consumano.

(15/06/2009)
Artista:
Claudio Lolli