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Uomo colto e appassionato, Stefano Giaccone viaggia “in direzione ostinata e contraria” alla musica da supermercato e a qualsiasi approccio superficiale, nella vita come nell’arte. Viper Songs, il suo ultimo disco realizzato insieme al commediografo inglese Peter Brett, rappresenta al meglio questo orientamento votato alla profondità e alla ricerca, che in questo caso si è concentrata sul mito di Medea, a cui sono stati collegate varie tematiche che approfondiamo in questa bella chiacchierata.

Mi pare di capire che “Viper Songs” nasca da molti spunti differenti.
L’entrata, cito dalle presentazione, “con maggiore precisione emozionale”, in
alcune tue canzoni. L’incontro con Peter Brett. La traduzione, che poi è
diventata riscrittura, di tre canzoni di “Le cose ritornano” in inglese. I
testi in prosa che Peter ti ha proposto. Ma pure il mito di Medea. Il tema
della memoria. E anche quello della parola: cantata, detta, scritta. Potresti
tentare di dare un ordine agli spunti che ho elencato – magari aggiungendone o
togliendone, se lo ritieni opportuno – in modo da spiegare il senso più
profondo che tu hai dato a questo lavoro?
La porta d’ingresso, se vogliamo
definirla così, è stata il trasportare, il traslare alcune mie vecchie canzoni
da una lingua, l’italiano, all’inglese. Non si tratta mai solo di traduzione ma
di perimetri emotivi legati alle singole parole, al loro suono, alla melodia
delle frasi e soprattutto alla storia collettiva che le parole trasportano. A
farlo con me, Peter Brett, un uomo più anziano, un uomo di teatro, un uomo che,
da ragazzo, ha dovuto “traslare” la sua intera vita, lingua compresa, da un
luogo ad un altro, Vienna anni ’30 a Inghilterra dopo-guerra. Tutte le altre
porte che hai citato sono… comparse dopo, come in un gioco di domino. Trovo sia interessante soffermarsi sulla scelta della lingua inglese.
Che rapporto hai con essa? Tu, se non sbaglio, vivi stabilmente in Galles e
nella presentazione al disco parli della creazione di una sorta di “terra/lingua
franca”, “dove poter situare la memoria di un uomo, giovane, maturo o anziano.
O se volete di vari personaggi accomunati da un sentiero in quota o sulla
costa, ma sempre un sentiero nel mondo: la sua gente, la sua miseria e la
meraviglia del vivere”.
Io sono nato in California, da
genitori piemontesi. Mia madre ha parlato inglese pochissimo in quegli anni (i
miei primi sette), mio padre parlava con noi solo inglese. Sono cresciuto in
Italia e sono di lingua e cultura italiana ma sempre circondato da libri, ricordi,
canzoni in lingua inglese. Nei primi anni in UK cercavo di farmi assimilare,
parlando come loro, una cosa che so fare. Ma col passar del tempo l’inglese per
me è tornato ad essere la lingua dell’Impero e quindi la uso e basta. E il mio
accento torinese resiste nel cantare le mie canzoni, cosa che piace a me e a
agli inglesi! Ricordo sulla rivista jazz Down Beat, anni fa, comparare Tiziana Ghiglioni a Rossana Casale: la prima canta con
accento italiano con swing, la seconda canta come una americana ma senza swing,
senza entrare nello spirito del jazz. Qualcuno mi ha detto: canti in inglese ma
sembri sempre Fossati o Tenco. Ecco, appunto: ne sono felice.
Anche se la somiglianza con i due Meastri appena citati  è…remotissima!Sempre su questa scia, le canzoni inedite sono state scritte dal
principio in inglese? Quali differenze noti nell’usare le due lingue, al di là
della classica maggior facilità dello scrivere canzoni anglofone rispetto
all’italiano?
Sì. Le canzoni originali sono
state scritte in inglese. Non credo l’inglese sia più facile: nel rock,
certamente. Ma il rock deriva come idea “melodrammatica” dal blues, dove la
lingua è sempre in divenire, plastica. Si riesce a dire, con poco. L’italiano,
il greco o il castigliano sono lingue antiche, modellate su canoni antichi, di
ballata. Bisogna lavorare di più. Infatti il grave difetto che trovo in molta
musica d’autore italiana è la fretta di dare messaggi brevi e facilmente digeribili.
Non mi riferisco ovvio ai cinque o sei Maestri che ancora scrivono nella nostra
lingua. Tom Waits lavora sulle
parole. Cohen, Laurie Anderson, Bruce
Cockburn
, Richard Thompson e Wyatt. Il loro inglese è luccicante
come la sabbia sotto il sole. Noi fatichiamo di più perché la nostra lingua è
diventata un dialetto dell’impero. Altra cosa su cui volevo soffermarmi è la divisione in tre atti: tre
tematiche diverse? Che cosa le accomuna?
No. Scelta originata da Medea. Lei
connette i vari temi di cui parlavamo prima. Medea, quella dell’Opera di Cherubini. La Callas, Pasolini
piuttosto che la figura mitologica originale; comunque dividere in Atti mi
pareva allineato con questi riferimenti. Di queste tre una è esplicitamente dedicata a Medea, da cui viene preso
anche il titolo. Ad inizio di questo atto viene letto uno stralcio liberamente
tratto da “Lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro. Come hai incontrato questo
testo e perché lo avete scelto?
Facendo ricerca sulla figura di
Medea nella storia del teatro, dell’arte in genere. Ho letto decine di libri,
commedie, visto film e ascoltato varie musiche legate a questa figura. La parte
utilizzata introduce un elemento molto materiale (il cibo) nella comparsa di
Medea dentro il cd: la fame di vita, di memoria. E di oblio…Sul tema della memoria io ho percepito una sorta di collegamento tra
questo disco e “Come un fiore”, un collegamento che però non saprei esplicare
con lucidità. Credi che ci sia?
Lo credo anche io. In “Come un
fiore” la morte è la cornice delle varie storie narrate. La memoria è morte
anch’essa. Un atto di morte se vuoi. E’, per tornare a prima, anche la fame di
vita. E’ quello che ci fa umani, la necessità di rigenerare vita dalle ceneri.
Forse l’arte non e’ che questo. E’ ormai da qualche disco che si sente forte nella tua musica, credo
grazie anche alla scelta di vivere in Galles e alla collaborazione con Dylan
Fowler, una forte influenza del folk inglese, da quello più tradizionale a cose
più recenti come Nick Drake. Sei d’accordo? Quali sono i tuoi ascolti degli
ultimi anni?
Ascolto molta musica di qua, da
queste “isole”. Dal nord, insomma. Ascolto moltissima world music. Ma ascolto
soprattutto musica classica (Faurè, Debussy, Mahler, Webern, Stravinsky, ecc) e lirica. Delta blues,
quello poi è…il mio pasto quotidiano… Per tornare al folk inglese direi che
qui e in Sud America esiste una tradizione molto viva di “proiezione
folclorica”. Da noi, no. Ma noi abbiamo svenduto la nostra straordinaria
cultura popolare. Più che ascoltare, leggo e rileggo Pasolini, attraverso Giovanna
Marini
. Sempre riguardo la musica tradizionale,
come sei arrivato a The praties they grow
small
?
Proposta da Frankie Armstrong. Proposta che mi ha
fatto poi scegliere il brano di Corrado Alvaro. Il caos, nel mio fare artistico,
è il migliore direttore d’orchestra! Frankie è una straordinaria cantante folk
che ha registrato, diretto, cantato in tutto il mondo con moltissimi dei miei
“eroi”: Van Ronk, Dagmar Krause, per dirne due. Questo spettacolo lo consideri di teatro-canzone? Prendendo per buona
questa definizione io non ci trovo però un’influenza di Gaber, piuttosto sento
l’eco delle reading musicate in stile beat. Tu come la vedi? Porterete in giro
dal vivo una reading concerto che ricalcherà il disco?
Parto dalla fine. Non credo andrò
in giro con “Viper Songs” come spettacolo in sé stesso. Non ne ho la
possibilità. D’accordissimo con te: teatro-canzone ma alla Ginsberg. Un po’ in testa avevo anche “Song for Drella” di Lou Reed e Cale. E il “radio-dramma”, che va ancora forte qui. Gaber, no. Mai
piaciuto, scusami…Di nulla, ci mancherebbe! Infine volevo sapere da te, che a mio parere
hai scritto negli ultimi anni almeno due canzoni (mi riferisco a Canzone con dito medio e Nessuno chieda di entrare) che spiegano
perfettamente cosa è successo in Italia a livello
politico-culturale-antropologico negli ultimi vent’anni, come vedi dal Galles
il nostro Paese, che idea te ne sei fatto, che idea se ne sono fatti le persone
che là vivono intorno a te?
Il nostro Paese esiste nella
memoria. Esiste nella speranza che nei prossimi decenni possa crescere una
“visione” di noi e del mondo radicalmente opposta al Capitalismo e al suo Circo
dell’Intrattenimento. Quando mi dicono che faccio cose tristi, io rido. La
tristezza è il Lavoro, la mercificazione di tutto, il tempo, l’amore, la morte.
L’Italia viva è fuori dallo schermo televisivo, fuori dalle schermaglie di
neo-divi che imitano Jarrett e da
Sanremo, da tutti i Premi. Fuori da false divisioni politiche dove esiste solo
il Partito Unico, quello della Borghesia. Qui sembra tutto uguale. Ma non è
così. Tornare sulla strada, come Damien
Dempsey
, Chris Wood o Ken Loach. Daniele Sepe, Edo Cerea,
Lalli, fare un film sui morti della
Thyssen, i film di Gaglianone e Piavoli. La portata enorme di una
rivolta “visionaria” come in Chiapas.
La gente qui invidia il nostro sole, la nostra cucina. Tutto il resto, viene
irriso o schifato. Dobbiamo, possiamo tornare a dare al mondo (e ai nostri
figli) quella “goccia di splendore” se sappiamo spegnare la tv e Microsoft,
ascoltando la goccia di altri paesi, lontani, ma anche vicini. Il mondo è
piccolo, “paths that cross will cross again”, per dirla con Patti Smith!

(09/06/2009)
Artista:
Stefano Giaccone