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Diverse esperienza nell’underground romano, tra palchi e colonne sonore per piccole produzioni cinematografiche, e poi il grande salto con la colonna sonora di Come dio comanda, l’ultimo film di Gabriele Salvatores tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Coi Mokaledic ripercorriamo i punti più salienti del loro percorso musicale, approfondendo in particolare il lavoro fatto per il regista di “Mediterraneo”. Rispondono alle nostre domande Alessio Mecozzi (chitarra) e Cristian Marras (basso).

Ci raccontate in breve il vostro percorso fino ad oggi? Cris: La cellula del progetto è nata ormai tanto tempo fa, era
circa il 2000 ed Alessio e io, che già suonavamo insieme, abbiamo incontrato Alberto
e Maurizio dopo di che è iniziata una lunga fase di sperimentazione di suoni, di
forme espressive musicali e live nei locali underground di Roma che ha portato
a quello che sono i Mokadelic oggi, integrando ormai da tre anni la figura di
Luca che da produttore artistico è diventato componente. Alessio: Non è stato inizialmente facile la ricerca di musicisti
con cui condividere il mood e l’approccio che Cristian ed io abbiamo sempre
avuto nei confronti della musica. Un dare maggior importanza, nella fase
compositiva, alle emozioni, agli stati d’animo, a ciò che sentivamo dentro più
che alla tecnica e ai virtuosismi. Quando abbiamo incontrato Alberto e Maurizio
l’intesa è stata immediata. Qual è l’origine del vostro nome e da che cosa è nata l’esigenza di
cambiarlo da Moka in Mokadelic?
Cris: Io ed Alessio nella ricerca di un nome che ci rappresentasse
e fosse anche esso stesso musicale non riuscivamo a trovare niente di
convincente, poi abbiamo notato che nessuno dei due beve il caffè… da qui con
qualche saltino concettuale si era arrivati alla moka…poco prima di uscire con
il film abbiamo scoperto che anche un’altro gruppo aveva lo stesso nome,
pertanto abbiamo preferito cambiarlo per non indurre in confusione chi ci
avrebbe cercato, e fatto diventare una moka psichedelica. Durante il vostro percorso avete condiviso il palco con alcuni dei nomi
più importanti del post-rock italiano e non solo (Explosions in the sky, Mono,
Giardini Di Mirò): sono tra i vostri riferimenti?
Cris: Sono senz’altro gruppi che ammiriamo, che abbiamo avuto l’opportunità
di conoscere e con cui abbiamo condiviso il palco ma con destini, destinazioni
e fortune senz’altro diversi dai nostri. Per quanto ci riguarda i riferimenti
musicali però non finiscono lì, c’è molto altro ed ognuno di noi ha i propri. Quando
ci mettiamo a comporre non abbiamo riferimenti, ognuno si rivolge a se stesso ed
al gruppo nella maniera più libera, poi si condivide, si taglia, si allunga e ciò
che esce è il risultato di una alchimia che è difficile da esprimere con le
parole ed è sicuramente limitante riferire musicalmente semplicemente ad un
paio di nomi… (ammesso che sia necessario farlo). Siamo qua a parlare della
cosa che più di ogni altra deve essere in grado di emozionare per essere
credibile. Senza presunzione ti dico che non suoniamo brani che non Ci
emozionino. Per quanto mi riguarda poi le influenze le ritrovo, in realtà,
maggiormente in gruppi che sono molto lontani dalle sonorità dei gruppi che hai
citato sopra, sono cresciuto ascoltando i Joy
Division
da una parte e la psichedelica americana anni sessanta-settanta
dall’altra; molto dopo ho scoperto i Pink
Floyd
; ancora più tardi i Mogwai
e il post-rock. Alessio: Personalmente mi ha influenzato parecchio la scena shoegaze
inglese dei primi anni novanta, con quell’unione di melodie distorte e
delicatezza pop nel cantato. Attualmente sono molto interessato alla musica
classica contemporanea e all’elettronica minimale stile Boards of Canada. Concordo pienamente con Cristian comunque che
ognuno di noi ha delle influenze molto diverse tra loro che abbiamo imparato a
far convivere, anzi ad esaltarle.   Fare musica da film era la vostra intenzione originaria? Cris: Se non proprio dall’inizio dopo un certo periodo sicuramente
è diventato il nostro obiettivo principale. La musica e le immagini unite sono
un mezzo espressivo unico e potentissimo che è capace di emozionare molto più
intensamente di un live “normale”… quella delle immagini è una dimensione che
portiamo ormai stabilmente dal vivo e da cui non vogliamo sganciarci. Stiamo
collaborando con Andrea Cocchi della crew di Nonèchiaroprodìgi ed ogni live si arricchisce di particolari sempre
differenti, è a tutti gli effetti un altro elemento comunicativo fondamentale. Quindi anche il cinema è un’influenza molto importante per voi…Cris: Certamente sì. Ci sono vari registi che ammiro sia italiani
che stranieri, per citarne uno, per il puro piacere campanilistico dell’essere
italiani, ti dico che è cambiato il mio modo di vedere le colonne sonore dopo
aver visto “Zabriskie Point” di Michelangelo
Antonioni
, le cui musiche sono state curate dai Pink Floyd e da Jerry
Garcia
dei Grateful Dead, un’esperienza incredibile che lascia il segno e
che, almeno su di me, ha fatto scuola. Alessio: Sono un amante di David
Lynch
e di Badalamenti. Li ho
conosciuti con “Twin Peaks” e da lì li ho seguiti con costanza. Mi affascina
molto lo straniamento che creano, riescono a trasportarmi in un’altra
dimensione, in un qualcosa di altro che va oltre la somma delle immagini e
della musica. Apprezzo anche molto la regia di Inarritu e l’uso delle musiche minimali nei suoi film. E tutto questo come vi ha aiutato nel realizzare ciò che Salvatores vi
ha chiesto?
Cris: Proprio nell’evitare di concepire la musica come un semplice
tappeto che sale quando la tensione narrativa sale e che scende quando la
tensione scende. La musica è partecipe della storia, è capace di generare ansia
anche se si riprende una scena statica che poi porta (magari) ad un niente di
fatto, che fa sudare come se si corresse pur stando seduti. Spesso ci sono
colonne sonore che non sfruttano questo potenziale, noi lo abbiamo tra i nostri
obiettivi principali. La musica per “Come Dio comanda” è stata scritta e suonata prima delle
riprese, su precisa volontà del regista. Da cosa siete partiti per realizzarla?
Ci potete raccontare poi come si è svolto tutto il lavoro musicale sul film
dopo aver inciso i pezzi?
Cris: Abbiamo condiviso con Gabriele sin dall’inizio la visione
della colonna sonora non come commento alle immagini, ma come protagonista non
visivo della scena, è per questo che ci ha commissionato dei “provini” su temi
emotivi provati da noi stessi prima di partire per le riprese e quindi prima
che noi potessimo vedere alcuna immagine di riferimento. In questo modo siamo
stati stimolati ad immaginare delle ambientazioni sonore sulla base di ciò che
noi stessi avevamo provato nel leggere il libro e la sceneggiatura. Un metodo
di lavoro nuovo per noi ed inusuale nel cinema. I pezzi che avevamo scritto
sono stati delle interpretazioni libere, ovviamente dopo il montaggio è stato
fatto un lavoro di affinamento dei brani sulle scene, lavoro che però non ha
sconvolto la natura originaria dei brani, proprio perché durante le riprese la
nostra musica veniva mandata in diffusione e gli attori si muovevano sulla base
di quella. Per quanto riguarda poi le registrazioni ti posso dire che questa è
stata anche una colonna sonora fatta di luoghi, partendo dalla natura bucolica
dei luoghi in cui sono stati registrati i provini fino ad arrivare
all’ambientazione “vintage” delle Officine Meccaniche di Mauro Pagani a Milano. Luoghi bucolici ma periferici e isolati come quelli del film? Cris: In effetti è così, i provini sono stati realizzati in mezzo
alla natura, in una zona del Lazio nei pressi del parco di Veio, vicino Campagnano,
siamo stati in un casale preso in affitto da Niccolò Fabi, in mezzo a boschi, fiumi, cavalli, asini e tutto ciò
ci ha fatto dimenticare di vivere in una metropoli, gli stress quotidiani, sono
stati giorni di totale immersione nella musica e nelle ambientazioni che il
libro ci aveva suggerito. La natura ce l’ha messa tutta, noi pure…Alessio: Inoltre siamo sempre stati suggestionati dalla natura dato
che avevamo la nostra sala prove nelle campagne romane, quindi nella
composizione della colonna sonora come dei nostri precedenti album tale
influenza è forte. Adesso ci siamo spostati in una sala a Roma, vediamo se e
come cambierà il nostro modo di creare musica. Rispetto al libro di Ammaniti, la versione cinematografica della storia
è priva di uno dei due filoni narrativi, quello dello svaligiamento del
bancomat, che dà alla storia un sapore più avventuroso e cinicamente ironico.
Avete provato ad immaginare come sarebbe potuta essere un’eventuale colonna
sonora del libro?
Cris: Il film conserva gli aspetti del libro più drammatici e
totali, la storia originaria ha in se degli elementi grotteschi ed a tratti
comici che riflettono debolezze ed eccessi di questa società, francamente credo
che siamo stati agevolati, per nostra natura, a confrontarci con gli aspetti
emotivi che Gabriele ha voluto portare sul grande schermo. Alessio: Ci avrei visto bene una musica maggiormente elettronica,
con disegni ritmici irregolari,  drones e
beat sincopati su melodie trasognate, qualcosa di più metropolitano. E alla fine siete stati soddisfatti dal risultato? Scrivendo i pezzi vi
immaginavate quello che poi avete visto sullo schermo?
Cris: Sinceramente non credo potessimo chiedere di meglio, il
risultato in generale ci soddisfa molto, e questa è una cosa rara per noi,
essendo i primi critici di noi stessi, spesso capiamo una critica che ci viene
mossa ancor prima che l’interlocutore finisca la frase. In questo caso però
abbiamo fatto tutto al top delle nostre possibilità e di questo ne siamo
felici. Immaginavamo una natura simile a quella che avevamo vissuto durante i
provini, e molta la abbiamo ritrovata nelle immagini del film. Prima parlavate di Niccolò Fabi. Oltre alla colonna sonora di “Come Dio
comanda” recentemente avete partecipato al suo progetto “Violenza 124” (vedi
recensioni). Com’è stato lavorare alla cellula musica datavi in consegna da lui?
Cris: Con Niccolò ci siamo conosciuti nel 2006, avevamo un concerto
al Circolo degli Artisti di Roma e lui si trovava lì, dopo il concerto ci siamo
incontrati e da quel momento abbiamo iniziato a frequentarci, condividendo
tanto le improvvisazioni musicali quanto la passione per la cucina romana. Un
giorno di particolare serietà ci ha esposto quella strana ed intrigante idea
che era “Violenza 124” dandoci su un cd la famosa “cellula”; abbiamo accettato.
Non ci eravamo mai misurati con una esperienza di quel tipo, non avevamo mai
interpretato un brano altrui e questo ha costituito per noi una sfida, una
novità. La cellula dataci da Niccolò era molto elementare, un giro di chitarra,
un giro di basso ed un ritmo batteria alla velocità di 124 battiti per minuto.
Noi abbiamo cercato di scarnificare ancora di più quel giro rendendolo più
elementare e minimale, quindi nostro. Il lato affascinante del progetto era
proprio il fatto che noi avremmo in prospettiva duettato con persone che non
avremmo mai visto fino ad un ipotetico giorno in cui si sarebbero scoperte le
carte e l’opera definitiva avrebbe preso forma nelle nostre orecchie. Il
risultato è stato sorprendente, divertente, positivo. Gabriele Salvatores ha detto che la vostra musica “senza voce che
canta” è “quello che resta del rock dopo il diluvio”. Siete d’accordo con
questa affermazione? Il post-rock è dunque una musica post-diluviale?
Cris: Mi viene in mente un’immagine, il palco dopo il concerto, gli
amplificatori che urlano, gli strumenti poggiati sul palco, il sudore, la
voglia di ricominciare…assolutamente d’accordo. Alessio: Esistono molte forme/approcci musicali inseriti
nell’etichetta post-rock, a volte anche molto diversi tra loro. Penso che
Gabriele sia riuscito con questa immagine a descrivere in maniera molto
affascinante il sound dei Mokadelic e il nostro approccio alla composizione.

(03/02/2009)

Artista:
Mokadelic