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Caro Fabio, intanto complimenti per aver portato a termine il terzo volume della tua impresa gaberiana durata dieci anni e che ti ha portato a scrivere oltre 1200 pagine, a commentare praticamente tutti i brani musicali, i monologhi e i testi di un’intera carriera. L’ultima domanda sarà quindi che cosa credi abbia lasciato Gaber e qual è il suo maggior insegnamento per te personalmente. Iniziamo però questa chiacchierata con ripetere i titoli dei tuoi tre libri:

Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68. Un’analisi di alcuni spettacoli degli anni Settanta’, poi ‘Giorgio Gaber Sandro Luporini e gli anni Ottanta. Gli spettacoli del decennio’ e infine quello appena uscito, ‘Giorgio Gaber Sandro Luporini e la fine del secondo millennio, Gli ultimi spettacoli: 1991-2003’.

 

 

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E cominciamo proprio da qui, dalla presenza di Sandro Luporini fin dai titoli delle tue opere. Era un’intuizione che avevo avuto anche io nel mio libretto del 2003 (si parva licet!) che la locuzione corretta fosse “Il Teatro Canzone di Gaber e Luporini”. Vuoi approfondire il suo ruolo e spiegare anche chi è Sandro Luporini?

Sandro Luporini, che oggi ha 95 anni (portati bene!), di professione pittore – uno dei più grandi del ventesimo secolo italiano – è stato l’autore delle parole della stragrande maggioranza dei pezzi, canzoni e monologhi, del Teatro Canzone (anche se il suo ruolo di ‘paroliere’ di Gaber era cominciato nei primi anni Sessanta). Il suo ruolo è stato quello di dare forma verbale alle interminabili discussioni che lui e Gaber avevano sui temi più diversi. Una forma verbale alla quale Gaber avrebbe dato poi forma musicale e teatrale. Si può tranquillamente affermare oggi che senza di lui il Gaber che conosciamo non sarebbe mai esistito.

 

Tre particolari di quadri di Sandro Luporini – Archivio Luporini

 

Una carriera durata più quarant’anni porta a chiederci se ci sono stati tanti Gaber o se in fondo un solo Gaber per tutta la sua carriera.

Fin quando era vivo non c’erano dubbi che ci fossero stati due Gaber, e il primo ad affermarlo era lui stesso. Un Gaber anni Sessanta, preso da tante cose, presentatore, cantante, intrattenitore. Il Gaber delle sale da ballo e della televisione, un artista più leggero. Poi, con gli anni Settanta, il Gaber del teatro, teatro canzone o teatro di prosa, un Gaber più impegnato, più profondo. Il giorno dopo la sua morte, dovendo mandare in onda uno ‘Speciale Gaber’, la Rai aveva a disposizione soltanto materiale anni Sessanta. E da quel momento, quel primo periodo è stato enormemente rivalutato. Ma non era il caso finché Gaber era ancora in vita.

 

Possiamo allora dire che Gaber sia stato un uomo libero e anche, nel suo modo particolare, coraggioso?

Ne parlo alla fine del mio libro, vi dedico tutto un capitolo. Non ho una risposta netta da darti. Preferirei lasciare il lettore giudicare. Certamente Gaber non era quella statua che tanti oggi gli hanno costruito. Era un uomo molto più complesso per non dire compromesso in certi momenti e ambiti della sua vita (parola che lui stesso usava per sé stesso, “Sono uno che conosce il compromesso” diceva ancora nel 1993). Direi però che bisogna assolutamente riconoscergli un coraggio artistico, quello che l’ha fatto scegliere il teatro come unica forma di comunicazione con il pubblico, dicendo sempre di no alle tante proposte che gli venivano dal cinema e dalla televisione, soprattutto negli ultimi anni.

 

Gaber e Luporini in una foto d’Archivio della Fondazione Gaber

Da qui seguiremo un po’ la traccia del tuo capitolo conclusivo dove tu lavori a una ridefinizione del ‘mito di Gaber’. Dico ridefinizione e non distruzione. Concordi?

Un mito lo si sfata, non lo si distrugge, non è la stessa cosa. In ogni caso, è forse soprattutto in questo ultimo capitolo che mi sono sentito il più “gaberiano” e “luporiniano”, nel senso che ho cercato di fare come loro che hanno passato la loro carriera a sfatare miti. Un Gaber mitico sarebbe stato quindi una specie di “ossimoro” per lui. E poi non ho inventato nulla. Ho lasciato Gaber sfatare da solo il mito che gli hanno costruito attorno, citando le sue stesse parole.

 

Ora faccio una domanda inutile sapendo che invece la tua risposta sarà coerentemente chiarificatrice: ma Gaber era di destra o di sinistra, o Gaber Luporini era (erano?) Gaber Luporini?

Gaber e Luporini hanno sempre affermato una cosa: siamo antropologicamente, fisicamente di sinistra. E questo, fino alla fine, fino alle ultimissime interviste che Gaber ha potuto rilasciare poco tempo prima della sua morte nel 2003. Però questo loro essere fisicamente di sinistra non coincideva con l’essere partiticamente di sinistra. Per loro questo era ovvio, per tanti non lo era e non lo è ancora per niente. Gente di sinistra che critica la sinistra… forse era capibile all’inizio degli anni Settanta, quando la politica esprimeva ancora un pensiero. È diventato del tutto incomprensibile dopo, e in particolare negli anni Novanta, quando lo scontro destra-sinistra si faceva soltanto a colpi di slogan e di insulti, ‘isterici’ come dicevano loro.

 

Da quello che hai detto viene la domanda dopo. Possiamo dire che Gaber fosse tout court un’intellettuale o questa è una definizione impropria per un’artista di teatro qual era in fondo lui?

Gaber ha sempre rifiutato questa etichetta che tanti gli hanno affibbiato nel corso della sua carriera e ancora oggi. Non amava leggere i libri e non si vergognava di dirlo. Se qualcosa lo interessava in un libro, lo faceva leggere agli amici. La sua cultura si nutriva delle chiacchierate con persone che lo interessavano. Faceva tante di quelle domande, e di una rara penetrazione che alla fine non sapevi più chi avesse letto quel libro. No, il vero intellettuale era Luporini. Era lui che aveva tutto quel bagaglio di cultura che traspare con tanta forza nel loro teatro.

 

Un manoscritto di Sandro Luporini – archivio Luporini

 

Tu definisci il teatro di Gaber Luporini “un teatro di emozioni intelligenti”. Che cosa intendi? Che ruolo hanno il comico, il tragico, l’elegiaco-melanconico nel loro lavoro?

Verso la fine della sua carriera Gaber dice che ha scelto il teatro per dare una “resa emotiva al concetto”, cioè per comunicare il suo pensiero attraverso tutto un gioco di parole, suoni, gesti, tempi teatrali, luci. I suoi spettacoli facevano emozionare per meglio riflettere. Per questo le ho chiamate emozioni intelligenti perché non erano fine a sé stesse ma a una più grande riflessione da parte del pubblico. Non c’era quel trionfo dell’emotività pura che si poteva invece avere, per esempio, nei concerti dei suoi amici cantautori negli stadi. E Gaber è stato un maestro, un architetto nel disegnare un “arco emotivo” all’interno non solo di ogni spettacolo ma anche di ogni pezzo. Ti faceva ridere, piangere, indignare… e sapeva ben dosare i diversi registri.

 

Tu hai letto centinaia di interviste di Gaber (e le hai pure catalogate! una per una!). Io ritengo che l’intervista sia una scienza imprecisa ma utile nella sua ripetitività. Dopo un po’ la verità viene a galla. In conclusione, secondo te, qual è stato il rapporto di Gaber con la stampa?

Anche qui bisogna sfatare una leggenda metropolitana, quella di un Gaber uomo riservato che si sarebbe concesso poco ai giornalisti. La mole delle interviste di cui disponiamo oggi (scritte o orali) afferma piuttosto il contrario (e per le ore passate a catalogarle, leggerle e a volte ricopiarle posso dire che il nostro artista amava parlare e dialogare con i giornalisti…). Certo, a volte Gaber si lamentava che i giornalisti tradissero il suo pensiero, interpretandolo o citandolo fuori contesto. Per questo, nel nostro lavoro, abbiamo privilegiato quelle interviste lunghe, rilasciate spesso ad amici giornalisti, in cui aveva lo spazio per spiegare bene cosa intendesse dire con tal o tal pezzo dei suoi spettacoli. Oppure, quegli interventi registrati in cui le sue parole sono disponibili allo stato puro.

 

foto di Micaela Bonavia

 

Veniamo, per dare l’idea dello spessore del tuo lavoro, alle tue scoperte filologiche: Celine.

Non è una scoperta mia. Altri avevano già scritto sugli apporti celiniani presenti nel Teatro Luporgaberiano. Quel che è certo è che la prosa luporiniana (perché certamente non si può parlare di prosa “gaberiana”) risente del ritmo e della musica dello stile celiniano. Una scrittura che è teatrale nel suo stesso nascere, con il suo stile diretto, i suoi punti di sospensione, le sue descrizioni senza fronzoli, le sue prese di posizione controcorrente, la sua polemica al vetriolo, la sua ironia che non lascia scampo, il suo lucido pessimismo…  Ma c’è anche tanta umanità nelle pagine di Céline e anche questa è passata nel teatro canzone.

 

Tra le tue scoperte c’è anche Montale nella canzone che io (e non sono il solo) considero uno dei vertici del ‘Teatro Canzone di Gaber e Luporini’. Vuoi parlarci dell’Illogica allegria?

L’Illogica allegria è uno dei brani contenuti in Pressione Bassa del 1980

È Luporini che un giorno mi ha detto: “Ho avuto la fortuna di conoscere alcune persone che hanno avuto la fortuna di conoscere Eugenio Montale, che per me è una specie di dio”. Non è stato difficile ritrovare diverse tracce montaliane nel Teatro Canzone. L’illogica allegria ne è sicuramente l’esempio più calzante. Ricorda la poesia ‘Forse un mattino andando in un’aria di vetro’. Il senso del mistero, del miracolo, nel senso appunto montaliano, che può irrompere ad ogni momento dell’esistenza, come quando uno si trova “da solo, lungo l’autostrada alle prime luci del mattino”, come dice la canzone. È tutto un aspetto del loro teatro poco conosciuto, un aspetto sicuramente più luporiniano che gaberiano, ma che Gaber ha saputo interpretare sul palco con grande maestria e un intenso lirismo.

 

Tu però dai uno spazio particolare anche a un altro capolavoro come Non insegnate ai bambini.

L’hanno chiamato il loro testamento. Ha accompagnato la fine delle esequie di Gaber nell’Abbazia di Chiaravalle, come se si trattasse di un suo, di un loro, testamento. Sono d’accordo. Per questo l’ho lasciata per ultima nelle mie analisi delle canzoni. “Non insegnate ai bambini / ma coltivate voi stessi il cuore e la mente / stategli sempre vicini / date fiducia all’amore il resto è niente”. E qui permettimi un’autocitazione: “L’ultima parola è ancora per il primato della vita, ma di una vita ‘coltivata’, e di un amore frutto di questa coltura/cultura personale”.

 

Bene. Siamo all’ultima domanda. Che cosa ha lasciato Gaber e che cosa ti hanno lasciato Gaber e Luporini? In un altro tuo libro, in modo diverso, prezioso, dici: “Se un giorno dovessi mai scegliere qualcuno, non da cui imparare verità assolute, ma con cui navigare in mare aperto, sceglierei Giorgio Gaber”. Ci spieghi anche queste parole?

Nella tua citazione bisognerebbe aggiungere “sceglierei Giorgio Gaber e Sandro Luporini”. Ho passato dieci anni della mia vita in compagnia di questi due artisti. In compagnia delle loro canzoni, dei loro monologhi, delle loro interviste. Non se ne esce indenni, è chiaro. Ho imparato tanto. Il navigare in mare aperto significa riconoscere il valore del dubbio come chiave che ti schiude tanti mondi e ti impedisce di rinchiuderti in una gabbia di sole certezze. Senza dimenticare quella loro lucida autoironia che traspare in tanti pezzi, quel loro non prendersi mai davvero sul serio, quel sorriso che non giudica, quella lucidità che non diventa mai cinismo. Una scuola di umanità, in fondo.

 

Sandro Luporini e Fabio Barbero – Archivio Fabio Barbero
Artista:
Fabio Barbero