Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

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L’alluvione costringe pure la Roma a rimanere negli spogliatoi, ma non impedisce a Marco Notari di scambiare due parole con L’Isola che non c’era. Il nuovo disco Babele, l’esperienza alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani e il tour ancora in corso sono gli argomenti di discussione dell’incontro con il cantautore torinese, che si appresa a vivere l’anno che lo aspetta tra nuove prospettive e punti fermi.

Sei
soddisfatto di come suona l’album?
Sì,
sono soddisfatto, anche se per mia natura correggerei sempre qualche cosa. Su
queste canzoni ci abbiamo lavorato parecchio, abbiamo fatto tanta preproduzione
in saletta, questo ci ha aiutato molto per avere un disco che ci soddisfacesse
in pieno. Io sono di quelli che farebbe sempre più prove e limerei sempre
qualche cosa, anche se devo dire che il fatto di aver lavorato alle Officine
Meccaniche mi ha aiutato tantissimo ad avvicinarmi all’idea di album che avevo
in testa.

Quanto
lavoro c’è dietro questo album, anche calcolando l’uscita di qualche mese fa
dell’ep “Io non mi riconosco nel mio stato”?
In
realtà l’album è stato registrato tutto prima dell’ep. In studio abbiamo
passato circa un mese, anche se parecchie cose erano già pronte, come i loop elettronici
di Piuma e Arrivederci. In studio abbiamo lavorato molto sui suoni, sugli
arrangiamenti e nel correggere il meno possibile in fase di mixaggio, puntavamo
ed essere diretti, semplici e puliti.

Che
tipo di esperienza è stata registrare in uno studio in cui hanno lavorato tutti
i migliori gruppi e artisti italiani?
Le
Officine ti danno qualcosa in più già come ambiente di lavoro. Il clima che si
respira al suo interno è particolare e ti concilia con il lavoro che devi fare.
Poi per un musicista saper di poter utilizzare tutti gli strumenti che ha in
studio Mauro Pagani è elettrizzante.
Avevamo intenzione di inserire il pianoforte solamente in due canzoni e invece,
una volta entrato in studio e suonato il pianoforte che c’era lì, ho deciso di
inserirlo in cinque o sei pezzi.  Oppure
in Sacrilegio di luce ci serviva un
particolare suono di tastiere e Pagani ci ha fatto vedere un organetto indiano
molto particolare ed abbiamo utilizzato proprio quello.  Poi c’è da ricordare il grande lavoro di Taketo Gohara,
un fonico eccezionale che ha saputo tradurre in suoni tutte le nostre
intenzioni.
In alcuni tuoi testi trattano temi sociali della tua generazione. Si può al
giorno d’oggi utilizzare la musica come mezzo di denuncia o come riflesso di
una società che cambia?
Secondo me si può ricominciare a farlo. C’è un po’ di reticenza da parte
degli artisti a parlare di certe cose, un po’ perché si rischia di diventare
retorici, un po’ perché una volta si credeva di più in un certo cambiamento,
invece oggi c’è molta sfiducia nel cambiamento, disillusione e menefreghismo. Io
però leggo tutti i giorni delle cose che mi fanno veramente incazzare, senza entrare
nel merito politico o indicare una direzione. Il mio obiettivo è quello di creare
una certa reazione da parte dello spettatore, sia essa positiva o negativa . Va
bene anche prendere delle critiche per i testi che uno scrive, però c’è il bisogno
di scuoter la gente da questo stato anestetizzante in cui ci troviamo, in cui
tutto sembra già visto, già sentito, già vissuto.

Parlami
un pochino della tua idea di concept album e di quando ti è scattata la
scintilla per creare un certo legame tra le canzoni.
Crisalide è un
pezzo che avevo scritto sette-otto anni fa ma mai utilizzato perché non ero
stato in grado di dargli la veste giusta, quella trovata in questo ultimo anno.
Dopo questo brano ho composto Piuma, Io non mi riconosce nel mio stato, Lucia ha una pistola, La mia vita è un investimento sicuro, e
sentivo che c’era la base per costruirci su una storia. Mi è sempre piaciuto
avere un disco che ti potesse raccontare una storia, anche perché sono
consapevole di essere molto prolisso, faccio fatica a chiarire un concetto in una
canzone, e così ho provato ad andare avanti su questa strada. Vedevo che aveva
un suo senso, volevo che fosse una storia che lasciasse spazio
all’immaginazione e che ogni pezzo funzionasse bene anche estrapolandolo dal
contesto dell’album.

Parlami
dei due personaggi di Cristiano e Lucia.
Nei
due personaggi ci vedo anche qualcosa di autobiografico. Cristiano rappresenta
quel qualcosa che mi sono tirato fuori perché non mi piaceva, di cui avevo
paura. In Lucia invece ho cercato di rappresentare una sorta di esortazione, un
punto che ora vedo lontano ma a cui spero un giorno di arrivare.

Mi
è sembrato di scorgere un certo lavoro psicanalitico su te stesso e sulle
persone che ti circondano, come hai riletto tutto ciò?
In
effetti è stato un certo studio psicanalitico inconscio. Sono arrivato alla
fine pensando di aver scritto una cosa che non mi riguardava affatto. Quando
sei dentro una cosa fatichi a comprenderla a pieno, riascoltandola alla fine ho
compreso dei tratti che pensavo abbandonati ma che invece riaffioravano decisi.

La
band che ti segue nei live è praticamente la stessa da molto tempo, che tipo di
rapporto c’è a livello di composizione e arrangiamento dei pezzi?
Nel
precedente album io avevo il pezzo già in mente, arrivavo in saletta e lo si
arrangiava insieme. In questo ultimo lavoro il processo di lavorazione è stato
diverso. Ci sono stati brani in cui ho lavorato da solo, li ho composti,
arrangiati e suonati praticamente da solo. Poi ci sono brani come Piuma e Babele in cui l’apporto della band è stata fondamentale, in cui il
risultato finale è stato completamente diverso da come erano nati.

Nel
precedente tour hai aperto diverse volte i concerti degli Afterhours e dei Marlene
Kuntz, cosa rappresentano per te queste due band?
Per
me sono dei punti di riferimento, soprattutto per il loro percorso artistico
che è stato molto bello e sempre coerente. Loro sono molto intelligenti a dire
no a parecchie offerte che gli darebbero molta visibilità a scapito della
qualità del percorso artistico. Da ragazzino seguivo moltissimo gli Afterhours mentre i Marlene Kuntz continuo a seguirli ancora
oggi attraverso gli album. Mi piace molto l’approccio che hanno con la musica,
la loro coerenza nel cercare sempre di fare cose nuove, uno stimolo per la
crescita artistica che li ha portati a ricevere più critiche che apprezzamenti,
soprattutto dal pubblico della prima ora che fatica a riconoscersi nei nuovi
lavori.  

Prendendo
in prestito una tua strofa, secondo te oggi quale può essere un «investimento
sicuro»?
Oltre
ad andare via dall’Italia? (risposta immediata e accompagnata da un sorriso
consapevole, ndr). Secondo me una
cosa intelligente sarebbe quella in cui noi musicisti ci concentrassimo anche su
quegli aspetti non propriamente compositivi prendendo così il posto di addetti
ai lavori sempre più impreparati. Molti ancora non si rendono conto che il
mondo della musica è cambiato radicalmente, corrono dietro ad un mondo che non
esiste più, oggi è più difficile vendere dischi o portare gente ai concerti,
questo è ormai evidente. Bisogna avere un approccio più disinvolto verso il
mondo di internet, un mondo che viene visto troppo volte come un ostacolo o un
male, ma che dovrebbe essere sfruttato come un bene.

Dopo
aver ricevuto molti riconoscimenti dal mondo indipendente, sei approdato ad una
major, ti senti ancora parte integrante del genere Indie?

In realtà io sto con l’Artes Records, una etichetta indipendente, la EMI cura
solo la distribuzione del disco, il management e il booking sono gestiti da me
e il mio bassista. Quindi è una situazione abbastanza indipendente. Noi in
studio non abbiamo fatto venire nessuno, abbiamo vietato che persone al di
fuori della band influenzassero il nostro lavoro. Insomma, a noi fa piacere che
la EMI distribuisca il mio disco in tutti i negozi, però cerco sempre di avere
una certa distanza di sicurezza che mi consente di esprimermi come meglio
credo. Insomma, cerco di rimanere indipendente musicalmente e mentalmente,
decidendo da solo il singolo ( l’etichetta voleva che uscisse Porpora ed invece esce Piuma) e il registra del video clip. Per
quanto riguarda il termine indie per me non vuol dire più nulla, piace molto di
più il termine alternativo. L’indie è diventato uno status symbol, per me sono
i milanesi con le maglie a righe orizzontali, niente di più.

In
tutto il tour passato, quali sono state le esperienze da ricordare? E che tipo
di sensazioni hai avuto suonando il tutta Italia?

Questi ultimi due live (Milano e Torino, ndr) sono stati sicuramente i più belli.
C’era tantissima gente più di quella che mi aspettavo. L’esperienza più bella,
però, è stata quella fatta in Calabria questa estate. In due giorni abbiamo
suonato in due contesti diversi, ma ugualmente positivi. Nella prima serata
abbiamo suonato in un locale di Gioiosa Ionica, in uno stabilimento balneare,
senza palco e senta troppi fronzoli. Una situazione che amo definire “alla
vigliacca”, dove c’era tantissima gente che aveva proprio voglia di musica
live, questa sensazione si coglieva immediatamente, da come vivevano il
concerto, da come ascoltavano le canzoni. La sera seguente, invece, abbiamo
suonato alla Notte Bianca di Catanzaro prima degli Afterhours; c’erano più di duemila
persone. In entrambe le occasioni abbiamo scorto la voglia di ascoltare musica
nuova, di partecipare allo spettacolo e essere coinvolti in prima persona.
Questa sensazione al nord si sta perdendo perché siamo un po’ assuefatti a
tutto, è difficile che ci emozioniamo o che si ascolti qualche cosa con
attenzione, c’è troppo marasma musicale, invece li abbiamo trovato una passione
sana, positiva.
Artista:
Marco Notari