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Gli Afterhours mischiano le carte in tavola e pubblicano uno dei dischi più interessanti della loro carriera, un lavoro che mette la parola libertà al primo posto e cerca di sondare tutte le possibile sfaccettature del suono della band milanese. Ne parliamo con il batterista Giorgio Prette, membro storico del gruppo insieme al leader Manuel Agnelli. Oltre alle chiacchiere sul nuovo lavoro anche due parole riguardanti le novità – di organico, in primis – che hanno caratterizzato questa ultima fatica degli Afterhours.

Una delle cose che avete voluto sperimentare con “I Milanesi ammazzano
il sabato” è a fare rock andando al di là della strumentazione canonica. Come è
nata questa esigenza?
All’inizio del 2006 sono entrati
in formazione due nuovi elementi: Roberta
Dell’Era
al basso in sostituzione di Andrea Viti ed Enrico Gabrielli, che è un polistrumentista e suona fiati,
tastiere, percussioni e molto altro. Da quel momento è stato automatico
riadattare gli arrangiamenti di tanti brani che proponevano dal vivo alla nuova
formazione. Così facendo Roberto ed Enrico si sono integrati a noi e una volta
entrati in studio, dopo un anno e mezzo dal vivo insieme, abbiamo deciso che i
pezzi nuovi dovevano essere messi in evidenza valorizzando le nuove possibilità
sonore che avevamo. In questo senso Enrico era l’uomo in più che stavamo
cercando e l’abbiamo voluto proprio per le varie possibilità che lui ci può
dare in fase di arrangiamento. Un pezzo come “E’ solo febbre” è nato da una sua
orchestrazione presentata ad un concorso del Conservatorio di Milano che è
stata poi unita alle parti di chitarra di Manuel: lì è abbastanza evidente il
nostro tentativo di superare la strumentazione del classico combo rock per
cercare qualche cosa di diverso. Un altro aspetto nuovo è relativo alla struttura dei pezzi. Sui
quattordici del disco ben otto sono sotto i tre minuti. Tanti pezzi così brevi
non erano tipici degli Afterhours di “Quello che non c’è” e “Ballate per
piccole iene”…
Sì, “Quello che non c’è” e
“Ballate per piccole iene” sono dischi con pochi brani e piuttosto lunghi. Qui
invece volevamo riappropriarci un po’ dell’idea di album come lo erano una
volta i 33 giri, quindi fare un disco che non durasse più di
quaranta-quarantacinque minuti e che venisse ascoltato più nella sua globalità
che estraendone alcune canzoni a discapito di altre. Quella dei brani brevi non
è una cosa che ci siamo imposti a tavolino prima di iniziare a lavorare sul
disco: i pezzi sono nati spontaneamente così ma non è detto che la nostra
esigenza di fare un disco diverso non abbia influito anche in questo senso. I due aspetti di cui abbiamo parlato fino ad ora hanno portato ad un
lavoro molto eterogeneo. C’è veramente di tutto: dal pezzo chitarra e voce a
quello elettrico e tirato perfetto per il live passando per ballate con sotto
una base elettronica o arrangiate con fiati e archi. Non temevate questa grande
eterogeneità durante la lavorazione?
Non la temevamo, ma sapevamo che
poteva essere problematica se almeno a livello di suoni non avessimo trovato un
denominatore comune. Perciò abbiamo lavorato molto perché i pezzi, pur essendo
così diversi tra loro, fossero allo stesso tempo il più possibile omogenei a
livello di suoni e di mixaggio. La chiave di volta del tutto l’abbiamo trovata
nella batteria: non ho mai suonato così tante percussioni in un disco come in
questo, però poi abbiamo reso le dinamiche di ciò che ho suonato molto simili
per ogni pezzo. E del risultato alla fine sono e siamo soddisfatti. Oltre che eterogeneo questo mi pare sia anche il vostro lavoro più
libero, nel senso che siete andati a scovare tutte le più diverse sfaccettature
della vostra musica, trovandone anche molte nuove. E’ così?
Sì, questa cosa deriva anche dal fatto
che il lavoro di composizione e di arrangiamento nei brani ha avuto un genesi
molto dilatata nel tempo, quasi a blocchi. I pezzi sono nati o in sala prove o
partendo da alcuni spunti che Manuel portava in studio. Ciò ha reso il lavoro
su un singolo pezzo molto separato dagli altri e ci ha permesso di concentrarci
su situazioni diverse senza mischiare troppo le carte in tavola. Poi è stato
fondamentalmente anche un cambiamento di attitudine nei confronti della musica,
una conquista di una maggiore libertà mentale che poi è risultata anche in ciò
che abbiamo suonato in studio. Sentirsi molto liberi porta a tirare fuori
spontaneamente tutto quello che hai dentro. Immagino che in qualche modo volevate anche spiazzare il pubblico…Solitamente prima che il pubblico
gli Afterhours hanno sempre voluto spiazzare loro stessi. Stupirsi di ciò che
si sta facendo è sempre il migliore degli stimoli. E’ successo così in passato
e la stessa cosa credo varrà sempre. Poi certamente un disco come “I Milanesi…”
è inevitabilmente destinato a spiazzare il pubblico, soprattutto chi ha amato
gli ultimi due dischi. Uno dei brani più curiosi è “Tarantella all’inazione”. Una canzone rock
alla Afterhours ma con una base ritmica etno-folk. Ce ne puoi parlare?
“Tarantella all’inazione” è stata
scritta da Manuel e da Cesare Malfatti
dei La Crus. Originariamente il pezzo aveva la stessa ritmica, che io poi ho
adattato al mio modo di suonare con la batteria, mentre Cesare ha suonato il
tamburello. Dal punto di vista dell’idea è nato come conseguenza dei tour
americani che abbiamo fatto negli ultimi tre anni, in cui abbiamo sempre
proposto un concerto diviso in due parti, la prima in inglese la seconda in
italiano. Quando di fronte al pubblico americano cominci a cantare nella tua
lingua a loro appari come qualcosa di “regionale” e scrivere un brano con una
base ritmica ripresa da una delle tradizioni musicali del nostro Paese è stato
un modo per accentuare il nostro essere italiani, che rimane un tratto
distintivo di ciò che facciamo. Per quanto riguarda i testi invece emerge sempre di più l’aspetto
biografico. In certi passaggi si capiscono chiaramente alcuni importanti
accadimenti avvenuti nella vita di Manuel negli ultimi tempi.
I testi degli Afterhours sono
sempre stati molto autobiografici, è proprio una costante del modo di scrivere
di Manuel quella di parlare di ciò che gli accade. La differenza invece è che
questa volta ha scritto testi molto più diretti e comprensibili, in cui è molto
più semplice capire di cosa si sta parlando. Non mancano possibilità di interpretazioni
molteplici, però hai ragione a dire che ci sono passaggi proprio univoci in
quanto a significato. Anche questa cosa dei testi comunque rientra nella nostra
esigenza di non ripeterci e di cambiare sempre il più possibile. Tra l’altro è tornata anche l’ironia come ai tempi di “Hai paura del
buio? ”. E’ dura essere Silvan parla di «un parrucchino al cuore». Credi che la
prenderà bene Silvan?
Quella canzone è uno degli
episodi con i quali abbiamo ricominciato a giocare soprattutto per quanto
riguarda i testi. In realtà però il testo non è denigratorio, è affettuoso,
Silvan non dovrebbe prendersela, sempre ammesso che ascolterà mai la canzone. Mentre per ciò che riguarda Riprendere Berlino immagino che molti si
chiederanno perché avete scelto Berlino come città simbolo della metafora del
testo e quale significato si celi dietro la metafora…
Riprendere Berlino è una metafora
che viene usata per parlare della riscoperta di qualcosa di bello ed importante
nella tua vita, un qualcosa che avevi perso o che pensavi di aver perso. La
scelta di Berlino e non di Amburo o Amsterdam potrebbe essere piuttosto
casuale, tieni conto però che alla scrittura del testo ha collaborato Cesare
Basile che ha vissuto a Berlino e che noi siamo molto legati a quella città, ci
troviamo bene e l’abbiamo vista trasformarsi nelle diverse epoche. Cesare Malfatti e Brian Ritchie dei Violent Femmes sono i due nuovi
ospiti del disco che vanno ad unirsi ad una serie di nomi ormai di casa nei
dischi degli Afterhours come John Parish, Greg Dulli, Stef Kamil Carlsen. Come
sono nate queste due collaborazioni? E che ruolo hanno avuto questi e gli altri
artisti che hanno partecipato al disco?
Quelle con Brian Ritchie e Cesare Malfatti sono nate come tutte le altre
collaborazioni, ovvero dalla nascita di un rapporto umano. Se non ci troviamo
bene umanamente con un musicista difficilmente poi collaboriamo con lui. Cesare
è un amico da tempo, veniamo dallo stesso periodo musicale, è stato normale ad
un certo punto lavorare insieme a lui. Con Manuel ha scritto Tarantella all’inazione, I milanesi ammazzano il sabato e Dove si va da qui, mentre nel disco ha
suonato diversi strumenti. Brian Ritchie
invece è arrivato da noi dopo che Manuel l’ha conosciuto, anche lui ha suonato
in qualche traccia. John Parish è
tornato dopo aver già suonato e prodotto “Ballate per piccole iene”. Qui suona
in qualche traccia e ha prodotto quattro pezzi. Anche Greg Dulli ha suonato in qualche traccia la chitarra slide e ha
fatto qualche coro. Poteva fare di più se fosse stato presente in Italia mentre
noi stavamo registrando, ma non potendo esserci ci ha inviato il suo contributo
e in fondo non volevamo ripetere ciò che avevamo già fatto in “Ballate…” dove
il suo contributo era stato ampio e fondamentale. Stef Kamil Carlsen degli Zita
Swoon ha invece arrangiato i cori. Per concludere, si è parlato tanto del titolo del disco ripreso da un
romanzo di Giorgio Scerbanenco storpiandone un articolo (“I Milanesi ammazzano
il sabato” invece di “I Milanesi ammazzano al sabato”). In tanti hanno detto
che questo vostro lavoro è su, o addirittura contro, Milano. Voi avete sempre
negato con decisione, ma qualche canzone su Milano c’è…
Il titolo l’abbiamo scelto non
per l’attinenza con Milano ma per un semplice fatto estetico e la scenta è stata
un po’ casuale: un nostro amico stava rovistando tra titoli di libri e film
noir-poliziotteschi degli anni ‘60 e ‘70 e quando Manuel ha sentito il titolo
di quel libro di Scerbanenco ne è rimasto colpito, ce l’ha proposto e ci è subito
piaciuto. E’ vero che nel disco di canzoni su Milano ce ne sono ma è per un
puro fatto biografico: siamo nati e cresciuti in questa città e con essa c’è un
rapporto di amore e odio. Amore perché non potremmo vivere da nessun altra
parte se non qui, odio perché Milano ha enormi potenzialità che da tempo non
riesce più a sfruttare e ciò che insegna, diciamo così, ci fa scrivere canzoni
come Tema: la mia città o I Milanesi ammazzano il sabato. Ma un concept tutto
su Milano, quello no, non era proprio una nostra idea.

Artista:
Afterhours