Avere dall’altra parte della cornetta Patrizio Fariselli vuol dire entrare in contatto con pezzo importante – se non fondamentale – di storia dell’intera musica italiana. Un personaggio con il quale, oltre che parlare del suo ultimo lavoro discografico Notturni, abbiamo voluto allargare lo spettro della conversazione, dagli esordi con gli Area fino all’educazione musicale nel nostro Paese. Ci ha risposto con l’umiltà tipica dei più grandi, lasciando trasparire il pensiero profondo di una persona e un musicista sempre teso all’innovazione, alla ricerca senza calcolo.
Come possiamo collocare “Notturni” nel quadro generale della tua
carriera? Ogni volta che faccio un lavoro,
sinceramente, l’ultima cosa di cui mi preoccupo è dove collocarlo. È dopo gli
altri e prima del prossimo, e questa non vuol essere una battuta. Diciamo che
c’è una continuità nel mio pensiero musicale, ma formalmente gli album sono
molto differenti l’uno dall’altro. Quindi non c’è nessuna relazione neanche con il lavoro in solo “Area:
variazioni per pianoforte”? Non diretta, non meccanica, non
così palese. Questo è un lavoro che prende vita da presupposti radicalmente
differenti dal mio disco di solo piano. Nasce da un lungo lavoro in studio. Lo
studio è un elemento fondamentale di “Notturni”, inteso come tecnologie e
macchine. I miei ultimi lavori erano basati su sonorità principalmente
acustiche di pianoforte, contrabbasso, batteria e quanto altro, questo è
completamente e esclusivamente elettronico, compreso il suono del pianoforte. È
un lavoro fatto negli ultimi tre anni, non nei ritagli di tempo, ma parallelamente
agli altri progetti che ho portato avanti. L’idea di chiamarlo “Notturni” è legata
al fatto che ci ho lavorato soprattutto di notte (ride, ndr). Perché il ritorno alle sonorità elettroniche, in un momento dove tutti
suonano acustico? Non c’è un andare e venire. C’è
un flusso d’idee e di progetti musicali, e in relazione a questi mi attrezzo
con le sonorità più adatte per affrontarli. Quindi al di là di quelle che sono le abitudini esterne. Di cui non me n’è mai fregato un
cazzo (ride, ndr). Seguo il mio
percorso d’artista e ottimizzo quello che mi serve. Prossimamente penso di usare
l’orchestra, cosa che non ho mai fatto prima. O magari all’orizzonte c’è un altro
progetto che prevede… adesso non te lo dico perché sarebbe stupido anticiparlo
(ride ancora, ndr). Sotto il profilo compositivo “Notturni” ti ha soddisfatto? Ci sono
delle cose che ritoccheresti? No, questo no. Quando esco con un
mio lavoro ho una totale unità d’intenti tra il mio pensiero e il prodotto,
altrimenti non lo faccio uscire. Perché nessuno mi costringe, non ho contratti
discografici che mi spingono a rispettare delle uscite, quindi se arrivo a
pubblicarlo è perché lo sento completo. Da dove nasce l’interesse per la “musica notturna”? In realtà c’è un interesse per la
notte, in quanto tale. Non ultimo il fatto che per un musicista la notte è
terreno ideale per fare musica. Il suono corre nel modo migliore. Tu sai che
sott’acqua i suoni si propagano molto più velocemente, e nello stesso modo di
notte l’aria è più densa e quindi i suoni sono migliori. Non a caso quando vedi
un concerto all’aperto d’estate non è come ascoltare il soundcheck di
pomeriggio (ride, ndr). Col calare
delle tenebre tutto radicalmente cambia, è proprio un fattore fisico. Questo è
un aspetto a cui molti non fanno caso, ma è molto importante per la qualità
dell’esperienza sonora. Quindi è questa qualità che intendevi catturare? Ma più che altro è una ricerca d’intimità;
è stato come andare a sondare dentro di me. È un lavoro che ho fatto al novantanove
per cento da solo, a parte due ospiti che sono: Roberto Cecchetto, che fa un
brano con la chitarra, e Giovanni Giorni, che mi dà due contributi. È un album
da navigatore solitario. Un percorso per esplorare diverse matrici, diverse
temperature emotive. Come è nata l’idea di dar vita a Canzone
di Seikilos, un brano del II secolo A. C. ? Mi ci sono imbattuto tempo fa
mentre suonavo con Roberto Vecchioni.
Insieme abbiamo fatto una piccola tournée nei teatri greci di Sicilia, con Paolino Dalla Porta al contrabbasso.
Per quella occasione abbiamo re-inventato una canzone greca su un tetracordo
diatonico antico, rispettandone i caratteri. È stata un’emozione strepitosa. Lo
abbiamo fatto partendo da una solida base di ricerca, dal momento che avevamo
accesso a tutti i reperti esistenti della musica greca antica, che sono veramente
pochi, saranno una ventina, e tutti molto frammentari, perché sono su papiro e
perché nell’antica Grecia principalmente s’improvvisava. L’unico conservato
perfettamente è scritto su una pietra, praticamente un epitaffio. In effetti si
chiama “epitaffio di seikilos”, dove seikilos
sta per siciliano. Fondamentalmente è uno stornello, una piccola melodia, che
si legge facilmente e che nasce come musica conviviale, scritta da un epicureo.
Quindi c’è un’unità di pensiero filosofico che mi lega a quest’uomo. Il gioco è
stato quello di leggere il piccolo stornello, e poi è nato il desiderio di
farlo suonare, cioè vivere, quindi non facendo un lavoro didascalico da
ricercatore, ma un lavoro da musicista. Sono partito da queste note per ricostruire
un momento di musica. A chi è rivolto un disco del genere? A chiunque ha voglia di misurarsi
con una cosa un po’ fuori dall’ordinario. Quanto ti costa, in termini di popolarità e successo, impiegare del
tempo nella sperimentazione? Siccome non ho idea di cosa possa
essere il successo e vivo ai margini dello show businnes (ride, ndr) non mi interessa assolutamente niente. Cerco di non far
coincidere la mia produzione musicale con il sistema della musica commerciale. Che ne pensi del consenso che hanno riscosso pianisti, per esempio
Giovanni Allevi, nel mondo della musica pop? No comment (ride, ndr). In che modo sei ripagato da questo stare al di fuori di un certo
contesto? Da questa telefonata per esempio. Grazie. Quindi hai ancora tanta voglia di sperimentare rispetto al
passato? Più che voglia è la mia normalità.
Un musicista degno di questo nome si muove e cerca di fare cose interessanti
comunque; è un ricercatore e quindi sperimentare è un po’ un destino che si
trova addosso nel momento in cui decide di affrontare la musica d’arte,
chiamiamola così. Dunque, da ricercatore, quanto ancora pensi ci sia da scoprire in campo
musicale? Come nelle altre arti, quando i
giochi sembrano già fatti, qualcuno arriva con qualcosa di diverso e
interessante, da qui il bello dell’espressione artistica. All’inizio dell’avventura con gli Area non siete stati subito accettati
dal pubblico. Qual è stato l’episodio che ha deviato il corso del fiume? Me lo chiedo ancora, in effetti.
Forse il tempo ha giocato un ruolo importante, o forse alcuni concerti chiave,
chissà. Fatto sta che in un momento generalizzato di rifiuto dei contesti dove
ci esibivamo all’inizio, cioè come spalla dei grossi gruppi stranieri, non dico
di colpo, ma nel giro di pochissimo tempo, la situazione si è ribaltata in interesse.
Non credere che fossero rose e fiori. A distanza di tempo diventa tutto molto
sfumato. Gli Area rimangono come riferimento, ma ai tempi era un nome
considerato solo da un certo tipo di persone, non da grosse masse. Abbiamo
suonato in grandi raduni, ma eravamo comunque un fenomeno, non dico d’élite, ma
che si riferiva a un tipo di persone che amavano usare, oltre che le orecchie, anche
il cervello. Cos’è che vi ha reso unici? Un gruppo è un’alchimia strana. Diciamo
che in un ensemble, in un vero insieme, l’addizione degli elementi non dà una
risposta matematica, a volte il risultato è superiore alla somma dei singoli
elementi, e questo è quello che è successo con gli Area. Con i contributi dei vari musicisti, della loro sensibilità e
della preparazione. Perché in Italia le cose di qualità inizialmente sono sistematicamente
rifiutate? Rispetto alla musica d’arte, o
alla musica intelligente mettiamola così, in Italia paghiamo un livello di
cultura generalizzata e rispetto alla musica, devo dire, preoccupante. C’è un’ignoranza
diffusa e non solo, la cosa paurosa è l’orgoglio di questa ignoranza (ride, ndr). Come dire: “Io non so un
cazzo e ne sono contento, anzi ti critico perché non fai cose fruibili,
banali”. Tu hai prodotto una collana di libri illustrati con cd audio di musica
strumentale per bambini in età prescolare. Quante è importante l’educazione
musicale nella scuola? È importante l’educazione
musicale in generale. Nella scuola non esiste. Nella scuola ti avvelenano
l’infanzia con lo studio della tecnica musicale. Se c’è una cosa che ricordo
con orrore sono i primi passi nell’apprendimento della musica. Non si fa la
cosa fondamentale che si dovrebbe fare parlando di musica: cioè ascoltarla.
L’educazione all’ascolto avrebbe un senso nelle scuole, e non solo lì. Imparare
per prima cosa ad ascoltare e conoscere le cose, poi se uno vuole suonare,
quello è un altro discorso. Saper suonare uno strumento è una cosa bellissima,
ma è da fare all’interno di una visione del mondo che non è punitiva, come la
intendiamo noi in Italia. Un individuo musicalmente formato ha meno possibilità di sviluppare una
forma di delinquenza? Bella domanda questa qui.
Sinceramente non lo so, ma probabilmente sì. Una persona formata in quel senso
vuol dire che ambisce a muovere il cervello in una maniera migliore. In questa situazione, quanto c’è da addebitare ai politici? È un po’ tutto il sistema che non
funziona. I politici hanno un sacco di colpe e c’entrano anche in questo caso,
ma qui entriamo in un campo più vasto, non mi vorrei addentrare in questi temi
perché non mi competono. Torniamo allora ai tuoi progetti. Dopo “Notturni” che direzione intendi
prendere? Sto sperimentando delle
possibilità rispetto all’utilizzo degli archi e dell’orchestra. In questo
periodo sto studiando. Già la scorsa estate ho fatto un arrangiamento del “Trittico”
di Puccini, o meglio, degli estratti riarrangiati per trio jazz e quartetto
d’archi. Mi sono molto divertito e allora adesso sto guardando di allargare
questo tipo di formazione lavorandoci su, anche se è un po’ presto per parlarne.
Sto tornando verso le sonorità acustiche, ma non è detto, perché potrei
decidere di usare l’elettronica. Dipende da quale sarà il progetto, che ancora
non si è definito.
Patrizio Fariselli
