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Ad appena un anno dall’uscita di “Giglio”, disco della consacrazione al grande pubblico, il cantautore milanese Francesco Tricarico torna con un nuovo album, Il bosco delle fragole, che racconta una fetta recente di vita con la consueta e spiazzante sincerità. Incontriamo l’artista per parlare di quest’ultimo lavoro e della sua inarrestabile necessità di tradurre il suo mondo interiore in arte.

Partiamo
dal disco. “Il bosco delle fragole” sembra
tutto giocato, tematicamente parlando, tra amore – in senso lato, anche se ci
sono molte celebrazioni del rapporto di coppia – e gioco – con il gioco che si
trasforma in sogno e in fiaba. Sono elementi che consideri così importanti
nella tua vita? O è qualcosa che consideri importante a livello più universale?

L’amore credo che sia alla base
della vita. Dante, no, “l’amore fa girare il sole e le altre stelle”. Prima
l’amore tra un uomo e una donna e la creazione che ne deriva, e poi l’amore
inteso come gioia, la voglia di vivere e tutto ciò che di positivo c’è. Il
gioco è un modo per conoscere, per capire, per sperimentare, per vedere che una
ruota rotonda gira… è gioco. Come gioco è suonare: play in inglese, jouer in
francese. In italiano c’è giocare e non si capisce il perché. Per cui l’amore e
il gioco sono fondamentali: cosa di meglio rispetto all’odio e alla
distruzione? Mi piace pensare che in questo disco ci sia il gioco e l’amore. Hai
composto il disco in tempi rapidissimi, a cosa si deve questa urgenza
compositiva? Perché hai scelto di includere Amo,
che se non sbaglio era presente nella colonna sonora di “Ti amo in tutte le
lingue del mondo”?

Il ritornello è cambiato, e
perché non è mai stata raccolta in un album. L’urgenza per la voglia di fermare
delle canzoni, e di cominciare a suonare, e una voglia di sentirmi vivo a
livello lavorativo, di andare in giro a suonare, di rimettere in moto una
splendida macchina, uno splendido gioco che è quello di scrivere quando c’è
qualcosa da dire, comunque. Adesso andrò in giro a suonare e a giocare con la
vita. Amo è il pezzo che secondo me sintetizza meglio le due tematiche di amore e
gioco. Scrivendolo, non ti è sembrato un po’ di passare dal profano al sacro,
da Francesco Tricarico a Francesco d’Assisi?

(ride, ndr) Questo non c’avevo pensato. Tutto nasceva da una
considerazione, dal fatto che l’acqua si fa bere da un assassino, dall’uomo
peggiore del mondo, non lo giudica. E questo penso sia l’amore, è un gesto
d’amore il donarsi senza giudizio. E forse l’amore è quello, non chiedere
all’altro, accettare. Poi, può essere sbagliato, e certe cose non le riesci ad
accettare… comunque nasce da questa cosa dell’amore universale. E c’è bisogno
di considerare le cose in un altro modo. Con
questo disco sembra che tu abbia raggiunto una pacificazione con il mondo e con
te stesso. È una cosa che suggerivi già in “Giglio”, e in particolare quando in
Vita tranquilla diceva «troverò lei e
sarò rinato / lei ho trovato, qualcosa è cambiato». È qualcosa che passa più attraverso l’amore o attraverso la
musica?

L’uno e l’altro. Nel senso che
per me la musica è amore. Quello che faccio mi ha permesso tante cose: quando
l’amore e la musica si combinano è bello. La musica per me è sempre stata la
solitudine, la musica mi ha amato, mi ha scelto in un certo senso: ero alle
medie, non è che avessi particolare passione, per caso ho fatto una scuola
sperimentale, ho studiato flauto traverso, ero bravino, ho fatto il
conservatorio, ma lo facevo automaticamente, ma avendo poi la fortuna di
apprendere questa enorme… arte che è la musica. Forse lei mi ha permesso di
ricambiare questa enorme passione, di svilupparla, di stare per i fatti miei,
poi l’amore mi ha permesso di trasformarla in gioia, di dare una forma alle mie
emozioni attraverso la musica. Di avere la possibilità di mischiare vita e
arte, insomma. Poi la musica è il mio lavoro, insomma, c’è anche un aspetto
economico: non avrei potuto permettermi di continuare a scrivere canzoni se non
ci fosse stata poi la possibilità di farlo diventare il mio lavoro, detto in
termini terra terra. Per cui c’è anche questa bellissima cosa che la musica è
anche il mio sostentamento, quindi diventa il modo per vivere di una cosa
bellissima, e speriamo di continuare a farlo. Non sono mai arrivato a chiedermi
se s’incrinasse una parte cosa succederebbe all’altra. Ne Il bosco delle fragole dici che «mi sono
dato un limite / non ho spinto più sulle favole / son rimasto solo senza alibi».
È una cosa che si può applicare anche alle canzoni, visto che la componente
favolistica, tranne in Mondo fantastico,
è un po’ sparita?

Sì, si applica anche alle
canzoni, soprattutto. Poi ti dai un limite, e questo magari diventa la vita e
quindi arte. Cioè, la vita diventa tanto fantastica e irreale, che cerchi di
scrivere cose più oggettive, l’opposto, che si compensano. Tutto diventa folle,
nella bellezza e nella gioia, e la musica diventa l’equilibrio. Si bilanciano,
per cui anche nella canzone c’è questo darsi un limite, cercare altro da quello
che è stato precedentemente. Nel momento in cui esci dalla solitudine, c’è
altro, c’è un altro modo di vedere e di fare. È
evidente che tu costruisca i tuoi testi guardandoti dentro. Come ti spieghi il
riuscire a farlo sempre con tocco trasognato?

Non so se è trasognato, non ci
penso. Il concetto è la base razionale, poi la forma… non lo so il perché. Hai
sempre detto che, scrivendo i pezzi, riesci solo a parlare di qualcosa che ti
riguarda. Vale anche per Sole, in cui
racconti della difficoltà da parte di una madre di affrontare le problematiche
del figlio autistico?

Non sento la terra piangere
sotto l’asfalto, o l’acqua piangere nei tubi, ma era l’idea di immaginare
questo bambino, che crea dei problemi alla madre. Per cui una donna che non sa
come gestire la sensibilità così alta di questo bambino, per cui gli dice di
non dire certe cose. Se vuoi è personale, rappresenta un sentimento dietro, è
una metafora, una cosa vissuta rappresentata in modo un po’ diversa da come
l’ho vissuta, in modo da renderla più poetica, più affascinante. Per cui,
comunque, anche in quello che pensi non t’appartenga c’è qualcosa che ti appartiene,
poi lo senti di più o di meno, chiunque lo faccia, scriva una canzone anche per
altri – poi non so cosa fanno gli altri … comunque c’è sempre qualcosa di
personale, anche se non è personale. Parto da un sentimento, perché penso si
debba parlare di ciò che si sa, altrimenti bisogna stare zitti. A
livello di arrangiamenti, il disco mi è sembrato più equilibrato di Giglio. È cambiato qualcosa a livello di
produzione, o è un’esigenza artistica?

L’ha sempre prodotto Marco Guarnieri: io do molto spazio a
Marco, facciamo quello che ci piace, nel senso che Marco fa quello che gli
piace e a me piace quello che fa lui. È venuto tutto molto spontaneo, senza
riflettere più di tanto, lui si divertiva, io mi divertivo. Hai
collaborato con Morandi e Celentano. Hai altre collaborazioni in cantiere, o
qualcuna che vorresti mandare in porto?

Con Mozart, però è morto (ridiamo,
ndr)
. No, non c’è niente, adesso devo ritrovare il tempo di scrivere,
voglio tornare a scrivere. È una cosa che mi piace… fermare. Scrivere,
non andare in giro…

Andare in giro mi piace, ma la
cosa più bella è fermare, o attraverso la scrittura, o attraverso la canzone,
fermare un attimo, che io lo veda fuori da me, così che mi distenda vedere cose
che possono vivere indipendentemente dalla mia persona, tutto ciò che riesco a
fermare. Beh, alla fine, collaborare con me stesso, il mio più grande progetto. Quella
collaborazione rimane…

(sorride, ndr). Sempre
a proposito di collaborazioni, a Sanremo ti saresti dovuto esibire con Lory Del
Santo, performance poi sfumata per via dell’eliminazione. Cosa sarebbe dovuto
succedere? Immagino fosse legata alla versione alternativa al femminile pubblicata
su iTunes…

Sì, sarebbe stata tutta al
femminile…

L’avrebbe
fatta tutta lei?
No, secondo me canta bene, però
non si ritiene tanto intonata… Avrebbe fatto solo «sono bella, sono bellissima»,
eccetera, un po’ recitando, un po’ cantando. Per cui sarebbe stato il modo per
divertirci, perché comunque lei è una persona ironica e divertente. Non c’è
stata la possibilità, ci siamo dispiaciuti. Anche
in questo disco, hai inserito i tuoi disegni, al solito molto espressivi: li
usi per portare a galla qualcosa che non passa attraverso le canzoni, o è un
semplice sfogo?

Non è uno sfogo, è un piacere. A
me piace vedere le cose ferme, le cose che danno un senso a me. Ho fatto vedere
i disegni a Sergio Pappalettera, il grafico, che si è preso la responsabilità e
ha detto “mettiamoli”. Io non gli avrei mai imposto, lui ha detto “sono belli”,
ma non li ho scelti io. Avevo
sentito che hai intenzione di pubblicarli…

Sì, ma quella è un’altra cosa,
non sono quei disegni. È un libro in uscita a settembre, con racconti e
disegni. Girerai
live, adesso?

Sì, da maggio, stiamo decidendo
degli aspetti tecnici. E
intanto scrivi sempre…

Sì, sono un po’ fermo adesso,
ma ho questa voglia di prendermi tempo. È un mesetto che non scrivo. O meglio,
continuo a prendere appunti, ma dargli forma non ancora. Raccogli tutto,
prendi, sviluppi… è bello darsi un ordine, nel mio disordine, mi fa piacere
riuscire attraverso le canzoni a ordinarmi un attimo. A parte
disegni e musica, vorresti “esternare” in altri modi?

Sto scrivendo questi racconti…
tutto quello che è scrivere. Esternare no, sembra uno sfogo… no, si cerca di
fare una cosa compiuta e bella, attraverso musica, parole, suoni, cercare forse
la bellezza, forse un senso, forse quello che dovrebbe essere arte. Quello che
dovrebbe essere l’arte… cercare il senso, ciò che adesso non si capisce, non
capisco.

 

 

 

(30/03/2009)

Artista:
Tricarico