Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

Sede Legale:
Piazza della Pace, 9
25039 Travagliato (BS)

Per contattare la Redazione
o avere informazioni, SCRIVI a:

A poco meno di un mese dalla fine del Festival torniamo con Manuel Agnelli ed Enrico Gabrielli a parte della partecipazione sanremese degli Afterhours e di tutto ciò che è ruotato intorno ad essa in queste settimane, dal rapporto con il pubblico (fans e votante) al progetto-compilation Il paese è reale. Senza peli sulla lingua, e con parecchia consapevolezza, è soprattutto il leader e cantante del gruppo milanese a spiegarci i punti fondamentali di un progetto che oggi, (ottima) resa musicale a parte, brilla per coerenza e spirito d’iniziativa.

A Sanremo mi pare sia andata molto bene. Un ritorno mediatico
importante, anche grazie al Premio della Critica, e l’impressione che come
immagine ne siate usciti tutt’altro che snaturati.
Manuel Agnelli: Il bilancio è sicuramente positivo. Noi siamo
andati a Sanremo per sfruttarlo come megafono oltre che per essere sfruttati
come foglia di fico da parte degli organizzatori. Volevamo attirare l’attenzione
su quello che facciamo e sul nostro mondo, ma in modo serio e asciutto, senza
diventare dei nani e delle ballerine, e credo che alla fine sia andata proprio
così, con l’aggiunta di un ritorno mediatico davvero forte, grazie alla
vittoria della Critica come dici tu ma anche al fatto che siamo stati eliminati
subito la prima serata dopo che nei giorni precedenti al Festival la stampa
aveva dato al nostro pezzo i voti più alti e questa cosa ha fatto un po’ di
scalpore, triplicando il numero di interviste. Avete dimostrato che Sanremo sarà pure una macchina infernale, ma si
può usare bene e a proprio vantaggio senza vendersi.
M. A. : Il Festival è ancora oggi il più grande megafono esistente in
Italia per il mondo della musica e della cultura, se così vogliamo chiamarla.
Però è un’arma che viene usata molto male, quando invece se hai delle idee, se
hai qualcosa da dire, vai lì e l’interesse per quello che fai bene o male c’è.
Aggiungici poi che in questa edizione dobbiamo dire grazie a Bonolis, che dopo
averci voluto fortemente è stato anche capace di rispettarci non solo musicalmente,
ma anche umanamente, salvaguardando la nostra attitudine pur non comprendendola
sempre. L’unico neo mi pare che invece sia stata la resa sul palco. M. A. : E’ vero, musicalmente ci è andata molto male, anche se ai
fini del risultato una nostra performance migliore di quella che è stata non
avrebbe cambiato molto. Quando siamo arrivati sul palco gli spettatori hanno
avuto l’impressione che stesse passando un trattore e l’impatto non sarebbe
stato diverso se io avessi cantato benissimo e se avessimo suonato con i
migliori suoni del mondo. C’è da dire che per Sanremo nonostante la perizia e
la disponibilità estrema di tutti i tecnici quello che poi ti trovi sul palco è
inqualificabile, soprattutto a dispetto dell’importanza della manifestazione.
Probabilmente la cosa è dovuta al fatto che in una serata i tecnici devono fare
quaranta interventi diversi a cui non possono dedicare più di un minuto
ciascuno e il risultato è lo stesso che ritroveresti se andassi a suonare in un
centro sociale mal organizzato. E in questo modo il nostro pezzo non l’abbiamo
suonato come sappiamo suonarlo. E’ l’unica cosa che mi rimane qua. Quelli che
non ci conoscono hanno scritto che io sono stonato e che non sappiamo suonare.
Il che è vero, ma pensavamo di poterlo nascondere meglio (ridiamo, ndr). Dalla sala stampa del Festival ho notato due segnali abbastanza
inquietanti di cui volevo parlare con te. Il primo è prettamente musicale:
checché se ne dica, Bonolis quest’anno ha tentato di allargare un po’ il
Festival ad altri generi – magari meno che nel biennio di Fazio, ma, come posso
dire, sono anche altri tempi. Ma tra giuria demoscopica e televoto il pubblico si
è dimostrato molto più conservatore di chi il Festival lo organizza e fatti i
conti sono stati buttati fuori, direi proprio chirurgicamente, tutte le cose
che si discostavano anche solo un minimo dalla classica canzone melodica e
orecchiabile. Voi, Tricarico, Nicky Nicolai, i Gemelli Diversi, addirittura
Dolcenera che ha portato un pezzo rock ma molto standard.
M. A. : Sulla giuria demoscopica ti posso dire che noi speravamo
fosse scelta tra persone con un minimo di consapevolezza e preparazione. Invece
non è stato così. Il nostro obiettivo, per quanto riguarda la gara, era
arrivare alla serata degli ospiti e fare la nostra cosa con Cristiano Godano e Antonio Rezza. Quando però abbiamo visto chi c’era in sala a fare
la giuria demoscopica ci siamo detti “Oh oh…”. Le facce non erano proprio da
esperti. La discriminante per stare nella giuria demoscopica era aver comprato
almeno due cd all’anno. Ma se hai comprato due cd all’anno è un sintomo di
ignoranza, non di conoscenza della musica. E anche l’atteggiamento della giuria demoscopica era particolare. In
alcuni momenti si comportavano come se fossero in un villaggio turistico…
M. A. : Decisamente sì, alla fine però penso che sia stata una
fortuna essere eliminati per i motivi che ti ho detto prima, anche se ci è
dispiaciuto non poter fare la cosa con Cristiano e Antonio, l’avevamo provata
bene, era una cosa strana per il Festival. Comunque hai ragione tu, Bonolis ci
ha provato, e se non avesse avuto i paletti dell’Auditel e dell’audience che
doveva essere fatto per forza altrimenti sarebbe stata dichiara la crisi di
Sanremo probabilmente avrebbe invitato musicisti più interessanti. In realtà
lui ha tentato di coprire un po’ tutti i generi e rappresentare quello che
succede in Italia. Poi è ovvio che non sono un ente benefico e devono fare
ascolto, però la tv di stato prima dell’audience dovrebbe occuparsi di fare
cultura. Io non dico che la cultura debba essere un vuoto a perdere, si può
comunque far fruttare, però per la Rai non può essere l’auditel il primo punto
e la cultura il quindicesimo. Dovrebbe essere la cultura al primo punto e
l’auditel al limite al secondo. La tv di stato ha il dovere non solo di
informare, ma anche quello di fare cultura. E’ un dovere costituzionale, se
invece la tv di stato ha l’auditel come primo obiettivo è incostituzionale. Poi
il discorso va allargato anche alla stampa e alle radio, che propongono sempre
le stesse cose, e ad un certo punto è normale che la gente voti solo quel tipo
di musica, perché solo in quella si riconosce. La gente non è scema, sceglie
quello in cui si ritrova, e se conosce solo quello, vota quello. Effettivamente in sala stampa su di voi ne ho sentite di tutti i tipi.
Dagli “Afterhours gruppo sperimentale” agli “Afterhours con tendenze
progressive”.
M. A. : Sì, eravamo i John
Cage
della situazione… (ridiamo, ndr)Però l’essere stati sul palco dell’Ariston dovrebbe aiutare a farvi
conoscere al di là della solita nicchia nel vostro caso allargata…
M. A. : Noi siamo andati al Festival anche per rompere questo muro
tra gli ambienti. Uno dei mali che ho sempre vissuto sulla mia pelle, pur
essendo stato ed avendo votato sempre a sinistra, è stato quello di aspettarsi
l’aiuto delle istituzioni, cioè che per la cultura ci dovesse essere per forza
un aiuto dalle istituzioni. Questo tipo di mentalità che si è sviluppata, e
tanto anche, ha fatto sì che alla fine diventassimo tutti degli inetti e dei
decadenti, per cui se qualcuno non riconosce la nostra grandezza e non ci aiuta
nel modo più proprio noi rimaniamo chiusi nei nostri salottini a bestemmiare
contro il mondo. Ma la verità è che invece siamo noi che dobbiamo riprendere a
fare delle cose, a dimostrare che ci siamo. La scena underground italiana non è
formata da quattro gatti, sono migliaia di persone. Facciamo casino. Non sarà
una rivoluzione, ma almeno provocheremo discussioni. E’ necessario sporcarsi le
mani, provarci, tentare di far vedere che esistiamo e abbiamo delle cose da
dire. Sono più dei vent’anni che sto in questo ambiente e mi sono anche
guardato alle spalle, ho ascoltato dischi, letto, studiato. Dalla controcultura
degli anni settanta ad oggi non è cambiato niente. Anzi, semmai le cose sono
peggiorate a livello di fruizione dei messaggi e della musica, perché negli
anni c’è stata questa illusione, però per certi versi anche molto concreta, di
gestione di un ambiente in modo indipendente, che significa soprattutto autoproduzione
e autodeterminazione, che sono cose molto politiche. Invece quando io adesso
dico le stesse cose, cioè proviamo a fare qualcosa, a rompere un muro, vengo
criticato. Ti riferisci alle critiche dei fans, sui forum sui blog immagino…Eh sì. Chi sono io smandolinatore
di canzoni per dire delle cose del genere? Ma è nel mio dna portare in giro
quello che penso, è compito degli artisti informare e fare opinione. E queste
cose adesso le sto spiegando a voi che le sapete meglio di me. Il problema è
che lo deve sapere la gente al di fuori del nostro ambiente. Deve diventare
tutto meno onanistico. Perché hai voglia a lamentarti che in televisione per noi
non c’è spazio se poi quando ti danno spazio non ci vai. Sei tu a quel punto il
criminale. Chiaramente poi il problema è complesso, perché ci sono dei
compromessi da accettare e altri che non puoi proprio. Però per quanto riguarda
gli Afterhours, quanti gruppi mollano la casa discografica dopo sei mesi di
contratto, quindi avendo ancora metà dei soldi da beccare, vanno a Sanremo da
soli, mettendosi contro tutti i fan, per un progetto preciso e organizzato ma
che non sai come andrà a finire, e per di più a quarant’anni, una cosa che oggi
non la farebbero neanche quelli di vent’anni? Purtroppo il nostro è un mondo
che va in giro con il pugno alzato finchè non è rischioso farlo. Però dando un’occhiata al vostro MySpace e sbirciano qua e là su forum
e blog mi pare che dopo Sanremo il vento sia cambiato un po’ o mi sbaglio?
C’è stata una rivoluzione di tendenza
negli ultimi giorni, nel senso che abbiamo avuto una presenza enorme nel nostro
MySpace, che è passato da mille a settemila contatti al giorno, e i commenti
sono per lo più entusiasti. La gente ha apprezzato il gesto, è stata una
briciolina, ma l’abbiamo fatto. È stato importante, non scatenerà alcuna
rivoluzione e non abbiamo la vanità di dire o rivoluzione o niente, però speriamo
che fermi un po’ tutti i discorsi che si facevano negli anni settanta e che si
fanno ancora oggi su chi è indipendente, chi è alternativo e chi no. Sentivo
l’altro giorno in radio Musica ribelle
di Finardi e sembra scritta oggi,
parla delle stesse menate di trent’anni fa su chi è indipendente e chi no. Quello
dell’underground è un mondo di integralisti dal punto di vista ideologico, estetico
e purtroppo molto spesso anche da quello umano. L’altro segnale inquietante sul quale volevo un tuo parere è meno
musicale, ma secondo me si ricollega a quanto abbiamo detto fino ad ora sul
pubblico del Festival. Mi riferisco alla prima serata: Povia canta, Grillini
chiede la parola, critica Povia, e il pubblico dopo aver applaudito il “De
profundis” di Benigni fischia Grillini. E alla fine Povia arriva secondo. Tu
che idea ti sei fatto?
M. A. : Quella aperta da Povia
è una discussione medievale, una discussione che in realtà è definitivamente
chiusa. Ma lui ha annusato l’aria del momento, visto che l’Italia purtroppo è
ancora un Paese molto omofobo, e gli è andata bene. Non può meravigliarsi di
aver causato sto casino e dire di sentirsi una vittima, anche perché era
abbastanza evidente il tentativo di far parlare di sé ad ogni costo. E’
arrivato secondo, gli è andata da dio. Però pensa a questa canzone che arriva a
dire che dall’omosessualità si può guarire in casa di una famiglia nella quale
il figlio gay è quasi riuscito a convincere i genitori di essere una persona
comunque dignitosa. Fa un disastro e basta. Non serve oggi una canzone del
genere. Invece venendo alla vostra di canzone, a me è sembrato uno dei pezzi
più politici – e del tutto non politicizzato – tra quelli che avete scritto
fino ad oggi.
M. A. : Sì, diciamo che quello che facciamo noi ultimamente con la
musica è usarla come megafono che ci siamo creati da soli per dire la nostra su
ciò che sta accadendo, perché è un nostro dovere farlo e perché sempre meno
persone lo fanno. Avere a disposizione un mezzo così potente come la musica è
una grande responsabilità ma anche un grande libertà. Ne avevamo fatti altri di
pezzi politici prima di questo, ad esempio io ritengo Sulle labbra un pezzo politico proprio nel senso che stiamo dicendo
ora. Però hai ragione tu: è una canzone non politicizzata, non schierata, non
di bandiera, non ideologica. Non di consenso, ma di dissenso. Si è già parlato molto della sua genesi “americana”: eravate oltreoceano
durante i giorni dell’elezione di Obama quando l’avete scritta, giusto?
M. A. : Eravamo in America e ci è venuto voglia di reagire a questa
loro giusta gioia per il cambiamento che stava avvenendo con una canzone che
spingesse a un cambiamento anche qui da noi. A dir la verità facevamo prima a
scrivere un pezzo che dicesse “Vogliamo un presidente nero… nero… nero…”. Enrico Gabrielli: Oppure anche “Vogliamo fare nero il presidente” (ridiamo di gusto, ndr). A parte i versi-fulcro del ritornello, io credo che sia molto
importante anche il passaggio in cui dite «se vale tutto niente vale».
Sintetizza perfettamente lo stato delle cose attuale.
M. A. : Adesso non voglio fare retorica, e la faccio però, ma questo
è il messaggio che ci arriva da chi sta al governo ora. Berlusconi è stato il
miglior alfiere del “vale tutto”, uno che ha fatto le cose per poi rinnegarle e
ha detto un sacco di cose che poi ha smentito, il tutto con la stessa facilità
e la stessa noncuranza con le quali le ha fatte. Il suo messaggio è “Io vado
avanti per la mia strada e faccio tutto quello che occorre per vincere e
schiacciare il nemico”. Il problema poi è che da un certo punto in avanti anche
la sinistra ha adottato lo stesso sistema, una cosa che a me ha spiazzato
completamente e che ci ha anche fatto perdere. Perché è inutile che l’obiettivo
sia “vincere le elezioni ad ogni costo” e poi non riuscire a governare. Agli
occhi di chi vota di si diventa grotteschi, e agli occhi di chi ha sempre
votato a sinistra si diventa senza valori. Dal pezzo è nata anche l’idea della compilation. Come avete scelto gli
artisti da coinvolgere?
M. A. : In modo molto arbitrario. È la nostra compilation, non potevamo rappresentare tutto quello che
succede in Italia, sarebbe stato impossibile. Non c’è il jazz, non c’è un certo
tipo di cantautorato militante, non c’è l’elettronica, non c’è il rap e il
reggae. È il nostro gesto, fatto all’interno del nostro mondo, con le persone
che conoscevamo e alcune che non conoscevamo ma che siamo andati ad ascoltare. Come
Beatrice Antolini ad esempio, che io
avevo sentita solo nominare, poi dopo averla ascoltata abbiamo subito deciso di
coinvolgerla. È un po’ quello che ascoltate voi dell’indie italiano insomma…È quello che ascoltiamo noi ma ha
la velleità di essere un minimo rappresentativo, non esaustivo, ma
rappresentativo sì: perché c’è il cantautorato di Angelini, l’elettronica un po’ vintage dei Disco Drive, ci sono Basile,
Marco Parente e Amerigo Verardi che fanno quel tipo di cantautorato molto raffinato
ma anche molto deviato dai soliti canoni; ci sono gli Zu e Il Teatro degli Orrori
che mischiano rock e avanguardia, ci siamo noi che facciamo rock’n’roll. Siamo
partiti dalle persone che conoscevamo nel nostro ambiente e con le quali
abbiamo in comune un certo modo di fare le cose, gli adulti insomma. Persone che potessero condividere la nostra idea
senza dover spiegare tanto il perché e il percome delle cose, tutta gente che
al “Tora! Tora!” c’è già stata, che ha passato sulla propria pelle una marea di
esperienze e di frustrazioni dovute all’autoghettizzazione del nostro ambiente. Anche perché avete avuto solo due mesi per preparare il tutto. Abbiamo fatto tutto in due mesi,
ma gli artisti coinvolti hanno fatto tutto in un mese, perché i pezzi dovevano
essere pronti un mese prima della pubblicazione. Per cui alla fine sono stati
tutti eccezionali, se pensi anche che alla fine posso essere qui a dire con
orgoglio che il disco è bello. Sapevamo dove andare a pescare, pur riconoscendo
che alcune realtà per questioni di tempi e di imbarazzi – perché da certi
ambienti nei confronti degli Afterhours non sono mai arrivati messaggi positivi
– abbiamo preferito lasciarle fuori, magari anche con dispiacere. Ed ora la promozione del disco fino all’estate, un nuovo tour americano
che parte a giorni, poi un altro tour qui da noi nei prossimi mesi. Però siete
senza etichetta…
Beh, siamo senza etichetta, ma a
che serve un’etichetta oggi come oggi? Siamo senza pesi inutili, senza filtri,
senza sanguisughe intorno, siamo liberi. L’etichetta che abbiamo fondato per
pubblicare il disco finirà qui, vediamo come va l’esperienza con la Fnac e poi
decideremo cosa fare. Ma l’etichetta adesso come adesso è un concetto superato,
ci sono altri modi per fare circolare la musica, e non credo che il ruolo del
discografico attualmente sia preso con serietà nemmeno da chi lo esercita. Un
discografico e un’etichetta devono avere una visione e portarla avanti, stesso
discorso per i giornalisti. In passato le etichette avevano questa peculiarità,
pensa alla scena di Manchester e ai Joy
Division
. Però il futuro non sarà nella discografia, sarà da qualche altra
parte, vedremo dove. Adesso stiamo sperimentando, ci stiamo divertendo un
casino, e abbiamo una libertà che adesso in Italia hanno in pochi. Abbiamo la
libertà di ideare tutto quello che vogliamo, ma soprattutto di realizzarlo. Io non ho fatto il
musicista per fare quello che volevo con la musica, io ho fatto il musicista
per fare quello che volevo con la vita. Sono valori un po’ diversi che portano
a compiere scelte diverse, ed è questa oggi la mia priorità.

(16/03/2009)
Artista:
Afterhours