Gli ‘A67 ci fanno il punto della situazione sull’intensa attività che negli ultimi cinque anni ha visto il gruppo napoletano pubblicare due dischi (“A camorra song’io”, 2005 e Suburb, 2008), ricevere diversi riconoscimenti tra cui il premio “Voci per la libertà” di Amnesty International” nel 2006 ed avviare altrettante collaborazioni con artisti dentro e fuori la musica. Il tutto con l’intenzione di squarciare il velo sul soffocamento camorristico delle periferie napoletane e dare voce a chi dal centro delle città viene sistematicamente escluso.
Per voi gli ultimi tre anni sono stati un periodo piuttosto importante:
due dischi, più di centocinquanta concerti, diversi premi tra cui il “Voci per
la Libertà 2006”, molte collaborazioni importanti sia sotto l’aspetto artistico
che umano (Mauro Pagani, Roberto Saviano, ultimamente Giancarlo De Cataldo) e
un approccio al fare musica che non si ferma al solo aspetto artistico. Siete
soddisfatti di come sta andando? C’è qualcosa che avreste voluto fosse andato
diversamente? Abbiamo tantissimi motivi per
essere orgogliosi e soddisfatti del nostro lavoro, di conseguenza speriamo solo
di poter continuare su questa strada crescendo e migliorandoci sempre di più! Per
curiosità, e data anche la stagnazione generale (che rispetto ai periodi
precedenti garantisce pochissimi spazi a chi non ha già “un nome”) abbiamo
cercato di portare avanti il nostro percorso inventandoci anche qualcosa in
più: uno spettacolo, una collaborazione, un progetto… Ogni passo seguiva il
precedente e precedeva il seguente, anche quelli apparentemente “strambi”.
Cioè, invece di tentare la sorte con un “one-shot”, abbiamo piuttosto badato a
costruire una realtà: un modo sicuramente più faticoso ma la cui sostanza
cresce di volta in volta senza dipendere dalla volubilità di altre persone o
coincidenze. La vostra musica e anche la vostra identità di gruppo sono molto
influenzate dal luogo dove provenite, il quale connota fortemente il vostro
linguaggio, la scelta del dialetto, dei temi da affrontare e anche il vostro
nome. Sto parlando ovviamente della periferia, luogo geografico ma soprattutto
sociale, che viene descritta dai media in primis come opposizione negativa al
centro (sporco/pulito, pericoloso/sicuro). Un atteggiamento che ricalca quello
di certe amministrazioni comunali di differente colore politico che mirano a
tenere “pulito” il centro relegando e segregando tutto il “marcio” in
periferia, aumentando così ancora di più il grado di disagio. Che rapporto
avete con il centro? Come lo considerate? Con il cosiddetto “centro” abbiamo
un rapporto normale… nel senso che lo viviamo come lo vivono tutti, nella
misura in cui ci sono più locali e più punti di aggregazione, negozi,
infrastrutture… La rabbia sale nel momento in cui siamo costretti a spostarci
per passare anche una semplice serata. Quando ci rendiamo conto che a Scampia
(pur facendo parte di Napoli) stentano ad arrivare perfino i manifesti delle
rassegne e manifestazioni (festival, mostre ecc. ) che si tengono al centro, e
soprattutto di fronte alla politica che si attua nei confronti della periferia,
una politica sempre tendenzialmente
sottoposta a quella del centro e che si dedica agli altri quartieri solo con
l’ipocrisia assistenzialista da campagna elettorale. Ed invece con la periferia? Avete mai pensato a che musica fareste oggi
se non proveniste da Scampia? Io, che scrivo i testi e sono il
fondatore del progetto, non so neanche se avrei fatto musica… se non fossi
cresciuto tra le mura del mio quartiere: non potevo non scrivere, l’urgenza di
comunicare è stata una importantissima valvola di sfogo per sopportare e capire
la realtà che mi circonda. Come chiunque siamo influenzati dal luogo in cui
siamo nati e cresciuti, che nel nostro caso significa periferia ma soprattutto
significa Napoli, una città storicamente e profondamente musicale. Attorno al tema della periferia, e in particolare delle nuove
generazioni che le abitano, è nato il vostro secondo disco “Suburb” e anche la
vostra ultima collaborazione, quella con Giancarlo De Cataldo per lo spettacolo
“Generazioni Suburbe”. Come è nato quest’ultimo progetto? Quali caratteristiche
avete ravvisato in queste nuove generazioni che le differenziano dalle
generazioni di periferia raccontate, ad esempio, da Pasolini? Il progetto con Giancarlo De Cataldo è nato quando ci
siamo conosciuti, per la comunanza di interessi ed argomenti e per una grande e
spontanea simpatia umana; appena è stato possibile l’abbiamo messo in pratica,
fondendo le nostre canzoni con i suoi testi, rimasticando la raccolta “Teneri
assassini” come avremmo fatto con una cover. Anche “Generazione Suburbe” è
un’estensione speciale del nostro percorso lirico e musicale, ci siamo
divertiti ad allargare nuovamente le maglie del nostro mestiere creando un progetto
da rappresentare solo in contenitori particolarmente adatti e che
partecipassero del contenuto (come già con il precedente “Alien’azione”
realizzato nelle comunità di accoglienza): la manifestazione “Politicamente
Scorretto” di Carlo Lucarelli, il
teatro Tor Bella Monaca diretto da Michele
Placido, l’auditorium di Scampia all’interno del progetto teatrale
“Punta corsara” che coinvolge i ragazzi del nostro quartiere. Rispetto alle generazioni
delle periferie romane degli anni cinquanta e sessanta raccontate da Pasolini, quelle di oggi, per ovvie
ragioni, vivono in modo amplificato le contraddizioni di una politica e di un sistema sempre più
lontano dagli interessi delle classi più deboli e sempre più attento a
salvaguardare le proprie poltrone. Anche se in definitiva l’inferno popolato
dai «senza speranza», dove gli istinti elementari – fame, sesso e denaro –
perpetuamente insoddisfatti spingono i «ragazzi di vita» dentro Roma e dentro
le grandi metropoli europee e non solo, è rimasto fondamentalmente lo stesso. Quindi
se negli anni sessanta la violenza
iniziava a diventare costume, comportamento, codice morale di una società che
stava annientando la politica, oggi assistiamo ogni giorno al funerale della
politica, e quella violenza che nasceva fondamentalmente dalla rabbia di chi
vive in una condizione di abbandono e di degrado, oggi è finita per diventare
strumento attraverso cui rivendicare la propria identità e cercare di
acquistare un posto in società attraverso le diverse organizzazioni criminali:
“essere odiati fa odiare”. La rabbia nei confronti della propria condizione e dei fattori che la
determinano mi pare sia una delle caratteristiche principali di queste nuove
generazioni, a Napoli come nelle banlieue parigine o in Brasile. Come si può
veicolare questa rabbia in senso positivo? Sicuramente incanalandola nelle
diverse espressioni artistiche e non solo (musica, teatro, letteratura, sport),
facendo sì che queste diventino a loro volta valvole di sfogo, per prendere coscienza
della propria realtà oggettivandola ed esorcizzandola attraverso la bellezza
dell’arte e le possibilità che può offrire. Solo in questo modo potremmo
liberarci delle catene mentali e materiali che il vivere in periferia ci impone
e di conseguenza sperare in un cambiamento, che diventa reale solo nella misura
in cui parte da noi stessi. Nel vostro viaggio tra le periferie del mondo avete coinvolto alcuni
gruppi che da quei luoghi provengono, come gli indiani Avial, il brasiliano
Calixto, i francesi Dupain e i turchi Kara Gunes. Come siete entrati in
contatto con loro? E da dove nasce, soprattutto nella parte musica, quest’idea
di mischiare i suoni e le lingue delle varie periferie del mondo? Noi siamo sempre stati aperti
alla contaminazione, sia musicalmente parlando, sia nei confronti di nuovi
codici artistici quali possono essere appunto la letteratura e il teatro. Con
“Suburb” abbiamo voluto sviscerare un altro tema assai caro agli ‘A67, oltre a
quello della lotta alle mafie, quello delle periferie, e siccome ci sembrava
presuntuoso e riduttivo parlarne da soli, abbiamo cercato altre band che in
qualche modo fossero alter ego degli ‘A67 in giro per il mondo, vuoi per
impegno sociale, vuoi per feeling musicale (crossover fra tradizione e rock). A
coordinare il progetto è stato il nostro manager Giorgia Fazzini, che ha
diretto artisticamente tutta la realizzazione del disco, scegliendo e
contattando i vari artisti anche attraverso i nuovi strumenti della rete. Ogni
collaborazione è nata insomma da una scelta (geografica e musicale) ben precisa:
lavorare sulle periferie e sul Sud del mondo scegliendo le due più grandi
democrazie in ascesa (Brasile e India) e le due città che con Napoli sono
crogiuoli storici del nostro baricentro Mediterraneo (Istanbul e Marsiglia). Nel
caso del rapper brasiliano Calixto
dell’Orchestra do Mundo l’esperienza forte è stata doppia, perché al Brasile e
alle favelas siamo particolarmente legati essendoci stati un paio di estati fa
proprio per un progetto sulle periferie. Questo vostro approccio contaminatorio incontra poi il vostro
background, che si rifa al rock, all’hip-hop, ma in certi punti anche al jazz-rock napoletano degli anni ’70 (i Napoli Centrale su tutti). Vi sentite
debitori nei loro confronti? I Napoli Centrale sono stati uno dei gruppi più importanti della
scena alternativa della musica italiana, a James
Senese devono tutti qualcosa (musicalmente e testualmente parlando) dai
cantanti più famosi del music business fino ad arrivare a noi. L’eredità che
c’ha lascito il Neapolitan Power è linfa vitale, continua ispirazione per chi
come noi oggi cerca di raccontare attraverso la musica la nostra città e non
solo. Tra le varie collaborazioni di “Suburb” poi c’è quella con Roberto
Saviano e il tema della camorra e della sua azione soffocante ricorre spesso
nei vostri brani. La stessa accusa di ledere l’immagine dell’Italia fatta al
libro e film “Gomorra”, potrebbe essere rivolta anche a voi. Cosa rispondereste
ad una simile (assurda) accusa? Il problema risulta essere
complesso, fondamentalmente crediamo che l’immagine della nostra città venga
rovinata ogni giorno da chi si macchia di questi crimini, e da chi ha gestito
per anni la politica che troppo spesso è scesa a patti con la criminalità
organizzata. Un cambiamento reale può avvenire solo se si prende coscienza di
avere un problema e non facendo finta di nulla o attaccando chi mette in
pericolo la propria vita pur di far conoscere la nostra triste realtà. A tal proposito è impossibile non notare che nei vostri testi ricorre
spesso il tema del rapporto con la propria coscienza e la necessità di prendere
atto della situazione prima di poter pretendere di cambiare qualcosa. Immagino
che, visto il cammino intrapreso, voi abbiate già vissuto questa presa di
coscienza. Da cosa è nata? C’è stato un qualche episodio specifico? Quali stati
d’animo avete provato quando avete capito che qualcosa bisognava fare? Vivere a Scampia (così come ogni
altra periferia) ti condiziona nel pensiero e nei comportamenti, e la cosa più
drammatica è che riesci a rendertene conto solo quando hai la fortuna e la
capacità di guardarti dall’esterno. Il nostro primo album “‘A camorra song’ io”
nasce appunto da questa presa di coscienza, dal fatto che la periferia è
innanzitutto una condizione mentale e poi materiale. Personalmente ho avuto la
fortuna di conoscere altro, grazie ad una famiglia che ha fatto di tutto per
mandarmi all’università e questo mi ha reso libero. Spesso chi vive ai margini
crede che l’unico mondo che esiste sia quello che vede e che ci fanno vedere
ogni giorno, e se non si ha la fortuna di uscire fuori da questo mondo e capire
che esiste anche altro, si rimarrà prigionieri della propria condizione! In quanto napoletani, non siete i primi a parlare dei problemi della
vostra terra attraverso la musica. Al contempo però, tanti altri artisti
provenienti dai vostri luoghi preferiscono sorvolare sulle questioni che voi
affrontate. Credete che la musica napoletana avrebbe potuto o potrebbe fare di
più per la propria terra? Senza ombra di dubbio Napoli è in definitiva la città che più di tutte
influenza: non c’è artista napoletano che non abbia parlato della sua città,
arrivando spesso ad una autoreferenzialità che non ha eguali. C’è un rapporto
viscerale che lega il Napoletano alla propria città e questo lo si riscontra
nell’arte così come in ogni aspetto culturale della nostra città. In effetti prima di noi il fenomeno della camorra non era
mai stato trattato in musica in modo così chiaro e forte, se non attraverso
metafore e piccole citazioni. Si potrebbe fare di più se si pensa all’enorme
capacità che ha la musica, in quanto strumento privilegiato di comunicazione,
di arrivare alle nuove generazioni che andranno a formare il popolo di domani;
questo è proprio quello che ha spinto noi ‘A67 nel 2007 a realizzare un
progetto come “Voglie parlà!”, un percorso di educazione alla legalità che ci
ha portato materialmente a suonare e parlare di camorra nelle scuole della
Campania e non solo, appunto per sensibilizzare gli studenti su determinate
tematiche. (07/04/2009)
'a67
http://www.a67.it
