Un passato che si lega al presente. Con un percorso che ha toccato tanti aspetti della musica italiana, come compositore e come interprete. Edoardo de Angelis fa un bilancio artistico del suo più recente Historias, uscito per Il Manifesto dischi. I suoi fan con qualche anno in più riconosceranno canzoni come La casa di Hilde, destinata a Francesco de Gregori, Sulla Rotta di Cristoforo Colombo, scritta insieme a Lucio Dalla e la sempreverde ballata Lella. Ma ci sono nuove canzoni inserite in un'atmosfera particolare, legata a sonorità latinoamericane ma al tempo stesso tipica della nostra canzone d'autore. Parlando con de Angelis tentiamo di capire dove può andare il cantautorato, ma non possiamo non ricordare insieme qualche momento della sua vicenda artistica passata che compare anche in questa produzione.
Anche se è un mix di brani vecchi e nuovi, “Historias” sembra concepito come un disco che segue un filo conduttore.
E’ vero, si tratta di un album registrato in studio e pensato come se fosse un disco di inediti. Al tempo stesso c’è una rivisitazione di canzoni e un’ispirazione forte legata a due particolari circostanze: i “Diari della motocicletta” di Che Guevara raccontati in L’altra medicina e la lettura di buona parte dell’opera di Sepùlveda che invece è alla base di Cinque Parole. Un vero e proprio svolgimento di un racconto a capitoli.
E’ stato facile inserire brani già noti come Sulla rotta di Cristoforo Colombo e La casa di Hilde in una struttura artistica differente?
Come le canzoni originali ricordate prima e altre come Mamèn sono concepite per essere delle storie musicali, così una delle sfide è stata quella di vedere se alcune canzoni del passato potevano essere calate in un’atmosfera legata alla musica popolare e alla sua capacità di raccontare storie. Anche perché questo disco non va considerato come un punto di partenza o di arrivo. E’ un passaggio che vorrei utilizzare per verificare il punto di contatto e comunicazione tra cantautorato (non sono un cantante, ma interprete di un certo tipo di musica) e canzone popolare. In pratica vengo da quel settore sin quando ero un giovane autore che bazzicava il Folkstudio di Roma.
Un club diventato storico, qual è il suo ricordo?
Era un luogo nel quale la canzone d’autore non era poi così conosciuta né ospitata: Giancarlo Cesaroni, anima del locale, non la poteva nemmeno ascoltare, la snobbava perché era un appassionato di jazz e musica popolare. Anzi di quest’ultima il Folkstudio era la vera e propria casa: quando ho mosso i primi passi c’erano Caterina Bueno, Daisy Lumini, Matteo Salvatore, Otello Profazio, Giovanna Marini, Antonio Infantino. I primi spettacoli li facevo addirittura con il Duo di Piadena. Da questa esperienza qualcosa è arrivato fino a oggi ed è per questo che considero “Historias” un momento di passaggio. Un disco con tanto entusiasmo per la cultura musicale e letteraria dell’America Latina. I musicisti argentini mi hanno riportato in un clima familiare: in tante parti del mondo si sente questo slancio di appartenenza a un settore che è più vasto della canzone d’autore.
Abbiamo parlato di canzone popolare: in “Historias” c’è anche Lella, il suo brano forse più conosciuto e che è in romanesco…
…e del quale qualcuno ha anche tentato di prenderne la titolarità. Comunque è un brano di musica popolare pensato per voce e chitarra, non la immaginavo assolutamente in una veste diversa, anche se nella versione che presentai con la Schola Cantorum e i suoi tanti cantanti diventa un brano più corale. E’ stato scritto nel 1969 e pubblicata nel 1971 dalla Valiant-Rca insieme a Stelio Gicca Palli, con il quale passammo dai banchi di scuola al “Cantagiro canta mondo”. In quell’occasione vincemmo il settore giovani ma non passammo la censura televisiva, perché Lella aveva un testo molto forte per quel periodo. Fu poi lasciata da parte per qualche tempo fino a quando Edoardo Vianello e Wilma Goich, che parteciparono a quel Cantagiro, la proposero in duo con il loro marchio dei Vianella. Fu grazie a questa versione che la canzone andò in radio e televisione prima che la riprendessi con la Schola Cantorum.
In “Historias”, Lella ha ritrovato un’atmosfera più confidenziale, acustica.
Ha un suono diverso perché l’ho data in mano ai musicisti argentini che hanno portato la spiaggia di Fiumicino sul Rio de La Plata. In parte è stato ritrovato lo spirito originario che poi è stato arricchito dalla splendida voce di Lucilla Galeazzi. Ma la storia è la stessa.
Mentre la versione di Sulla rotta di Cristoforo Colombo presenta anche elementi ritmici che fanno pensare di essere già arrivati alla meta del viaggio.
Le musiche popolari di tutto il mondo si assomigliano di là dal ponte o dall’altra parte dell’oceano. Nel frattempo, attraverso Lucilla Galeazzi, Ambrogio Sparagna e l’Orchestra dell’Auditorium di Roma ho lavorato con un personaggio divenuto un amico straordinario: il siciliano Mario Incudine. E’ un etnomusicologo e un artista a cavallo tra tradizione popolare e composizione di brani. Scrive le canzoni ispirandosi proprio alle forme popolari. Sono rimasto molto colpito da questo incontro: con Incudine e Lucilla Galeazzi abbiamo fatto alcune date in Friuli, ma soprattutto con lui e i sui musicisti all’interno di un’orchestra d’archi al Teatro Massimo di Palermo abbiamo coinvolto Antonella Ruggiero nella proposta di ninne nanne. Questa secondo me è la direzione della musica popolare: quella di rinnovare la tradizione ma con un repertorio nuovo.
Torniamo per un attimo alla Schola Cantorum che salì sul palco del festival di Sanremo dopo che lei se ne era andato. Come giudicò quella partecipazione?
Andai via proprio in vista di quella ipotesi, ma non era solo per quel motivo. Erano venute meno le premesse del mio lavoro con la Schola Cantorum con la quale rielaboravamo il patrimonio d’autore italiano. Ricordo che riproponevamo Baglioni, Cocciante e De Gregori, collaboravamo come Venditti e Conte. L’album “Tre Campane” ebbe successo e per un certo periodo rimasi all’interno del meccanismo dei concerti che non mi permettevano di andare via. Poi nel giro di poco tempo lasciai sia la Schola Cantorum e la Rca (scrivendo un sacco di raccomandate) andando a Milano. Tornando a Sanremo, il gruppo presentò il brano Un amore di Marco Luberti, una canzone molto melodica. Però dovettero andare vestiti in un certo modo, con gilè colorati, cosa che io sinceramente non sarei riuscito a fare.
Non era facile lasciare la Rca che allora era un’etichetta di punta per la musica italiana. Tra l’altro con personaggi diventati poi oggetto di grande attenzione come Piero Ciampi.
Non sono mai stato una persona che ha fatto scelte opportune o dettate dal calcolo, ma sempre dalla voglia di cambiare. Lei ha citato Piero Ciampi e attraverso Gianni Marchetti, che arrangiò “Il mio cuore è a casa mia” nel 1977, diventai suo amico. Piero suscitava negli amici una forma di tenerezza e di protezione. Era un artista con la A maiuscola, persona di grande sensibilità già segnato da alcuni problemi della vita. Ma era comunque un personaggio notevole.
E’ ancora possibile secondo lei un’esperienza come il Folkstudio?
Domanda importante: ho provato negli ultimi anni a far convergere su questa ipotesi vari interessi per una casa comune della canzone popolare e di quella d’autore. Ho trovato molta sordità a livello istituzionale. Comunque lo ritengo ancora possibile.
Edoardo De Angelis
