La prima cosa che colpisce di Tiziano Ferro è il suo essere coi piedi per terra, che non significa apparire umili a tutti i costi, ma franchi, capaci di ammettere con onestà pregi e difetti di sé stessi e di ciò che si fa. Poi a sorprendere è l’entusiasmo con cui racconta il proprio mestiere come la professionalità che ha nell’affrontarlo, anche durante l’ennesima e lunga intervista (quasi un’ora e mezza di colloquio quello sintetizzato qui di seguito). Ride spesso questo ragazzo di Latina quando parla di sé e della sua storia, ma dimostra tanta consapevolezza del suo ruolo nel panorama del pop italiano del nuovo millennio, che in lui trova un autore e interprete maturo, a cui la semplicistica etichetta “commerciale” va sempre più stretta.
Questo è il primo disco che presenti con una ballata. Alla mia età sembra voler suggerire la
direzione di tutto il lavoro, in cui effettivamente ci sono parecchie ballads.
E’ stata una scelta precisa immagino. Io sono al servizio delle
canzoni, comandano loro. Quando ho scritto Alla
mia età ho capito che era questa la linea del disco stesso, non poteva non
essere questo il primo singolo. Senza Alla
mia età questo lavoro non sarebbe proprio esistito; anche se non è stata la
prima canzone che ho scritto è stato l’input iniziale di tutto il resto.
L’input dell’introspezione, del guardarsi dentro, della rivoluzione, intesa
come le lotte che uno fa con sé stesso ogni giorno per vivere una vita
dignitosa. Poi devo dire che per i miei dischi i primi singoli li ho scelti
sempre io. Sono molto socratico… faccio parlare la mia casa discografica, gli
faccio dire cosa pensa, poi decido da me (ride,
ndr). Comunque erano tutti d’accordo su questo singolo, mentre ad esempio
su Stop! Dimentica non erano così
d’accordo. Si è detto che “Alla mia età” è un disco molto autobiografico. Ma non
mi sembra che nei tuoi lavori precedenti ci sia meno della tua vita e di quel
che ti accade. Secondo me il grado di
autobiografia è esattamente lo stesso, questo è solo un capitolo nuovo e
diverso della mia vita. Un capitolo diverso ma non molto esaltante. Mi sembra ci sia un bel po’
di malinconia nella canzoni. E pure tanta sofferenza. Ma in realtà questo disco è nato
dal buonumore, nonostante quello che possa sembrare ascoltandolo. Perché se io
sono passato attraverso quelle canzoni l’ho fatto per trovare uno stato d’animo
migliore, per cercare una vita dalla qualità migliore, che abbia in sé una
consapevolezza e uno spirito diversi dal passato. Ed io oggi sono di buonumore,
e non perché mi drogo (ride, ndr).
No, è proprio un bel momento, è nato da una ricerca di serenità, che magari non
ho raggiunto del tutto perché chi la raggiunge del tutto? Però lo vedo dalla
qualità dei rapporti con le persone che mi stanno intorno a partire dalla mia
famiglia che è un bel momento e che
questo momento me lo sono conquistato, grazie anche alla sofferenza che c’è in
quelle canzoni. Ma ti viene difficile mettere quello che vivi nelle canzoni? No, è necessario, non potrei fare
a meno. Se mi togliessero la possibilità di scrivere poi dovrebbero
rinchiudermi in manicomio. Guarda che è veramente un lusso quello che posso
fare io. Il mio manager di adesso è quello che mi ha portato in EMI otto anni
fa, ed è stato l’unico che riuscì a farmi firmare, ma non fu facile, perché
allora le case discografiche non mi volevano. In realtà lui non si rende conto
che per me quella firma è stata una salvezza, perché se io non avessi fatto
questo mestiere sarei una persona fortemente infelice. In un disco posso
mettere quello sento e quello che penso, quel mio lato più scuro e profondo in ogni accezione che puoi dare
alla parola. I miei amici di Latina mi dicono spesso che io la testa ce l’avevo
più montata prima di cominciare a fare questo lavoro e che oggi ho smussato
molto i miei angoli e sono più disponibile. E questa cosa è successo
perché faccio un lavoro che mi piace,
che non mi lascia né frustrazione né infelicità. Ed invece ti viene difficile salire su un palco e cantarla la tua vita?
No, assolutamente!Te lo chiedo perché nel suo ultimo disco Cesare Cremonini ha scritto
una canzone che si intitola Il pagliaccio,
in cui dice di aver bisogno di una maschera quando sale sul palco. Una maschera
non di finzione, ma di protezione. Beh non ha del tutto torto. Ce
n’è bisogno soprattutto all’inizio del concerto, perché non si può salire sul
palco così, come se nulla fosse. Ci sono delle fasi da preparare e da seguire
una volta che ci sei sopra. Per me una delle cose più affascinanti è pensare lo
spettacolo. Quando ad esempio i miei amici vanno ad un concerto poi chiedo
sempre com’era la scaletta, come hanno fatto questo pezzo o quell’altro. Io le
scalette le studio, perché una buona scaletta ti permette di sentirti piano
piano a tuo agio lì sopra il palco a cantare le tue cose. E poi devi darti la possibilità
di capire come stai tu, se hai mal di gola, se hai mangiato bene. E capire come
sta il pubblico. Il concerto è un momento fatto di umori, metà dell’opera la fa
chi ti viene a vedere. Se in un posto sento una chimica positiva con il
pubblico mi trovo subito a mio agio e finisco il concerto felice. Non deve per
forza essere uno stadio pieno, a volte può bastare anche un club con trecento
persone. È una compartecipazione, quando vedi che c’è reattività mettersi a
disposizione è naturale, e allora non servono protezioni. Viene proprio naturale
condividere la tua vita attraverso le canzoni. Alla mia età tra le varie
cose parla di fallimento. Lavorare ad un disco è un po’ come prepararsi a
calciare un rigore. Solitamente si è convinti di quello che si sta facendo, ma
poi non sempre va tutto bene. E la palla può finire in curva. Tu non hai paura
di calciare alto? No, perché per me fare un disco
non è tirare un rigore. Non è una cosa da un attimo e via. Io non mi sono mai
giocato i miei dischi sul lancio di un solo singolo. Quando pubblico un cd è
perché ho dieci canzoni, non una, e
non ho paura di fallire. Anzi, mi piace rischiare. Io ho pubblicato dischi con primi
singoli controversi come Xverso o Stop! Dimentica perché sapevo che dietro
c’era un disco intero. Io vivo questa cosa come negli anni settanta, quando i
dischi di Cocciante o di Battisti avevano dentro almeno sei
canzoni importanti. Ecco perché l’uscita di un disco non mi innervosisce: non è
come tirare un rigore, è come stare ai nastri di partenza di una maratona e
giocarsela sulla lunga distanza, cinque singoli a disco, un anno di lavoro, e
tutte le altre canzoni dietro. Un disco per intero, su cui spalmo tutto quello
che ho da dire. Quindi la logica di Sanremo del giocarsi tutto con un pezzo non fa
proprio per te…A me piace molto Sanremo, ma non
ci andrei mai. Perché non sarei in grado emotivamente di reggere lo stress di
giocarsi un disco intero nei quattro minuti di una canzone. Ammiro chi ci
riesce, ma io non ce la farei. Cambiano del tutto discorso, Il
sole esiste per tutti e Per un po’
sparirò, che sono due dei tre pezzi elettronici del disco, hanno a livello
testuale una struttura diversa dagli altri brani. Sbaglio o l’uso del laptop
durante la composizione ne ha influenzato abbastanza il risultato finale? Sì sì, merito di Garage Band. Per
chi scrive è una manna dal cielo, ti toglie la fatica di passare dall’idea alla
pratica e ti fa fare in modo del tutto spontaneo dei provini incredibili in
quanto a suono. Per Il sole esiste per
tutti ho scritto prima il testo e poi ho cercato la ritmica giusta giocando
con il computer, fino a quando ho trovato questo ritmo così serrato. Sapevo
dall’inizio che non doveva essere una ballata, perché il testo è già di per sé
enfatico e una ballata lo avrebbe enfatizzato ancora di più. Per un po’ sparirò invece è nata tutta
sulla base ritmica al pc, poi Michele (Canova,
che ha prodotto il disco, ndr) ci ha fatto un lavoro bellissimo, come per Il sole esiste per tutti,
caratterizzando molto i pezzi. Quando ho scritto Per un po’ sparirò ero in un hotel in Germania; pochi giorni dopo
che la scrissi venne a trovarmi Michele e gliela feci sentire. Subito lui ne
registrò col suo pc un provino sul quale io cantai stando in bagno, per isolare
meglio la voce. E alla fine di questo provino si sente lo sciacquone… ok,
fatto! E’ stato lì che ho capito che questo disco doveva avere la sua parte più
ritmica, che secondo me nel disco precedente è mancata un po’, ma non
volontariamente, perché alla fine i dischi escono come escono. Ascolti musica elettronica? Sì, molto, ascolto un po’ di
tutto. Da capostipiti come i Kraftwerk
a cose più recenti come i Groove Armada.
Ultimamente sto consumando i Does it
offend you, yeah? . Ecco, se dovessi fare una follia adesso andrei da loro
in studio e direi: fate quello che volete di me!E Timbaland? Sì, anche, ma ho cominciato ad
ascoltarlo nel ’97. Oggi, mi spiace dirlo, mi pare un po’ inflazionato. Chiaro che
se lui venisse da me e mi dicesse facciamo un pezzo non gli direi certamente di
no, ma ultimamente non mi stimola più di tanto. Quello che invece mi sorprende
sempre è Kanye West: il suo ultimo
disco è bellissimo, emozionante, con delle trovate nell’utilizzo
dell’elettronica minimali ma molto forti sotto il profilo emotivo. Io non so
cosa gli sia successo umanamente negli ultimi tempi, ma di certo questo è il
suo disco migliore. Però tu sei stato definito spesso come l’R. Kelly o il Timberlake
italiano…L’unica cosa che dico è che a me
mi hanno paragonato a delle persone brave (ride
di gusto, ndr). Quello dell’essere il “tal dei tali” italiano è un
biglietto che nel nostro Paese bisogna per forza scontare sempre. Almeno io lo
pago con artisti molto bravi. Invece queste collaborazioni con Fossati e Battiato? Facevano parte dei
tuoi ascolti anche prima di coinvolgerli nel disco? Entrambi, sì, soprattutto Battiato. Lui è tra le dieci voci
maschili che mi hanno condizionato di più. Se canto come canto, bene o male che
sia, lo devo a lui; e allo stesso modo se scrivo come scrivo lo devo a Fossati, che è uno dei pochi che quando
parla di rapporti umani riesce a sintetizzare in una canzone concetti e stati
d’animo che a volte sono difficili da sintetizzare anche dentro di sé. Prima di
conoscerlo non potevo immaginarmi come facesse, poi incontrandolo ho capito: è fortemente
attaccato a dei valori reali, veri, di vita. E da lì prende la profondità di
ciò che scrive. Non si fa distrarre nemmeno dall’autorevolezza che ha
all’interno del mondo della musica italiana. Perdere la testa quando sei Ivano
Fossati è un attimo, e invece lui no. Per me conoscerlo è stato conoscere un
esempio d’uomo, una persona davvero sulla
terra. E la stessa cosa, seppur in maniera diversa per questioni di
retroterra e di età, vale per Battiato. Loro due sono la dimostrazione che
anche in questo mestiere le cose possono essere modellate in una direzione più
tua, senza che il successo invada troppo la tua vita. La traversata dell’estate è
un omaggio ad Un’estate al mare, che
è stata scritta da Battiato…E’ certamente una specie di
omaggio: io la definisco una versione post-atomica di Un’estate al mare, la fotografia di un’estate disastrata, vissuta
da una persona che si sente fuori luogo in spiaggia e in tutti i più tipici
luoghi estivi, che poi sarei io che non sopporto l’estate, soprattutto quella
italiana, dove tutto è chiuso, morto. Io dico sempre che in questo disco anche
se non ci fosse stato Battiato come ospite ci sarebbe stata comunque la sua
presenza nei brani. Anche dentro Il sole
esiste per tutti c’è lui. Battiato ha ricreato la melodia de Il tempo stesso sul tuo testo e sulla base di Michele Canova. Però
originariamente doveva essere Manlio Sgalambro a scrivere il testo, giusto? Sì, Sgalambro è arrivato tardi con il testo che però era scritto per la
mia melodia, che è poi quella che Battiato ha ribaltato. Ovviamente
riutilizzerò quel testo, che ora ho nel cassetto, anche perché non posso
evitare di farlo, è molto bello e divertente, e a me piace essere ironico. Ma quindi se non ho capito male tu ti senti più vicino a Battiato che a
Timberlake. A tutte e due in realtà. Ho tutti
i dischi di entrambi, per cui non ho nessun tipo sbilanciamento verso l’uno o
l’altro. L’unica cosa che recrimino alla musica americana con un certo
riscontro commerciale è l’assenza di contenuti dei testi, che spesso non sento
come figli di un’esigenza di esprimere qualcosa. Ma di questi artisti adoro la
capacità di intrattenere, la capacità di cantare mentre ballano, un atteggiamento
a cui noi non siamo abituati ma dietro il quale c’è un lavoro molto faticoso e rispettabile.
E pure la capacità di stare costantemente su una scena mondiale e doversi
confrontare con tanti mercati diversi. Sono dei punti di riferimento per me. Ho
conosciuto Justin Timberlake, seppur
in una situazione particolare… al bagno durante gli MTV Award… (ridiamo, ndr) La cosa che mi ha colpito
di lui è la sua lucidità unita ad una totale rilassatezza nell’affrontare il
mestiere. Però chiaramente nella vita se ho bisogno di una canzone che mi
faccia riflettere loro non riescono a darmi quello. Per cui lì arriva il
cantautore, ovvio. Tutti hanno parlato molto delle collaborazioni con Fossati e Battiato
ma non tanto di quella con Fiorella Mannoia. E’ bello, è uno dei pochi davvero
convincenti del suo ultimo disco…Ti ringrazio. A me piace molto
quel pezzo. Infatti mi chiedevo perché non te lo fossi tenuto…Era nel mio disco in effetti, ma
l’ho tolto per darlo a lei. Perché se Fiorella
Mannoia chiama bisogna rispondere con qualcosa di peso. Quando qualcuno mi
chiede di scrivere un pezzo io se non ho qualcosa all’altezza piuttosto
rispondo che non ce l’ho. Se me lo chiede Fiorella Mannoia la responsabilità è
doppia. Il ritornello di quella canzone è molto da Mannoia, ma nelle strofe e
nella parte finale si sente forte anche la tua mano. Anche se inizialmente
l’avevi pensato per te quel brano, mi sembra che sia venuta un’ottima sintesi,
no? Ma perché lei li sa vestire bene,
è lei la vera interprete, quelle che mancano. È anche per questo motivo che a
me piace molto Giusy, perché secondo
me lei è tornata ad aprire una generazione di cantanti-intepreti che spero
continui in futuro. Giusy sa prendere una canzone e ribaltarla pur rispettandone
l’intento iniziale, ma soprattutto sa dare il giusto peso alle parole. Il
grande talento di Fiorella è di non essere autoriferita, di non essere
costantemente in autofocus. Non si è cimentata mai nella scrittura, non ha
commesso l’errore di mettersi a scrivere, ha riconosciuto i suoi limiti.
L’hanno fatto in poche: lei, Mina,
chi altro? È un gesto di grande intelligenza, perché se tu hai degli autori che
ti scrivono cose importanti ti fidi di loro, ma è un gesto anche di grande
presunzione perché ti prendi la responsabilità di fare una sola cosa che credi di sapere fare al meglio. Ma dunque dopo aver scritto per la Mannoia pensi di essere arrivato ad
un livello alto di maturazione o pensi di dover crescere ancora, intendo
proprio tecnicamente, nell’uso del linguaggio ad esempio? L’obiettivo mio nella vita, come
quello di molta gente credo, è quello di arrivare ad un equilibrio. Equilibrio
non intenso come moderazione o restrizione, ma come capacità di pesare tutto
per quello che realmente vale. No, lo sto dicendo male, di saper dosare le cose: la veemenza, le
risposte, la gioia, la disperazione. Avere tutti gli estremi però saperne
essere padrone, secondo me è questa l’essenza della maturità. E anche nella
musica io ci provo, mi piacerebbe saper controllare bene la voce, saper dosare
i momenti, saper urlare pur facendolo sottovoce, e dire delle cose importanti
senza doverle per forza dichiarare. È questa la lotta che faccio tutti i
giorni, non è facile, ma io ci provo. L’importante poi è non perdere quell’accezione
di divertimento e di commozione che nel fare musica ci deve essere sempre. Sono
le due cose principali: il gasamento
di un pezzo ritmato, divertente, e il mettersi a piangere dall’emozione mentre
scrivi un testo.
Tiziano Ferro
