E’ un cultore appassionato di mille cose Claudio Sanfilippo: dalla poesia dialettale milanese alla musica brasiliana, dal calcio come metafora della vita e della competizione che si fa estetica (non per altro è estimatore di Rivera, Gianni Brera “fu Carlo” e Beppe Viola) alla facondia della fabulazione. Lo conoscemmo all’epoca dell’uscita di “Stile libero” e non lo abbiamo mai abbandonato consci del fatto che la stoffa artistica è davvero notevole, vedasi a proposito anche l’ultimo lavoro Fotosensibile.
“Fotosensibile” è un album molto delicato, pieno di
ritmo ma anche onirico, sognante, morbido. Come nasce l’idea di questo lavoro e
come hai assemblato le canzoni? L’idea nasce con
l’intenzione di “sdoganare” la mia visione della canzone d’autore verso i
confini della musica pop unito all’obbiettivo di rappresentare le mie diverse
anime musicali. Per questo la scelta delle canzoni è stata improntata sulla
varietà delle ispirazioni: la bossanova, la ballad di matrice anglosassone e
perfino, per la prima volta, il linguaggio del rock. La confezione dell’album è molto ricca,
difficile da riscontrare anche in prodotti dell’industria discografica. Come è
stato possibile proporre questo invidiabile packaging e come rappresenta il
tutto? In effetti il
packaging è di livello molto elevato. Abbiamo pensato che un lavoro così
importante, anche e non solo per la presenza di un dvd, meritasse di essere
pubblicato con una confezione elegante e ricca. Il merito comunque va all’art
director del progetto, Alessia Casati,
e allo stampatore Vela Web, che hanno fatto un lavoro magnifico. Chi acquista
il cd si porta a casa buona musica ma anche un oggetto molto bello…Questo album richiama lo stile che già conosciamo
però, ad un ascolto attento, si percepisce una ulteriore crescita, un suono più
levigato, parole ancor più ricercate. E’ così oppure è solo una mia
impressione? E’ certamente un lavoro molto curato, ogni minimo particolare è stato
trattato come se fosse di importanza vitale per la buona riuscita del progetto,
sia in fase di ripresa degli strumenti che nella cura degli ambienti sonori.
Insomma, ogni volta si cerca di fare meglio. E poi la natura impegnativa
dell’obbiettivo che ci siamo posti richiedeva una certa attenzione, abbiamo
lavorato (io, Rinaldo Donati, i musicisti) come degli artigiani che
cercano di cesellare il loro manufatto con tutto il bagaglio delle nostre
esperienze. La tua discografia possiamo definirla sobria in quanto
in dieci anni hai prodotto (a parte le tante collaborazioni) quattro album più
un cdlibro. E’ perché ti manca il tempo per produrre più lavori oppure hai
bisogno di “macinare” le idee, farle diventare propriamente tue? Il tempo manca sempre e non solo per la musica… nel cassetto ho un
repertorio con cui potrei registrare almeno cinque album, forse di più. Il
fatto di non dovere subire le pressioni esterne di una major mi mette nelle
condizioni di registrare quando sento il bisogno di farlo. Registrare un album
è sempre una sfida “alta”, quando decidi che è il momento di “fotografare” una
canzone per renderla pubblica sento il dovere di cercare strade che abbiano un
senso musicale profondo. Ragiono per logiche puramente artistiche e non
sopporterei l’idea di registrare un album solo per rimpolpare la mia
discografia, per poi magari rimanere deluso dal punto di vista artistico. Può
capitare, certo, però finora sono molto orgoglioso di tutti i miei album e ogni
volta che li riascolto sono felice perché penso di essere riuscito in questi
anni a produrre dischi che non sono legati alle mode del momento in cui sono
stati realizzati. Il fatto che le mie uscite siano diradate non è un’intenzione
pianificata, è così e basta. Intanto sto registrando un po’ di cose nuove nel
mio studio casalingo, magari nel 2009 mi viene l’ispirazione per tornare in
studio, chissà…Da tempo collabora ai tuoi lavori il bravo Rinaldo
Donati. In che modo i suoi suoni si amalgamano con i tuoi? Rinaldo Donati è da tempo un arrangiatore e un musicista di livello internazionale, e non
lo dico solo io, lo dicono in molti, soprattutto all’estero (recentemente lo ha
dichiarato perfino un artista del calibro di Eumir Deodato). Lavorare
con quelli bravi è un piacere e un privilegio, oltretutto Rinaldo è anche un grande
amico e questo ci ha sempre messo nella condizione di trovare la giusta dose di
complicità. Siamo entrambi degli eclettici, io nel modo di comporre, lui nella
capacità di trattare i suoni. Forse la caratteristica che ci unisce di più
(oltre al fatto di essere chitarristi) è la visione globale che abbiamo della
musica, qualcosa che ha a che vedere col mistero e la suggestione. Nella confezione dell’album c’è anche un dvd che
mostra alcuni collaboratori ed amici. Quanto è importante per il tuo lavoro artistico
il rapporto umano? E’ tutto. Le mie canzoni, le mie storie nascono dagli incontri con le
persone e con i loro pezzi di vita. Scrivere canzoni significa sintonizzarsi
con ciò che ci circonda, sublimare le infinite suggestioni che ci giungono
dall’esterno. Poi c’è l’aspetto introspettivo, che è altrettanto fondamentale.
Io scrivo per me stesso, per riconoscermi nelle cose che ho visto, nello stile
in cui sento il bisogno di specchiarmi. Poi le canzoni, una volta scritte,
prendono la loro strada, e chi le ascolterà ci troverà significati che non sono
necessariamente quelli che avevo in mente mentre scrivevo. E’ un processo di
trasformazione continua, è il grande fascino che suggerisce qualsiasi
espressione artistica: la libertà di scovare, ognuno per la propria
sensibilità, le piccole verità nascoste tra le pieghe della nostra vita. Se non ricordo male hai scritto canzoni che sono
state cantate da artisti importanti come Mina e Finardi. Cosa si prova a
sentire un proprio brano interpretato da personaggi di così alto profilo artistico? Beh, è sempre un motivo di orgoglio, soprattutto quando gli interpreti si
chiamano Mina o Finardi. E’ interessante vedere come una cosa che
hai scritto tu possa trovare una strada diversa e qualche volta può anche
accadere che l’interpretazione di un altro cantante può diventare più
interessante della tua. In questo periodo mi canto volentieri La Notte di San Lorenzo nella chiave
interpretativa che gli ha dato Cristiano De André, più lenta e
compassata della mia versione. Si imparano cose, si scoprono cose…Il tuo impegno musicale non rappresenta la tua
professione (sei un apprezzato operatore del campo pubblicitario) ma una
passione vissuta in maniera professionale. Come limita l’arte, almeno nel tuo
caso, l’impossibilità di disporre di tempo per esprimere la tua vena artisitica? Non lo so perché non ho mai provato a fare il musicista di professione. Mi
comporto come se lo fossi, con la medesima serietà, ma finora la possibilità di
trasformare la mia musica nel mestiere che mi procura il pane l’ho solo
sfiorata. Ma non è mai detta l’ultima parola … il fatto di vivere questa doppia
dimensione, che richiede uno sforzo supplementare per trovare gli spazi e i
tempi adeguati, può anche essere un aspetto positivo per tenere viva la
tensione artistica, chi lo sa. Per un musicista è importante riuscire a suonare, fare
serate, sia per farsi conoscere che per provare sempre più le proprie canzoni
mettendole “in gioco” davanti al pubblico. Che cosa ritieni che manchi, nel
panorama italiano, per rendere fattibile una maggiore presenza sui palchi? E’
una questione di qualità, di disponibilità economiche da parte dei gestori dei
teatri/locali, di qualità degli ascoltatori che preferiscono suoni e liriche
più semplici ed immediate? Manca la considerazione generale che si ha della musica. In Italia la
cultura musicale di base è più scarsa di quanto una certa lettura conformista
voglia farci credere, quasi tutto quello che nasce di buono va ricondotto
all’iniziativa individuale. Ci salva il fatto che gli italiani
sono un popolo di talento musicale e artistico e le cose buone non mancano mai.
Però è ora che anche a livello istituzionale si cominci a pensare alla musica
come un bene essenziale per la vita di tutti noi. A partire dalle scuole, dove
l’educazione musicale è sempre vissuta come una sorta di optional, e spesso è
totalmente assente. Oggi i musicisti devono affrontare situazioni sempre più
difficili e frustranti. La musica è percepita come un prodotto gratuito e il
suo valore sta progressivamente svaporando. Un cd a quindici euro è una spesa,
al contrario una t-shirt firmata è considerata dai più un investimento. Per
limitare questo danno culturale bisognerebbe investire nella musica,
soprattutto quella dal vivo. Se andiamo a vedere
quanti locali sono attrezzati per proporre musica live con una seria
organizzazione tecnica, sono pochissimi. Gli artisti di grido girano nei grandi
teatri e negli stadi, gli altri si arrabattano in situazioni complicate, spesso
penose. Non c’è una via di mezzo perché non c’è una vera cultura di base. E poi
la televisione, che è una grande occasione mancata. Nonostante l’offerta
gigantesca di canali a disposizione, relega la musica a ruoli sempre marginali,
oppure si limita a trasmettere i soliti video, per non parlare delle
mostruosità dei realities… insomma, ci sarebbe molto da fare. Un sogno artistico che Claudio Sanfilippo vorrebbe che
si realizzasse? Mah, sarebbero tanti. Mi accontenterei di potere registrare gli album che
voglio finchè ne sarò in grado. Però un sogno ce l’avrei: andare in Brasile e
negli USA a registrare con alcuni musicisti che hanno segnato il mio percorso
musicale. Fare un disco “in viaggio”, trasformare il viaggio in musica. Dacci una “buona” notizia: sarà mai ristampato
“Stile Libero”? Chi lo sa. Io non sono proprietario del master di quell’album (al contrario
di tutti gli altri) e quindi è una decisione sulla quale posso influire molto
poco, certo è un peccato che “Stile Libero”, nonostante la Targa Tenco e
l’accoglienza che ha riscontrato, sia stato disponibile nei negozi per un anno
scarso, speriamo.
(20/01/2009)
Claudio Sanfilippo
