Cosa
ne pensi delle nuove strade intraprese dalla musica d’autore oggi?
Sicuramente
non si può pensare alla musica d’autore come la si pensava negli anni sessanta
o a nomi come Guccini, De Gregori e De Andrè. Ora penso che bisognerebbe avere uno sguardo più
allargato. Caparezza, Capossela, Jovanotti sono i nuovi cantautori, sicuramente meno politicizzati
ma che sanno ancora mettere nella loro musica la propria vita, quello che
vedono, quello che leggono. Se uno
racconta quello che vive realmente è da considerarsi musica d’autore.
Cosa rispondi a chi ancora crede che la musica d’autore sia
solamente quella in cui prevalgono i temi sociali ?
Io
credo che la musica d’autore sia semplicemente la musica cantata e fatta dalla
gente che la compone. Al di là dei contenuti, se uno compone le proprie canzoni
e poi le interpreta, è comunque un
cantautore, senza soffermarsi sul contenuto dei testi o sul genere musicale. La
musica d’autore non penso sia un genere. Daniele
Silvestri fa canzoni rap, rock, reggae e pop, ma rimane sempre un
cantautore, è sempre lui che scrive ciò che canta.
Un artista emergente con che prospettive si pone davanti all’uscita
di un nuovo lavoro?
Si fa semplicemente per necessità, questo penso sia in comune
anche con la vecchia generazione di cantautori, con gli emergenti di cinquant’anni
fa. All’inizio è semplicemente una scintilla istintiva, la ragione ne rimane
fuori ed è la parte impulsiva a prevalere. Poi, quando si fanno i conti con le
note, con le tracce da registrare, allora si devono fare i conti anche con le
prospettive, e qui entra il problema dei musicisti. Prima di convincere il
pubblico a comprarsi il cd, devi convincere i musicisti a suonare nel tuo
progetto, a seguirti, ad investire nelle tue idee, ed è da qui che inizi veramente
a fare i conti con le prospettive. Per convincere i musicisti devi offrire per
forza delle prospettive, vendere il tuo progetto per la prima volta a gente che
è stata fuori dalla composizione. È un grosso problema.
Prima di venderlo al pubblico bisogna vendere la propria musica ai
musicisti?
Sì, questa è anche una differenza con la musica di una volta. Prima
non importava la qualità delle registrazioni e la completezza delle esecuzioni.
Adesso c’è la necessità, quasi oggettiva, di fare già il primo disco qualitativamente
ottimo. Questo è un problema anche economico. Dove prendere i soldi per
produrlo, per stamparlo, per promuoverlo, per far venire i musicisti, eccetera.
Nel vostro sito internet si legge: “Gruppo musicale costantemente alla ricerca
dell’equilibrio nella precarietà della musica”. Quali sono i vostri punti
d’appoggio in questa precarietà?
L’unico punto d’appoggio costante è la voglia di fare ancora canzoni. Dopo
tante chiacchiere quello che ci fa andare avanti è la voglia di suonare, di
comporre nuove idee e di raggiungere più persone possibili con la nostra arte .
Nei testi ritorna spesso il
tema del sogno e della morte, che significato dai a ciò che scrivi?
Ce lo dicono spesso. Onestamente non so che dire. Per me il
sonno è una cosa fondamentale, uno di quei momenti in cui uno si rilassa al
massimo e riesce per un po’ a dimenticarsi dei problemi. È una domanda a cui
non so rispondere. Non ti so spiegare. Dopo il primo disco è ancora presto
poter interpretare i testi delle canzoni, forse bisognerà aspettare il secondo
disco, in cui si parlerà del ballo o della danza, allora, solo a quel punto, saprò
rileggere e interpretare al meglio quello che avevo scritto anni prima.
Nella canzone Dalla finestra
di ville Quiete canti: «E la mattina io mi sveglio a stento, che se dormo
io non ci penso e, per pensare a questo fatto poi, si sa, non dormo più». Qual è
questo «fatto» che ti fa perdere il sonno?
Il
«fatto» che mi fa perdere il sonno è vedere a
quanta gente suona in giro, e vedo che merita quanto me di suonare, ma io non
suono tanto spesso quanto loro. Penso a come devo fare per raggiungere il mio
obiettivo e allora vado al MEI, faccio kilometri per suonare, aggiungo contatti
sul MySpace, invio dischi, mando e-mail. Questa è una cosa che non mi fa dormire.
Un’altra causa di riflessione profonda è la mancanza di soldi. Alla fin fine ti
rendi conto che sono problemi abbastanza futili, che se le cose vanno bene si
supereranno, e probabilmente dopo dormirò benissimo. Due anni fa non avrei mai
immaginato di registrare un disco, di andare al MEI, di suonare a Roma o
rilasciare interviste, quindi questo mi fa stare meglio e mi permette di
sperare nel futuro.
La lingua italiana è in continuo movimento, alcuni affermano che se
Dante e Boccaccio sentissero come parliamo adesso si rivolterebbero nella
tomba. Come pensi si stia evolvendo la nostra lingua?
Penso che la canzone d’autore sia l’espressione poetica più alta del
nostro tempo. La poesia come la intendevano Leopardi, Pascoli o Dante è probabilmente l’applicazione
alla canzone d’autore di oggi. La lingua italiana è quella che si parla, non è
quella che si scrive, fondamentalmente è anche quella che si canta. C’è il
grosso problema che la gente legge poco, c’è necessità di ascoltare, di vedere
e di interagire. La lingua italiana è quella che si vive nel presente, quella
che stiamo facendo noi. Non penso ci siano altre lingue italiane.
Troppo tempo e La finestra di villa Quiete mi sembra
siano le canzoni più riuscite del nuovo album…
Curiosamente
stiamo parlando dell’ultima canzone da noi composta e della prima. La finestra di villa Quiete risale a
circa tre anni fa, mentre Troppo tempo
a qualche mese prima di entrare in studio. Sono entrambe canzoni che parlano di
sonno, di sogni e di notte. Ci sarebbe piaciuto registrarle in diretta, volevo
un lavoro che suonasse simile a “Novo Mesto” di Niccolò Fabi, ma questo non è stato possibile sia per la mancanza
di soldi, sia per il poco spazio fisico disponibile nello studio di
registrazione.
In Troppo tempo ripeti spesso la
strofa «non ho più parole». Nella musica, e nell’arte in generale, c’è ancora
la possibilità di creare cose nuove?
Io penso che fino a quando ci sarà la voglia di scrivere canzoni, ci sarà
anche qualche cosa da dire. Probabilmente, fra un centinaio d’anni, non si
scriveranno più le canzoni. La canzone sarà una forma d’arte inadatta e dire le
cose che si dovranno dire, inadatta alla tecnologia che sta avanzando, al web.
Se non esisterà più la canzone, sicuramente esisteranno altre forme d’arte. Un
esempio potrebbero essere i film d’animazione; non sono né film né cartone
animato, è una nuova forma di cinema che ha avuto successo, penso sia la stessa
cosa che succederà per le altre forme artistiche. Si troverà un qualcosa che
non sarà né canzone, né film, né quadro, ma sarà una via di mezzo a tutte
queste cose, più facilmente fruibile, più trasmettibile sul web. Probabilmente nel
futuro non ci sarà più la musica d’autore, ma dovrà passare tanto di quel tempo
che non sarà un problema che mi riguarderà da vicino… fortunatamente.
(16/12/2008)
Levia Gravia
