Scivola, pigrosa, la seconda serata del Festival. A guardar bene non c’è un motivo specifico a cui imputare l’oggettiva pallosità della serata, ma piuttosto si tratta di un insieme di cose e di atteggiamenti che vanno ben oltre il valore intrinseco delle canzoni.
Più volte si è detto che il Festival di Sanremo non va più visto come un momento musicale fine a se stesso ma come un contenitore, un evento spalmato su cinque giorni in cui si aggirano nani e ballerine, ospiti vippati e ospiti flippati, messaggi promozionali e una manciata di canzoni. Vero, tutto vero, ma a questo punto vorremmo che “l’evento” (il complesso dei cinque giorni, intendo) sia uno spettacolo costruito meglio. Meglio sarebbe, visto che siamo in argomento, che “l’evento” durasse due o tre giorni al massimo, convogliando aspettative e proposte, ma tant’è.
La squadra degli autori che si muove (soprattutto negli ultimi due anni) è davvero debole, così come debolissima è la presenza di Morandi, sempre impacciato, impreciso, incapace di essere naturale. Forse perché è un (signor) cantante e non un presentatore? Ecco, lo dicevamo prima, se spettacolo deve essere allora cominciamo a rimettere ciascuno al suo posto e il Gianni nazionale lo troveremmo così a regalarci una voce ancora limpida e preziosissima per grandi autori nostrani (basti ricordare quel gioiello di brano che era, ed è, Stringimi le mani scritto da Pacifico). E poi lasciatemi dire un’altra sulla conduzione: non si può più sentire Morandi che fa battute sulla bellezza di Belen, della Canalis o sentire domande tipo “ma sei emozionato/a? ” ad un teenager che sale la prima volta su un palco così prestigioso (per qualcuno forse la prima volta che sale su un palco in assoluto…) e via dicendo. Sono battute prese pari pari da un copione di venti o trent’anni fa. Arcaiche, insopportabili, prevedibili, scontate, insomma un’incapacità oggettiva di cambiamento nella gestione delle tre ore e passa quotidiane.
Lascio ancora un giudizio sospeso sulle canzoni, anche perché troverete un’analisi attenta nel pezzo di Ambrosia (colgo qui l’occasione per ringraziare ancora Davide Pilla e Paolo D’Alessandro che stanno gestendo ogni serata musicale su Twitter con ironia e grande capacità di coinvolgimento, e anche stasera saranno lì con la mano sul mouse e gli occhi alla tv).
Chiudo gridando a gran voce lo scempio che quest’anno si è palesato nel vedere i due nomi “giovani” usciti da Area Sanremo. Qui non si tratta di essere negativi per partito preso o democristiani capaci di salvare sempre tutto. Qui siamo di fronte ad una resa incondizionata delle speranze musicali nel nostro paese. Se ripenso al numero (elevatissimo) di persone che si sono iscritte ad Area Sanremo e al lungo percorso di selezione a cui si sono sottoposti, pur supervisionati da una Giuria che riconosco di alto spessore (andatevi a leggere i nomi e vedrete il pedigrée), ebbene il risultato si può riassumere nel famoso detto “la montagna ha partorito il topolino”.
I pugliesi Io Ho sempre voglia e i siciliani Bidel sono due gruppi così anonimi che non posso pensare siano il meglio del meglio tra le 1. 500 proposte arrivate alla commissione…. Due sono i casi: o il livello di quest’anno tra gli iscritti è stato mediocre (cosa tutt’altro che peregrina, visto che anche nelle vendemmie funziona così. . ) o qualche criterio di selezione andrà pur rivisto.
Voglio esser Weltroniano e accendo la prima. Ma schiaccio il tasto e tolgo la mano velocemente….
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Troppa televisione, poca televisione
Di Ambrosia J. S. Imbornone
Sfide a coppie, televoto, giuria demoscopica che elimina, televoto che ripescherà a furor di popolo, tanto per giustificare i risultati: perché il Festival di Sanremo somiglia ormai così tanto a un reality o a un talent-show? Quella di ieri è stata la prima serata dei Giovani e sono stati dimezzati senza tanti pensieri in un meccanismo prettamente da talent-show, in sfide binarie in cui l’accoppiata poteva già a priori salvare o condannare a seconda del seguito già conseguito e della “forza” del nome. Perché tanta urgenza di diminuire il numero dei Giovani? E poi il meccanismo di Sanremo Social ha migliorato il livello delle Proposte, o le ha rese minimamente vicine a quella fucina incandescente di sperimentazioni che nei garage e nei club mescola i generi e li stravolge, tra elettrico, acustico ed elettronico, tra cantautori stralunati e/o capitani coraggiosi, lirismi sghembi e lampi vividi di genialità? Beh, la risposta è no. La combinazione di voti online e selezioni del ristrettissimo gruppo di ascolto (limitato solo a tre nomi di Radio Rai, oltre a Gianmarco Mazzi, Gianni Morandi e il rappresentante di Facebook) non ha pescato un nome che sia uno della scena indipendente. Dana Angi era l’unica unsigned dei sei, ma in un mese stranamente è già entrata nella scuderia di una major. Certo, ci sono dei motivi per cui una grande etichetta sceglie un artista e alcuni di questi nomi hanno già alle spalle tanti anni di studio e gavetta. Ma non tutti sono risultati pronti al grande passo di affrontare un palco come quello dell’Ariston, con tanto di orchestra alle spalle e nelle orecchie.
La prima sfida vede l’un contro l’altro armati i due concorrenti più giovani, Alessandro Casillo (15 anni) con È vero (che ci sei) e Dana Angi con Incognita poesia (18 anni). Il primo è arrivato carico dei consensi delle teenager romantiche ai primi batticuori che seguono ‘Io canto’. Certo, possono votare solo i maggiorenni, ma nessuno impedisce ai minorenni di televotare dal telefono fisso o dal cellulare dei genitori, del fidanzatino, della sorella o del fratello più grande. Casillo, vestito da festa di compleanno in locale elegante, si agita sul palco, ma smuove poche emozioni (e forse pure meno ormoni del previsto): il suo brano è un tradizionale esempio del pop puccioso per adolescenti, che non è la materia di un corso a dispense in edicola, ma un argomento del successo della declinazione più commerciale del blue-eyed pop-soul di oggi. Ma ha dalla sua l’esperienza live al programma tv e non soffre l’emozione nell’esibizione o davanti alle telecamere.
Dana Angi sostiene di essersi ispirata a Baudelaire per la sua canzone e disegna infatti con le sue parole qualche metafora meno scontata di altri baby-autori; ha inoltre una voce dal colore scuro, adatta al blues notturno e dotata di una sua personalità, ma non sa ancora gestirla nel modo ideale per un’occasione così importante. E il suo brano a tratti pare davvero «arrancato fra sassi di nulla»: è chiaro come il testo sia la piccola poesia emotiva e ancora non limpida di un’adolescente fresca di studi e affollata dalle loro reminiscenze senza saperne fare arte. E anche musicalmente di strada ne ha molta da fare. Ma quanti alla sua età sono più maturi come autori? Il limite anagrafico dei 30 anni, in questi tempi discografici e socioeconomici, non avrà mica penalizzato nomi molto più avanti nella costruzione di uno stile personale proprio? Ed essere giovani è di per sé un pregio se non si è dirompenti e rivoluzionari?
La seconda sfida del televoto riguarda gli Iohosemprevoglia (selezionati da Area Sanremo) con Incredibile e Celeste Gaia con Carlo: la canzone dei primi, a firma del cantante Vittorio Nacci, racconta sentimenti delicati per una fanciulla che si distingue per candore e timidezza. Si ascoltano quindi parole delicate che sanno di altri tempi (non a caso Nacci si sarebbe ispirato all’Annunciata di Palermo di Antonello di Messina, dipinto del 1476), mentre scorre un pop-rock con belle chitarre, che comunque risuona non innovativo e in fin dei conti troppo innocuo. Ad ogni modo la loro presenza è senz’altro meno evanescente di quella di Celeste Gaia: ok, la sua è l’unica canzone divertente e divertita in gara. Ed è adatta alla sua età con le sue fantasie su una love-story parigina con uno sconosciuto conosciuto in ascensore, che le piacerebbe si chiamasse Carlo. Almeno il testo non sa di già sentito. Però la Gaia non è altrettanto divertente: è tanto carina e bellina, ma è statica e ancora troppo “legata” per metterci un po’ di ironia e freschezza goliardica nell’interpretazione. È fresca, ma ancora congelata. E viene eliminata.
La terza sfida è vinta da Erica Mou, che tra i premi del suo già ricco carnet conta quello anche l’Artista che non c’era 2009. Ha 21 anni, ma non li dimostra: il testo della sua Nella vasca da bagno del tempo è di disarmante calore e profondità, un inno ad occhi spalancati sulla vita per affrontare gioiosamente lo scorrere del tempo, senza timore dei segni che scaveranno, con la sicurezza che arricchiranno il bagaglio dei ricordi. E che nel cammino si sarà affiancati dalla persona che si ama veramente. Il brano parte in sordina e in acustico, per poi avvolgere in un crescendo che nei bassi soprattutto rammenta un po’ i Cranberries, ma sparge ad ogni modo carezze di brividi sulla pelle. Non c’è gara per i Bidiel, i secondi prescelti da Area Sanremo, con Sono un errore, brano scritto e cantato da un figlio di Luca Madonia, Brando, con testo di un altro figlio dell’ex Denovo, Mattia. Non sappiamo se la presentazione con un ritornello del tipo «Sono un errore […] Non concedetemi pietà» si sia trasformata in preghiera esaudita, ma, scherzi a parte, la marcetta brit-rock del brano suona bene, mentre apprezzabile, anche se non nuovo, è il tema delle insicurezze ferocemente autocritiche giovanili. Il trio di ventenni però non è ancora tecnicamente pronto a suonare in un contesto così importante e il confronto con la Musci-prodigio è molto arduo.
L’ultima sfida vede contrapposti Marco Guazzone e Giulia Anania: il primo, 23enne, fonde studi classici e passione per rock anglosassone e in Guasto presta così il suo pianoforte ad un brano alla Coldplay, che dispiega un’intensità generosa ed emozionante nel narrare la tendenza a smarrire e degradare nel rancore e nella distanza le tessere preziose di una storia: non si ci trova più e neanche si è più in grado di riconoscersi. Il testo è un po’ troppo essenziale, ad ogni modo, mentre anche all’Ariston l’arrangiamento vola a buona quota tra i tocchi di glockenspiel e i synths à la Muse del ritornello. Tuttavia la voce di Guazzone non è ancora sicura (è abituato d’altra parte a suonare con la sua band, gli STAG, non con un’orchestra) e per eguagliare alcuni tra i possibili modelli, ad ogni caso sarà necessario ulteriore cammino. E poi i Coldplay non sono la next best thing: come talent-scout, a Sanremo Giovani si è ancora, musicalmente, un decennio indietro.
La Anania, 27 anni, ha un percorso ben più lungo da autrice e cantautrice alle spalle, a cui però non rende giustizia: come già alle selezioni live del Sanremo Social Day, la sua voce è molto imprecisa e danneggia un brano in sé per sé non eccezionale, con una melodia accattivante, ma un po’ facilotta e troppo pop. Ne La mail che non ti ho scritto le strofe hanno un’aria onirica, quasi a celebrare la fragilità e l’instabilità dei sogni e delle relazioni, appese solo al filo di un’amicizia non cancellata su un social network; in un momento strumentale c’è uno squarcio di chitarra elettrica che aumenta la tensione del brano. Giulia crede nel suo brano e sa interpretarlo, ma l’abbinamento non l’avvantaggia.
La serata, complice la presunta comicità dei Soliti Idioti e la concentrazione di artisti, procede stanca e noiosa. Se la televisione detta i meccanismi della gara, dal suo mondo non trae invece una cornice vivace né nella conduzione, né nell’esempio di una tanto esaltata, ma ben magra satira di costumi (segno dei tempi? ). Sfilano intanto nuovamente i 14 Big, per fortuna non relegando alle ore piccole i Giovani, ma alternandosi a loro.
Nina Zilli rispolvera i colori accesi nell’immagine e nel modo di interpretare e spiace abbia compromesso in qualche momento con sorrisini e smorfiette l’atmosfera romantica del brano, che mette in scena l’illusione animata dall’amore di una proiezione nel sempre per un eventuale ritorno di fiamma. Arisa ha acquistato un po’ di classe, smettendo di giocare la carta della svampita buffa, ma passa inosservata al momento: le sue potenzialità vocali sono tutte da rivestire. E gli acuti sillabati perplimono. Mauro Pagani direttore d’orchestra non basta.
La Berté ritorna ringalluzzita e commossa con Gigi D’Alessio, tra baci, abbracci e applausi. L’aria 70’s del brano si percepisce anche in una strizzatina d’occhio alle chitarre di Immigrant Song dei Led Zeppelin, ma la canzone è solo l’incoraggiamento di D’Alessio alla Lory perché smetta di odiare il mondo e si sente. Emblema del senso della coppia il gesto del Gigino nazionale di lasciare ad un certo punto anche il suo microfono alla sua partner.
Carone sa cantare, sempre grazie alla scuola dei talent, e gli interventi di Dalla hanno la sua tipica, appassionata veemenza. Dalla sua, per rendere credibile l’amore impossibile del testo, il giovane interprete ha il candore spaurito dell’età; però questo è un Dalla minore e d’altronde a cosa serve portare capolavori a Sanremo? Le due coppie del Festival sono per ora cadute sotto la scure delle votazioni, ma il televoto li ripescherà con ogni probabilità, mentre non toccherà la stessa sorte all’unica bandiera dell’alternative italiano in gara quest’anno, i Marlene Kuntz. Godano, Tesio e Bergia (diretti da Vittorio Cosma) non hanno scelto un brano memorabile, ma sarebbe cambiato qualcosa? Il messaggio lirico di Godano varrebbe molto più delle prediche scontate, ma non poco costose di Celentano, ma la giuria non se ne accorge. L’interpretazione è più decisa al secondo passaggio sulle scene dell’Ariston, anche se chitarre e ritmica ci sembrano più convincenti dei fiati orchestrali.
Restano in gara invece i Fu Matia Bazar, che mescolano banalità pseudopassionali estratte a caso: se utilizzassero un metodo dadaista-non sense almeno farebbero sorridere e invece sono serissimi e serissimamente lontani dalla storia gloriosa che quel nome ha segnato e significato in passato. Eliminata invece Irene Fornaciari, nonostante il brano di Van De Sfroos con il suono argentino delle chitarre acustiche e il crescendo crepitante che conduce al ritornello festoso sia uno dei pezzi migliori del Festival tra le non-ballad. Non bastano a salvare la figlia d’arte il ritmo brioso o le sensazioni incarnate in tipici correlativi-oggettivi: lei non ha il carisma dell’autore della canzone. Ma ad ogni modo non era di certo la peggiore in gara.
Impareggiabile Eugenio Finardi (da ieri per tutti Ugenio o U’genio come l’ha presentato la Canalis), che porta negli occhi e nella voce, nelle sue anse tremule e nelle sue pieghe vibranti, la prosa del dolore che racconta il brano di Roberta Di Lorenzo, i rischi delle cadute nella disperazione e le fragilità di una spiritualità che custodisce dentro le miserie del quotidiano e non ha la forza di elevare lo sguardo verso chi eventualmente a ciò può presiedere. Ma conosce l’amore e la sua religione.
Emma ha una buona grinta e vorrebbe essere la nuova Gianna Nannini, ma non capiamo a cosa serva urlare un brano di denuncia di un sessantenne. C’è rabbia nelle rivendicazioni del personaggio, ma non da presa della Bastiglia. E poi la Marrone, pur credendo in ciò che canta, non è credibile a raccontare la crisi e i diritti dei lavoratori con un look da ospitata ben pagata in discoteca.
Samuele Bersani invece convince nel suo mancato adeguamento alla pomposità e al pathos tipici delle canzoni festivaliere; riacquista un po’ di voce e si aggira anche dietro le coriste, per uscire dalla formalità imbalsamata e sacrale degli spazi e dei rituali. E gli basta un pallone per descrivere con precisione un tempo e una nazione.
Chiara Civello appare un po’ più sicura di sé al secondo giro, ma quando canta di «qualcosa che già esiste» sembra riferirsi a questa canzone, che è una milonga così invecchiata che poteva cantarla la Mezzanotte. In più le scale sono zoppicanti e gli acuti a tratti strozzati. Brano e performance sempre non alla sua altezza, ahinoi.
Noemi forse è l’unica artista che si prende la briga di salutare prima di cantare; riceve molti applausi, ma il brano è sempre quello di Fabrizio Moro di ieri. L’interprete sa ben dosare energie e acuti dolorosi per rendere visibile l’amarezza senza uscita e senza parole del pezzo, ma potrebbe fare di meglio con una canzone musicalmente più innovativa. E magari ogni tanto anche più serena e distesa.
In coda alla serata, altre due interpretazioni da applausi, quella di Francesco Renga e quella di Dolcenera: il cantante bresciano affronta con ancora maggiore padronanza la melodia faticosa del brano grazie alla rara potenza della sua voce, che si muove tra note delicate di piano e chitarre pop-rock possenti per una contemplazione che percorre e abbraccia, lampeggiando inesausta ed estasiata, una bellezza «furiosa e fragile». Grande forza e determinazione nella voce di Dolcenera e nel suo sound che di recente si è assestato su combinazioni synth-pop/electro-rock che per vocazione guardano a sound internazionali da classifica; tuttavia per il tema della ricerca di una stabilità economica e di un tetto sotto cui poter convivere quest’illogica allegria risulta svalutativa. A questo punto ne facesse almeno un remix Dargen D’Amico. Così, per dire.
Insomma anche la seconda serata con le sue ben 22 canzoni è terminata e ora non ci resta che fremere nell’attesa di nuovi verdetti inaspettati. O almeno dei duetti.
