Non solo il reggae dei Working
Vibes per il premio alla miglior cover 2008 di un brano di Piero Ciampi, ma
anche l’indie-rock dei fiorentini Underfloor,
che insieme alla band pisana si sono aggiudicati il riconoscimento per la
miglior rilettura di un brano ciampiano – riconoscimento doppio per questa
edizione, a seguito della scelta da parte dell’organizzazione del Premio Ciampi
di far confluire il premio in memoria del grande giornalista Stefano Ronzani in
quello, appunto, per la miglior cover. Gli Underfloor hanno vinto grazie alla
loro cover di Bambino mio, canzone
che Ciampi scrisse per la partecipazione di Carmen Villani a Canzonissima ’72 e
che rimane un brano minore nel repertorio del cantautore livornese: «Siamo un
gruppo che scrive musica pensando prima di tutto alle emozioni e questo brano è
decisamente emozionale. La musica è nelle nostre corde e il testo è molto
toccante», ci dice Matteo Urro, voce degli Underfloor, «la vittoria ci ha dato
grande soddisfazione, anche perché non è una cosa facile proporre una cover di
Piero Ciampi. Bisogna misurarsi con un cantautore originale e coraggioso e si
deve stare attenti a non scadere nel banale ma cercare di offrire una lettura
che colga lo spirito e allo stesso tempo proponga qualcosa di diverso, di
personale». E se gli Working Vibes hanno visto in Te lo faccio vedere chi sono io una parentela con i dub-poetry, gli
Underfloor ravvisano in Bambino mio
tutt’altre discendenze, ma non meno inedite, almeno a sentire Guido Melis,
chitarrista della formazione: «Il brano ci ha colpito sia dal punto di vista
della partitura musicale, che iniziava con un giro di chitarra quasi
pinkfloydiano, sia per il testo, che definirei toccante e disperato». E d’altra
parte la musica degli Underfloor guarda oltremanica più che alla canzone d’autore
nostrana: «Come musicista rock mi sento più vicino a un repertorio anglosassone
che non alla canzone d’autore italiana, pur conoscendola e apprezzandola», afferma
Matteo, «di Piero Ciampi ammiro il coraggio e il suo essere fuori dagli schemi,
il suo parlare chiaro e disilluso in un’epoca fatta di canzonette e Canzonissima».
Ma scavando più a fondo una certa passione per la musica d’autore emerge («in
casa mia sono sempre girati i dischi di De André, oltre che quelli dei Beatles»),
ed emerge soprattutto la voglia di allargare i propri orizzonti: «Personalmente,
provenendo da una formazione classica, mi sono avvicinato alla musica rock a undici-dodici
anni con i Beatles», racconta Guido, «e successivamente ho percorso in lungo e
in largo il rock degli anni settanta, dall’hard rock dei Led Zeppelin al
progressive dei Genesis, per finire ad ascolti più attuali, come i Radiohead.
Suono ormai da diversi anni e ogni esperienza, dai primi gruppi di musica
originale fino a collaborazioni più recenti, ha portato qualcosa al mio modo di
intendere la musica. Credo molto nello scambio tra musicisti anche di generi
teoricamente lontani, e infatti ho premuto molto per inserire in “Vertigine”
sonorità per noi inusuali». “Vertigine”, uscito nelle scorse settimane, è il
secondo disco degli Underfloor dopo l’omonimo esordio del 2004, primo passo di
un percorso contrassegnato da alcuni riconoscimenti importanti, come spiega il
bassista Lorenzo Desiati: «Veniamo da
situazioni musicali diverse, ci siamo ritrovati nell’estate del 2003 e c’è
stato subito feeling, proseguito poi con la nostra partecipazione al Rock
Contest fiorentino di Controradio dove abbiamo vinto il Premio della Critica. Subito
dopo abbiamo registrato il nostro primo disco “Underfloor”». Ma è su “Vertigine”
che gli Underfloor giocano tutte le loro carte, a riguardo basta ascoltare cosa
ha da dire Matteo: «“Vertigine” è un disco più maturo, più pensato. Avevamo
bisogno di estendere la nostra musica al di fuori del trio
chitarra-basso-batteria ed includere altri strumenti. Il risultato è un lavoro
che premia i testi e le atmosfere piuttosto che l’impatto sonoro. L’album
d’esordio manifestava una certa urgenza di esserci, di far sentire chi eravamo.
Questo lavoro, invece, è più riflessivo e più concentrato sull’essenza dei
brani e sulla valorizzazione degli arrangiamenti». Parole confermate dallo
sguardo di Lorenzo sull’album: «Mentre
il primo disco era una necessità, infatti è stato registrato in soli tre giorni
in presa diretta, “Vertigine” ha richiesto due anni, due anni di lavoro per
trovare un sound maturo. Per scelta abbiamo voluto molti collaboratori,
musicisti che con passione e professionalità hanno contribuito a far nascere quest’album
insieme a noi. Tra i tanti Giulia Nuti, Simone Milli, Fabrizio Orrigo e
Francesco Magnelli». A disco appena sfornato, ovvia la risposta sui
progetti futuri, che per gli Underfloor sono anche il presente, vista la quantità
di date live che, non solo in Toscana, stanno facendo in queste settimane. «Suonare
dal vivo» ci rispondono tutti e tre ma anche «pensare al terzo disco». Cosa che,
dopo il passaggio sul palco del Teatro Goldoni di Livorno nei prossimi giorni,
sarà anche nel segno di Piero Ciampi. (Luca Barachetti)
