Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

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«Scoprire che la mia musica ha colpito è ogni
volta uno choc epidermico. Quello che faccio nasce sempre in penombra, tra
sigarette e tazze d’orzo, perlopiù per curarmi l’anima e calmare la fame. Ma
infondo mentre compongo, in quell’intimità, mi rendo conto, è come se
progettassi tutto: una specie di tattica silenziosa». Una tattica
silenziosa che ha funzionato quella di Sara
Rados
, vincitrice del concorso per nuovi talenti del Premio Ciampi 2008. Nessun
disco all’attivo per lei, giusto qualche concerto in giro per locali e un
manipolo di canzoni nel cassetto da far sentire a qualcuno. Tra di esse La ricetta, il cui video (che porta la
sua firma) ha vinto nei mesi scorsi un concorso della trasmissione televisiva
Scalo 76. Da lì la decisione, (quasi) per caso, di partecipare al Ciampi. E poi
la vittoria: «Sono
soddisfatta. Qualsiasi cosa dovesse accadere domani. Vuol dire che non ho
buttato completamente nel cesso un anno fatto di mattinate a pizzicare corde e
riempire fogli, alternare sbadigli e sensi di colpa. L’iscrizione al premio
Ciampi è frutto di un processo elementare: spedivo a qualcuno l’ennesimo
curriculum per lavori stupidi e denigranti che non so fare. Ero fresca di Scalo
76: quindici minuti di celebrità, la mia foto sul portale MySpace, e io a
guardarla con un sorrisetto amaro dentro l’internet point di Irshan, uno dei
miei più grandi fan cingalesi. Ho pensato “Che so fare? Che sono? ”. E’
stato quella mattina che è uscita fuori la parola “cantautrice”, con
pudore e cognizione di causa. Ho digitato quella parola, “cantautore”:
è uscito “Premio Ciampi”. Ho spedito tutto il materiale a luglio e un
bel mattino di ottobre un signore mi chiama e dice “hai vinto”. Potrà
sembrare strano, ma fino ad allora tutto il mio progetto era tanto ostinato
quanto incosciente». Incoscienza è una parola che ricorre spesso nel
racconto di Sara, anche quando spiega come e perché ha deciso di cominciare a
scrivere canzoni: «La spontaneità e l’incoscienza con cui ho iniziato a suonare un anno
fa, sono state come il combustibile per far partire il motore. Non mi chiedevo
a cosa o a chi mi ispirassi  o dove
volessi arrivare, probabilmente tutto quello che vivevo ascoltavo e vedevo
confluiva liberamente dentro alla mia musica, fatta di embrioni sonori, pezzi
di puzzle, come un fiume senza gli argini». Un fiume nel quale tassello
dopo tassello si è formata un’autrice dall’identità atipica («L’identità a ventisette
anni è un processo epico. E scrivere, lo scorso inverno, è stato un
procedimento incosciente  e choccante»),
che prima di imbracciare gli strumenti aveva deciso di stare dietro la macchina
da presa: «Mentre cominciavo a prendere confidenza con lo scrivere canzoni stavo anche
concludendo il mio percorso di studi ufficiale: un master di regia, che
prevedeva un saggio finale per cui, in teoria, avrei dovuto produrre un
videoclip in collaborazione con qualche casa discografica che cercava di lanciare
realtà musicali emergenti. Ero arrivata stremata e notevolmente nauseata alla fine
di questo percorso didattico: tra le canzoni proproste non ce n’era neanche una
che destasse il mio interesse. Ho pensato: “Non andrò molto lontano
comunque,  e a nessuno importa se rifiuto
l’offerta, tuttalpiù mi prendono per scema”. Così semplicemente ho detto
“No, grazie,  le vostre canzoni non
mi interessano”, ho preso un computer e uno xilofono giocattolo, ho
registrato un pezzo mio e mi sono girata il videoclip in casa, con l’aiuto di
alcuni amici, alla faccia del buonsenso. Il prodigio è stato scoprire che avevo
creato una cosa che piaceva e mi piaceva. Da lì ci ho preso gusto ed è diventato
tutto molto più serio e incomprensibile». Ma se la vicenda di Sara può apparentemente
sembrare fin troppo casuale, non lo sono di certo i nomi coi quali risponde
alla domanda sulle proprie influenze musicali, imprevedibili ma certamente
interessanti per una persona che si dichiara cantautrice: «Il primo ascolto
consapevole di cui ho memoria si chiama Fila la lana, una traduzione che
De Andrè fece di un pezzo francese. La dama che fila è come il cantautore che
se ne sta a casa a ricamare con tutti i suoi fantasmi. Ma dalla musica cerco
anche il corpo. La fuga: abbandonare le parole, perdersi nei timbri, esprimersi
attraverso la sovversività del proprio strumento, come ha fatto Demetrio Stratos
con la voce per esempio, o come fa John Zorn con tutto quello che gli capita
per le mani, o Marc Ribot con la chitarra. Questo mi dà gioia e mi consola:
gioia e rivoluzione. Loro sono i cavalieri, morti in battaglia: perchè suonare,
a livello fisico, è una guerra, e la morte è trasformazione. Questa è la mia
utopia. Avere l’elmetto in testa e la lana in mano, con la spada in  saccoccia e un filo di rossetto sulle labbra».
Ciampi invece è una novità recente: «Sto scoprendo quasi tutto adesso e mi piace, mi
piace soprattutto quel pezzo in cui dice “Siamo due, non uno”: lo
ripeto spesso a bassa voce a chi cerca di vampirizzarmi con l’affetto». E
allora speriamo che il pubblico del Teatro Goldoni di Livorno la accolga con
affetto, ma senza vampirizzarla. Perché Sara Rados è una delle più gustose ed
eccentriche promesse degli ultimi tempi e merita attenzione, discografica in
primis: «Riguardo al futuro, cinque semplici lettere a cui penso come a un
miraggio: d-i-s-c-o…». (Luca Barachetti)