Durante le giornate della rassegna del Club Tenco abbiamo incontrato Stefano Senardi, importantissimo produttore discografico, operatore culturale e uomo dalla passione per la musica esemplare, come si può apprendere bene sfogliando il suo ultimo libro ‘La musica è un lampo’, edito da Fandango Libri. Con lui ci siamo confrontati sullo stato attuale e sulle prospettive per il campo culturale della canzone d’autore.

Partiamo proprio dall’incontro di giovedì 17 ottobre, ‘Primo incontro nazionale delle rassegne e dei premi sulle prospettive per la canzone d’autore’ (tenutosi presso la sede del Club Tenco a Sanremo, con Stefano Senardi, Andrea Scanzi e Paolo Talanca, che proprio su questo tema ha scritto da poco un libro). Tu hai attraversato, da giovane sognatore e appassionato prima, e da addetto ai lavori dopo, le trasformazioni di questo campo culturale. Qual è per te il futuro più realistico e il futuro ideale per la canzone d’autore?
Parliamo del futuro ideale, che è quello che mi piace di più. Il futuro ideale sarebbe quello dove riuscirebbero a convivere le nuove tendenze, anche quelle più coraggiose e più sperimentali, assieme a una frequentazione più assidua e più cosciente della grande memoria storica della grande canzone d’autore. Questo perché, in questo momento, noi corriamo il rischio che se passano una, due generazioni, che crescono senza memoria e conoscenza di ciò che culturalmente è stata la canzone d’autore italiana, questo patrimonio rischia di andare disperso. Non dimentichiamo che c’è stato un momento in cui solo per problemi di barriere linguistiche la canzone d’autore italiana non è esplosa in maniera incredibile in tutto il resto del mondo. Una canzone così varia, completa, complessa, ricca di diverse sfumature, non c’è stata secondo me in nessun paese. Pensa, ad esempio, a Lucio Dalla, Fossati, Battiato, De André; ognuno a modo suo, pur attingendo da tradizioni della scuola americana, francese, anglosassone, è riuscito a creare qualcosa di estremamente originale. Questo patrimonio non dobbiamo disperderlo e questa è una delle ragioni principali per cui il Club Tenco – che spesso viene criticato, giustamente, perché dovrebbe ogni volta cercare di rinnovarsi prendendo la parte buona delle critiche ed adattarsi alla nuova scena della musica – diventa ogni anno di più importante.
È opinione ed esigenza condivisa quella di operare in questa duplice direzione, della valorizzazione della storia e dell’importanza di promuovere il nuovo?
Sì, e me ne sono accorto dalle reazioni all’incontro che abbiamo fatto invitando tutti i premi, le rassegne e tutti quelli che hanno voluto aderire, venti realtà circa. Abbiamo deciso di fare rete, di confrontarci e vedere se riusciamo ad essere riconosciuti a livello istituzionale, con tutto quello che ne consegue, dai ricoveri fino al far diventare la canzone, la musica, di qualità o d’autore, chiamala come vuoi, qualcosa che può essere insegnata anche nelle scuole. Anzi, a tal proposito a breve divulgheremo il verbale di quell’incontro, con tutti gli interventi che stanno contribuendo a creare una mappatura e più ancora una sorta di ‘linee guida’ di come vorremmo muoverci nei prossimi mesi.

Hai toccato l’argomento “scuole”, un punto sensibile su cui c’è stata subito una forte convergenza.
Vero, verissimo. E la dimostrazione di come questa strada può funzionare, l’abbiamo avuta il mercoledì, quando alla mattina ci siamo incontrati con 1200 studenti delle scuole della Liguria, e abbiamo parlato e raccontato, insieme a Fausta Vetere, Tullio De Piscopo e Carmine Aymone, la storia di Pino Daniele (qui una foto di repertorio con Senardi e Aymone a Napoli). Vedere 1200 ragazzi che, per quasi due ore, rimangono incantati ad ascoltare la storia di qualcuno che fino a pochi giorni prima molti di loro nemmeno conoscevano, è qualcosa di davvero toccante.
Quindi per te il futuro ideale per la canzone d’autore parte dalla valorizzazione del passato?
Sì, con gli occhi sempre aperti su quello che ci sta succedendo intorno. Anche con le Targhe che, voglio ricordarlo ancora una volta, vengono assegnate da una giura esterna – siamo andati avanti in questo senso, abbiamo fatto dei progressi. Delle volte venivano votate le targhe Tenco, dai duecento e più addetti ai lavori, cercando di premiare l’artista più simile al Tenco, e non deve essere così.

Questo passaggio pian piano sta dando dei risultati. Abbiamo inserito giurati giovani, che vivono il mondo della musica in maniera più aperta e onnivora e non a caso nelle ultime edizioni tra i più votati abbiamo avuto anche Marracash, Madame (qui in una foto di repertorio), artisti che fino a qualche anno fa sarebbero rimasti fuori da una logica “tenchiana” stretta. Personalmente, ma non solo a me, sono cose che riempiono di gioia. A volte poi, rispetto alla nuova scena, c’è qualcosa con cui proprio da un punto di vista etico, culturale, dei contenuti, non abbiamo niente da spartire. Parlo della parte più degradata di una certa trap ecc… Dall’altra parte siamo molto curiosi e interessati ad aprire le nostre porte a quello che le nuove produzioni mettono sul mercato. Ho l’impressione però che, in certi ambiti come il mondo dei trapper, non ci sia interesse a venire al Tenco. Non sanno neanche che ci siamo, non gliene frega niente.
Secondo te il mondo della critica e il mondo accademico dovrebbero giocare un ruolo più attivo nella valorizzazione del campo culturale della canzone d’autore?
Sì, però il problema più importante che abbiamo oggi è lo stesso che hanno sperimentato i cantautori degli anni Settanta. Siamo in un momento di monopolio, di grandi adunate di radio, di queste mega feste che fanno in televisione, con sempre gli stessi artisti e brani scritti sempre dagli stessi autori e produttori, in cui si consegnano premi generici. Queste manifestazioni hanno affollato la televisione nazionale tutta l’estate. Penso che anche gli artisti consacrati da queste realtà avranno problemi, purtroppo, quando questa bolla finirà. Portare avanti un’attività dal vivo interessante, ad esempio, è sempre più complicato; oggi sembra che, o sono mega adunate delle radio, o ci sono i palazzetti. I teatri, i piccoli club, stanno chiudendo e questo è molto grave. In primo luogo serve dunque intervenire per evitare che queste realtà periscano. Anche perché la musica più interessante che c’è in questo momento non ha troppa disponibilità dai grandi media, per cui è proprio per questo che stiamo provando a fare rete con gli altri Premi e le altre Rassegne, perché vogliamo avere più visibilità e più considerazione da parte di chi si occupa dell’educazione, dell’istruzione, della cultura del nostro paese, dalle istituzioni ecco. Dunque sì, il mondo della critica e il mondo accademico sono importanti da un punto di vista culturale e di credibilità, ma sono le strutture pubbliche che devono venirci incontro, hanno il “dovere” – vorrei usare un altro termine ma questo è quello che ritengo più corretto oggi – di occuparsi di noi, della musica di qualità, dei presìdi che la difendono, la valorizzano, la diffondono.

Ti sei occupato di promuovere anche altri settori disciplinari. Potrebbe essere utile una prospettiva interdisciplinare? Alla fine fare canzone d’autore, riassumendo brutalmente, significa approcciarsi all’oggetto canzone come mezzo per esprimere delle cose. E questo vale un po’ per tutte le Arti; una risata può essere, per il comico, il fine, o il mezzo, la via, attraverso la quale veicolare la propria visione sul mondo. Questo tipo di rete ipotizzato nella canzone si potrebbe estendere? Avrebbe senso immaginare un mondo delle discipline artistiche riunito per promuovere un certo modo di pensare e fare l’arte?

Ma certo, il problema di visibilità che ha il mondo della canzone di qualità nei confronti delle istituzioni è quello di essere sostenuti in maniera ufficiale, e questo problema c’è anche nel cinema, o comunque nelle arti in generale, in chi fa sperimentazione, avanguardia. Non a caso il nostro amato Sergio Staino (qui nella foto il disegno di Bobo, una delle figure più iconiche della sua carriera di fumettista) ebbe l’intuizione, negli anni Settanta, di fare venire i grandi autori di fumetti, che in quegli anni erano, come i cantautori, un po’ tagliati fuori dai canali di comunicazione di massa, a Sanremo al Premio Tenco. Si vedevano alla stessa tavola Benigni, Paolo Conte, Hugo Pratt, Andrea Pazienza… Si respirava un’aria stupenda. Dunque sì, sarebbe un’ottima idea.

All’inizio dicevamo del libro scritto da Stefano Senardi e che ancora dopo un anno e più dalla sua uscita continua a girare l’Italia con presentazioni e incontri. Cogliamo l’occasione quindi per ricordare l’occasione più ravvicinata per incontrarlo, che sarà Giovedì 14 novembre a Milano, all’Apollo Club (via Giosuè Borsi 9/2, alle 21.00) insieme a Luca De Gennaro per l’iniziativa ‘Book Music Party – Ogni libro è un ottimo pretesto per fare festa’, un evento che unisce cultura e musica nell’ambito di BookCity Milano. Stefano Senardi presenterà ‘La musica è un lampo’ (Fandango), il suo primo libro autobiografico ricco di storie e aneddoti inediti. mentre Luca De Gennaro presenterà il suo libro ‘Generazione alternativa 1991-1995. Come la musica underground ha conquistato le classifiche e rivoluzionato il mercato’ (Rizzoli Lizard).
Tra le mille iniziative che Senardi ha portato avanti nella sua vita di globetrotter della musica, c’è anche l’aver dato vita alla NUN, un’etichetta che pur nella sua breve vita nel mercato discografico, ha lasciato un segno indelebile. Il 22 novembre alle 18.30, presso Detune (via Felice Casati, 24), Stefano sarà protagonista della ‘Milano Music Week con “NUN: la festa dei 25 anni“, un evento speciale che celebra i 25 anni della Nun Entertainment, la coraggiosa etichetta discografica indipendente fondata nel 1999.
La serata, un mix di chiacchiere, proiezioni video e performance musicali, sarà condotta da Luca De Gennaro e vedrà la partecipazione di numerosi ospiti, tra cui Luca Fantacone, Christina Iredale, Simonetta Simonetto, Pietro Monti, Stefano Pierini, Maryon Pessina e Alessandra Piccioni. A impreziosire la serata, il dj set di Pony Montana e un breve showcase di Pino Marino (qui la cover del primo album dell’artista romano, “Dispari”, uscito nel 2000 proprio con la Nun a cui segui il bellissimo “Non bastano i fiori” nel 2003, sempre per la neonata etichetta di Senardi – clicca qui per ascoltare L’acqua e la pazienza, uno dei brani di punta del secondo album).
Stefano Senardi
