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La musica eterea e dolorosa, dolcissima e apocalittica del duo composto dal cantante, compositore, polistrumentista e produttore Fabio Properzi e dalla thereminista Giulia Riboli prende corpo nelle immagini reali del documentario di Roberto Di Matteo (di recente arrestato in Venezuela) sulla guerra ai confini tra Ucraina e Russia. La band ha pubblicato quest’estate il suo primo album, HUM, per l’etichetta californiana Magnatune.

Lui, Fabio Properzi, è compositore, cantante, polistrumentista e produttore artistico; già autore Sugar, con cui pubblicò un album con gli Ameba4, ha animato vari progetti come il duo di indietronica Kinky Atoms e il duo indie-folk Kubriq; lei, Giulia Riboli, si è accostata al theremin nel 2009, grazie anche all’eclettico thereminista italiano Vincenzo Vasi, ha alle spalle prestigiosi studi come i corsi della virtuosa tedesca Carolina Eyck alla Theremin Summer Academy di Colmar (Francia) e ha suonato in varie formazioni, spaziando dalla musica cantautorale al jazz e alla musica cinematica. Insieme formano i Tears of Sirens, che, dopo un primo EP, The Abyss, hanno pubblicato quest’estate l’album HUM per l’etichetta californiana Magnatune. Il secondo singolo tratto dal disco è Waste In My Mouth, accompagnato da evocative e impressionanti immagini tratte da un reportage del giornalista Roberto Di Matteo sulla guerra ai confini tra Ucraina e Russia. Racconta la band: «È un brano molto scuro, tocca temi attuali e molto importanti, senza dare però soluzioni; proprio per questo abbiamo chiesto a Roberto Di Matteo di creare un videoclip apposta per noi, utilizzando scene reali prese da un suo reportage. In Waste in My Mouth non parliamo di quel conflitto in particolare, ma di una situazione più globale, dopotutto da sempre l’uomo è in un’eterna lotta contro il suo stesso genere, per i suoi più sporchi interessi economici e di dominio, causando morte, devastazione e degrado, dove gli unici vincitori sono i poteri forti e non di sicuro il popolo».

Il giornalista barese di recente era stato arrestato in Venezuela, mentre stava lavorando a un reportage sulle condizioni di vita dei detenuti; racconta il duo riguardo a Di Matteo, che è anche un loro caro amico: «Ci siamo preoccupati parecchio alla notizia del suo arresto in Venezuela, perché lì è in corso una dittatura vera e propria. La Sociedad Interamericana de Prensa ha stimato che lo scorso anno sono aumentate le intimidazioni e gli arresti arbitrari a discapito dei giornalisti, una vera e propria ondata di attacchi nei loro confronti. Se non ci fossero reporter come lui (che rischiano spesso anche la propria pelle), non potremmo accedere ad un certo tipo di informazione e questo è fondamentale per poter aprire i nostri occhi a trecentosessanta gradi».

Nel video di Waste In My Mouth si vedono allora rovine, squarci negli edifici, quello che resta di un quotidiano distrutto e violato in una guerra, mentre nuovi soldati sono pronti con le armi in pugno; ancora si nota la paura negli occhi di donne e bambini e si riflette sul meccanismo oscuro e cinico della guerra, mentre le sirene cantano sinistre attraverso il theremin, quasi per un canto del cigno di una società che avrebbe bisogno di rigenerarsi, cercando una strada di verità e libertà dalle manipolazioni dei potenti e dall’omologazione. Il potere quasi visionario della musica del duo, che propone sperimentazioni raffinate e cinematiche, evocative ed emozionanti, prende così corpo in immagini reali; nella seconda metà del video in fotogrammi sovraesposti alla luce si perlustrano case prive di vita, l’abbandono e la morte, mentre il theremin spande quasi onde di commozione, una carezza per i vivi come la bambina nascosta che si intravede a fine videoclip.

Quella del duo è infatti musica apocalittica e dolcissima, bagliore spettrale e canto nostalgico, è eterea ed evanescente grazie al theremin, è eleganza avvolgente e bellezza commovente grazie al suono del piano o alle interpretazioni vocali, ma è anche magia che scorre tra suoni liquidi come quelli di theremini e kaossilator, o materici come quelli delle chitarre, del basso, del cajon o rumori usati per generare ritmiche che sembrano elettroniche, ma in realtà sono suoni che provengono da stufa a gas, macchine da scrivere e sonaglietti vari. Le sonorità della band nascono dall’intento di combinare vari generi in nuove creazioni, ma anche «dalla voglia di dare un nuovo lustro al theremin, uno strumento assurdo, etereo e difficilissimo da suonare, perché imperfetto». Spiega il duo: «Purtroppo il theremin è quasi sempre stato solamente associato alle colonne sonore di film (soprattutto horror/fantascientifici all’arrivo di fantasmi ed alieni). O comunque è sempre stato utilizzato per riproporre arie di musica classica in sostituzione-emulazione della voce umana o di archi vari. Per questo nasce il duo Tears Of Sirens, per portare al centro di tutto il theremin, renderlo protagonista e dimostrarne così la sua versatilità assoluta. La scelta di associare strumenti acustici al theremin, creando allo stesso tempo un sound di matrice elettronica (perché l’elettronica di un certo tipo è parte fondamentale nei nostri progetti), nasce allo scopo di voler utilizzare strumenti dal suono caldo, casereccio, ma calati in un ruolo insolito. Per esempio se hai un pedale per chitarra, usalo sulla tastiera e vedrai che ti si aprono nuove vie. La ricerca del non convenzionale ci attrae da sempre. Inoltre, dal vivo, ci divertiamo a creare tutto in tempo reale, grazie ad una loop station, quindi, pur essendo un duo, il nostro sound è molto ricco, senza dover avvalerci di più “freddi” computer».

La musica dei Tears of Sirens sembra disegnare immagini e proiettare colori cangianti, spaziando tra sonorità più inquiete e infernali da un lato e suoni più malinconici, dolci e celestiali dall’altro, componenti tra cui è ricercato un equilibrio «lavorando meticolosamente sui dettagli e sulla coerenza». In HUM la band può così «toccare gli abissi attraverso suoni di theremin distorti, sovrapposti, sgretolati (arrivando anche a non far riconoscere più lo strumento stesso), come ad esempio in Minutes of Future Past ed allo stesso tempo portare l’ascoltatore a percepire sonorità quasi ultraterrene, che si elevano al di sopra del nostro mondo, toccando note angeliche come in The Ripples». Questi due brani possono infatti essere presi come esempi e incarnazioni proprio del dualismo che anima la musica della band, il voluto fil rouge dell’alternanza tenebre/luce.

Se The Abyss era un EP strumentale, in HUM il duo utilizza anche le ampie potenzialità della voce di Fabio Properzi, paragonata spesso a quella di Thom Yorke, una voce versatile che sa farsi magnetica e dolorosa, flautata e fascinosa, ma in questo disco fa capolino anche la voce delicata e suadente della thereminista Giulia Riboli, che così aggiunge un altro ingrediente alla ricetta magica e ipnotica delle lacrime delle sirene. La decisione di incidere anche brani cantati nasce dal desiderio di evolversi, di intraprendere altre direzioni in un continuo rinnovamento e trovare la modalità che consentisse al duo di esprimersi meglio; d’altronde Properzi ha alle spalle molta esperienza, avendo trascorso gli ultimi quindici anni in ambienti musicali eterogenei, oltre ad essere un autore anche per altri interpreti. I due si sono conosciuti proprio quando Giulia ha ascoltato un progetto di Fabio su YouTube nel 2014, rimanendo subito affascinata da quella voce. Per la Riboli invece quella di cimentarsi con il canto è un’esperienza totalmente nuova: «Ci siamo divertiti parecchio durante le fasi di registrazione, – racconta la musicista – ci siamo fatti un sacco di risate; all’inizio ero un po’ scettica, ma sottovalutavo l’apporto fondamentale di Fabio. Mi piacciono le sfide, soprattutto quelle con me stessa, sono sempre un’occasione di crescita».

Ora i Tears of Sirens stanno promuovendo il loro album in concerto, ottenendo ottimi riscontri; a giugno tra l’altro sono stati invitati e applauditi ad un evento di Bergamo Scienza, in cui hanno musicato il film muto Das Cabinet des Dr. Caligari (Il gabinetto del dottor Caligari) di Robert Weine, pietra miliare dell’espressionismo tedesco degli anni ’20.