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Il punto di non ritorno
Delusione mista a sconcerto per una vittoria che sa di beffa

Ma di che cosa stiamo parlando? Ma quale peccato originale dobbiamo (ancora) espiare per uscire dalla melma e dal pattume che questa edizione del Festival di Sanremo ci sta propinando?

Diciamolo subito e diciamolo chiaro e forte: è uno scandalo!

Artistico perlomeno. Ci riferiamo alla categoria “giovani” ovviamente, di cui avevamo già rimarcato la scarsa qualità delle proposte arrivate in finale.

Lo ricordiamo, per chi se li fosse persi, che erano in 8, di cui 6 scelti dalla “direzione artistica” (formata da Mazzi, Morandi e pochi altri) dopo aver messo in piedi un calderone chiamato Sanremo Social di cui alcuni criteri selettivi sono ancora oscuri, anche se la Rai ha garantito che darà massima trasparenza la settimana prossima. Gli altri 2 provenivano dalla lunghissima e certosina selezione di Area Sanremo.

Non vogliamo davvero tornare a parlare del livello mediocre delle 8 proposte, tra cui salviamo decisamente Erica Mou e Marco Guazzone, ma quel che più indigna è la vittoria andata ad Alessandro Casillo. È vero, lo sappiamo, è da troppi anni che facciamo questo mestiere e a certe logiche dovremmo averci un callo che ripara…. ma invece niente. Rimango basito e stupito da come si possa credere e pensare che il “voto popolare”, sommato ai voti dell’Orchestra, abbiamo dato un vantaggio così ampio ad un quindicenne stonato (e non solo dall’emozione, quella sì, più che giustificata) e con una canzone che non avrebbero trasmesso neanche da Gerry Scotti a Io canto. O forse sì?

Ma che razza di mestiere facciamo, di cosa stiamo parlando in questi giorni? Ma come non capire che è arrivato il momento di togliere spazio e potere ad una macchina organizzativa mastodontica e costosissima che assorbe la quasi totalità delle risorse che un mercato asfittico, come quello discografico, può mettere in campo. Il mondo cambia velocemente e Sanremo rimane fermo. Ma almeno rimanesse fermo davvero! La verità è che continua nella sua inutile corsa alla ricerca di nuovi talenti spendendo soldi e invece di cercarli davvero, di dare un’opportunità ai giovani, corre all’indietro. La vittoria di Casillo nel 2012, con quella canzone e in questo modo, è la punta dell’iceberg.

Oltre non si può più andare. Si è toccato il fondo.

Il rapporto che esiste tra realtà musicali oggi presenti in Italia e quello che rappresenta Casillo ha raggiunto la massima distanza possibile. Il massimo storico.

Ma come è possibile continuare ad ascoltare tutti i giorni dischi, alcuni clamorosamente belli, ricchi di intuizioni, talento, creatività e non avere poi gli strumenti per aiutarli a divulgarli? Certo, esistono le recensioni, le interviste, i concerti, qualche festival di spessore, ma in cuor nostro rimane forte l’amarezza di non riuscire ad incidere più di tanto. E allora speri che chi abbia più potere di te, più mezzi di promozione, faccia questo per loro. E con noi altre testate, altri operatori ancora innamorati e sedotti da come le sette note possono ancora regalare emozioni, che capiscono bene quale forza propulsiva può avere un palco come quello sanremese per un giovane.

Ecco perchè l’incazzatura sale sempre più forte, anno dopo anno, quando vedi che “dal mondo reale” arriva pochissima roba. Arrivano su quel palco nomi, visi, voci e canzoni così scarse che ti viene lo sconforto. Poi c’è sempre qualche gemma che di tanto in tanto sboccia tra il campo incolto e allora ridai fiducia alla Commissione che giudica, ascolta e sceglie. Fino a stasera. Dopo stasera però il margine è colmo.

La vittoria di un quindicenne simil-emo così avulso dalla realtà musicale che ascoltano i suoi coetanei è insopportabile. La canzone e la proposta sono semplicemente inutili, non servono a nessuno. O perlomeno non servono a questa Italia musicale. La proclamazione sul podio più alto di un giovane-artista come Casillo segna una svolta, un punto di rottura, di non ritorno.

O qualcosa cambia davvero e la discografia capisce che non può più affidare a questo meccanismo sanremese l’ottanta per cento del budget annuale o la battaglia è persa.  Ma il cambiamento non può arrivare dalla Rai. Deve arrivare dal mercato (o dal quel che resta).

Che si crei una commissione artistica vera, con ampio potere decisionale almeno sui Giovani e che la si metta in condizione di selezionare e far salire su quel palcoscenico – o su altro – artisti meritevoli e pronti a muoversi nei live già dal giorno dopo. Lo sappiamo tutti che i dischi fisici (e fra poco anche quelli virtuali. . ) non si vendono e allora la discografica dovrebbe esser la prima a puntare su cavalli capaci di correre su e giù per i locali e i teatri italiani. Che si operi una buona selezione all’inizio e che poi vinca il migliore.

Ma Casillo, quanti concerti farà nei prossimi mesi? Due, tre? E quale Radio passerà le sue canzoni? Una, forse due? E quali giornali lo intervisteranno?

Gongola Morandi e con lui le prime file del teatro. Sarà contento perché quel quindicenne gli ricorda la sua adolescenza e di quando anche lui, artista in erba, calcava palchi importanti. Ma Fatti mandare dalla mamma o Andavo a cento all’ora avevano una forza innovativa e dirompente che conquistava e anticipava mode e voglia di cambiamento. Ma Casillo e il suo brano dove portano?

Ribadisco il concetto. Se la discografia, nel suo insieme, non ha capito che con stasera si è toccato un punto di non ritorno allora è giusto che muoia Sansone e – con lui – tutti i Filistei.