
I concerti di Francesco Guccini cominciavano tutti con In memoria di S. F. con l’incipit che raccontava che “Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva la dolce estate era già cominciata vicino lui sorrideva, vicino lui sorrideva...” e terminava sempre con l’epica del La locomotiva che lanciava al vento l’auspicio di non arrendersi mai perché “…ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia!”.
Due canzoni distanti anni luce tra loro. La prima in ricordo di un’amica tragicamente scomparsa in giovane età a causa di un incidente automobilistico mentre la seconda narrava, in maniera cronachistica, di un evento di ribellione di un ferroviere, tal Pietro Rigosi, che il 20 luglio del 1893 “sequestrò” una locomotiva e da Poggio Renatico (FE) cercò di lanciarsi contro un treno presumibilmente “pieno di signori”, a Bologna. Suoi colleghi ferrovieri deviarono il treno e non morì nessuno. Nemmeno lui, il “sovversivo”. Sentimenti, epica, cronaca, emozioni, malinconie, gente comune, disincanto, poesia allo stato puro, letteratura… quante parole si potrebbero spendere per la vita artistica vissuta da Francesco Guccini che, di per sé, dovrebbe essere considerato un’opera d’arte.

Tra l’altro è buffo pensare che lui, che non aveva neppure la patente, iniziava e terminava i suoi concerti con canzoni in cui la velocità era l’elemento primigenio per poi concludersi in maniera differente: la morte e la vita. Di questo ha scritto e cantato il vate di Pavana (seppure nato a Modena il 14 giugno del 1940) in tutta la sua carriera di cantautore, cantastorie, contastorie (i suoi innumerevoli libri), osservatore dell’Uomo, delle sue passioni, delle sue debolezze ed afflizioni. Un’umanità colma di difetti ma sempre alla ricerca spasmodica del senso della vita.
Basta scorrere i titoli delle sue canzoni per capire quanto complessa, nella sua apparente semplicità, fosse il suo osservare, riflettere, scrivere, comporre, musicare, proporre idee, contenuti, stati d’animo, osservazione della realtà in tutte le sue sfaccettature. Uomo di altri tempi; eppure, sempre avanti sui tempi (come solo i poeti e i profeti veri sanno di poter fare), Francesco Guccini ci ha accompagnato per sessant’anni di vita trasformandosi, rispetto ai suoi estimatori, da padre in fratello, da zio in nonno, da artista/profeta in Parola assoluta e senza tempo.

Il pubblico, il suo pubblico, non è mai venuto meno ad omaggiarlo ai concerti perché le sue esibizioni erano una sorta di festa di famiglia alla quale si partecipava perché era importante connettersi con una tribù, con un modo di interpretare la vita, con il sentirsi parte di un pensiero positivo grazie ai testi delle sue canzoni che, ascolto dopo ascolto, mostravano segnali diversi, indicavano vie nuove, davano senso a malesseri ed esaltazioni esistenziali. Politiche o generazionali che fossero.
Francesco Guccini è stato certamente un artista atipico, uno fuori dal coro, un outsider che si è ritrovato (anche piacevolmente, perché no…) sotto i riflettori ma con un atteggiamento ed un garbo d’altri tempi, con la consapevolezza di poter (e dover) trasferire alla sua generazione (e a quelle successive) quelle parole che i suoi contemporanei avevano ferme in gola ma non riuscivano ad esprimere. Lui è stato il traduttore dei tempi, colui che ha preso i sentimenti, le aspettative, le paure, i desideri di più generazioni e le ha composte in maniera strepitosamente comprensibile fungendo da medium e dando un senso ai sommovimenti interiori di molti.

Crediamo che il suo contributo alla cultura del nostro Paese sia stato immenso e, al contempo, sempre discreto, da buon uomo di montagna che guarda il passo e l’orizzonte “risparmiando il fiato”, evitando comparsate televisive inutili ma, magari, aderendo a buone cause, come ha fatto per anni. Con discrezione ed efficacia.
Da circa quindici anni aveva smesso di andare in tour e di proporre album con nuove composizioni (negli ultimi due, Canzoni da intorto e Canzoni da osteria, interpretava canzoni di varia genesi, ma non sue) senza particolari rimpianti perché, in fondo, quello che doveva dire e dare lo aveva già espresso. Era ormai diventato una sorta di totem, di padre “spirituale”, di orizzonte a cui giungere con la lettura dei suoi testi e l’ascolto delle sue canzoni. Lo abbiamo amato. Tanto. Ora ancora di più.

Lo salutiamo con le parole finali di Autunno, dall’album “Stagioni” del 2000.
“Le storie credute importanti si sbriciolano in pochi istanti.
Figure e impressioni passate si fanno lontane e lontana così è la tua estate. E vesti la notte incombente lasciando vagare la mente al niente temuto e aspettato sapendo che questo è il tuo autunno che adesso è arrivato”.
tutte le foto sono tratte dai canali social ufficiali dell’artista
Francesco Guccini
