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Si chiude Sanremo. Buona questa...
Tre donne sul podio, Emma sul gradino più alto

Emma Marrone era la favorita secondo i bookmakers. Già dieci giorni prima dell’inizio del Festival. Una settimana fa è stata l’unica tra i 14 Big in gara ad essere in collegamento con L’Arena di Massimo Giletti su Rai Uno.

Ieri il vincitore del Festival della Canzone italiana (sì, si chiama ancora così) è stato decretato da un meccanismo più che complicato: a votare i 10 nomi della categoria degli “Artisti” (etichetta che suona un po’ assoluta e/o pretenziosa) un sistema di votazione misto che combinava il televoto da casa, il voto della Sanremo Festival Orchestra e il Golden Share della Sala Stampa. Con un altro coup de téâtre, o meglio una prevedibile mossa perfettamente da talent show, il regolamento ha riammesso poi le tre canzoni più votate ad un nuovo televoto. Eppure niente è andato storto: Emma Marrone è entrata e uscita Papa dall’Ariston.

Come mai questo risultato era così scontato? Il peso del televoto era schiacciante, nonostante i correttivi apportati? E che senso ha una vittoria decretata in questo modo? Non si tratta di postulare come preferibile un arroccarsi elitario sulle posizioni, comunque divise e soggettive, della “critica” o dei presunti “esperti”, puntando l’indice contro un pubblico poco sofisticato. Il punto è che qualunque tipo di sondaggio con campione non selezionato, che prescelga la modalità (molto redditizia) del televoto, o quella (gratuita) del voto online, non dà risultati rappresentativi del pensiero e dei gusti degli italiani. Le giurie demoscopiche vengono già composte con una serie di criteri, cercando per esempio rappresentanti di fasce di età differenti, mentre il televoto resta in mano dei grandi numeri motivati a mobilitarsi. Ovvero i fan.

Di giovani cantanti, forti di una popolarità massmediatica che forse un Eugenio Finardi non avrà avuto in quarant’anni di carriera. E fan che sanno che il loro nome prediletto ha bisogno di alimentare ancora quell’esposizione, perché di quella si nutre la sua fama. I fan dei Marlene Kuntz hanno determinato il picco dello share durante la prima serata, ma probabilmente hanno anche in altri casi abbandonato il gruppo, dacché contrari alla sua partecipazione al carrozzone della kermesse, in cui la musica è all’ultimo posto dell’attenzione dopo i monologhi degli ospiti, l’osservazione sotto la lente di ingrandimento dei particolari pruriginosi degli abiti delle “ragazze-immagine” (non sprechiamo, dopo il lemma obbligato di “Artisti”, anche la parola showgirl: «le parole sono importanti»), nonché il computo delle parole volgari e delle gaffe ascoltate all’Ariston.

E i fan di Samuele Bersani, di Francesco Renga o Gigi D’Alessio sanno che i loro beniamini non sono alle prime armi e non necessitano di plotoni addestrati di votanti, come quelli che già hanno guadagnato e messo insieme negli anni i partecipanti ai talent-show.

Insomma, questo meccanismo non premia i migliori, ma quelli che possiedono per target, esperienze televisive pregresse e promozione accanita le “consorterie” più forti. Il dubbio pertanto è: che avessero ragione i fan dei Marlene Kuntz? Ha un senso partecipare a una gara con queste caratteristiche, che emargina e penalizza i “maestri” e i nomi con una storia, quarantennale o ventennale che sia?

Tra l’altro oggi Marco Mangiarotti all’Arena di Massimo Giletti ha affermato che la giuria tecnica della Sanremo Orchestra non avrebbe votato affatto: la sezione classica avrebbe invalidato le schede, prendendo le distanze dagli artisti in gara, mentre la sezione rock avrebbe fatto ricorso al suo sindacato perché impegnata nelle prove e impossibilita a presentarsi alla convocazione per il voto. Se fosse vero tutto questo e se fosse vero anche che la Golden Share della Sala Stampa è intervenuta, premiando Noemi (come male minore? ), solo dopo aver preso visione delle prime sei posizioni dettate dal televoto, il verdetto che ha premiato Emma Marrone sarebbe stato davvero condizionato solo ed esclusivamente dalle dinamiche socioeconomiche delle votazioni da casa.

Se la Rai vuole consegnare il Festival di Sanremo a nomination, sfide e votazioni a pagamento (nei tempi della crisi economica che urla Emma nella sua Non è l’inferno), forse è tempo che si rifiuti categoricamente di prendervi parte chi si può fregiare a testa alta del nome di Artista per profondità, originalità e sostanza emozionale di testi che vadano oltre un opinabile compitino retorico su traccia nazional-popolare alla portata anche (o solo) dei meno esigenti. Chi vanta decenni di esperienza live sui palchi e non davanti alle telecamere, chi possiede comprovata e sicura conoscenza della musica suonata, chi si cimenta con pazienza e cura nella ricerca di ricette musicali che non soddisfino solo i palati più superficiali dell’oggi, ma possano ambire a sfidare lo scorrere del tempo e il mutare dei gusti, grazie a linee vocali e musicali raffinate, atmosfere alleggerite da un’ironia gaberiana o cariche di un pathos in grado di sfondare le barriere delle resistenze emotive.

In un contesto come questo, può suonare come un messaggio sottile ed elegante di indignata resistenza la dedica che Samuele Bersani ha pronunciato all’Ariston, ritirando il Premio della Critica Mia Martini per la sua Un pallone: «Lo dedico a tutti quei ragazzi che nel chiuso delle loro stanzine continuano a scrivere delle canzoni, inventando delle storie nuove».

E il compito di chi scrive di musica è soprattutto quello di valorizzare questi ragazzi. Che agli altri pensi il televoto, se può. E sul loro futuro e sulla loro grandezza si esprima la storia della musica italiana del futuro. Almeno per ora, almeno ora su di loro cali il silenzio.
E come si dice? Ai posteri (e non ai poster), l’ardua sentenza.