Ci sono storie che entrano in azienda come numeri. Report, obiettivi, performance.
E poi ce ne sono altre che entrano in punta di piedi, senza badge. Si siedono accanto a te mentre lavori, e senza alzare la voce ti cambiano il modo in cui guardi chi hai di fronte.
È da lì che parte ‘L’Amico che non conosco’ di Alessandro Casalis.
Un live, un reading, un incontro o più semplicemente la somma di tutto questo.

Da un’esperienza che non puoi archiviare, né raccontare fino in fondo con una spiegazione lineare. E allora serve un’altra lingua: quella che sta a metà tra musica e parola, tra racconto e presenza.
Perché dentro quel titolo c’è già tutto: qualcuno che esiste, che ti riguarda, ma che non hai mai incontrato davvero; qualcuno che, a un certo punto, potrebbe essere te.
Alessandro Casalis costruisce questo format senza alzare il tono, partendo da una verità che ha un punto preciso nel tempo: maggio 2022. Un corpo che si ferma, una diagnosi di una patologia autoimmune, un trapianto di fegato. Da lì, un prima e un dopo che non si possono più confondere.
È proprio da questa frattura che nasce il racconto: portato in scena e trasformato in un attraversamento condiviso. Non c’è distanza tra chi racconta e chi ascolta — il confine si assottiglia man mano, fino quasi a sparire.
La musica non accompagna, ma sostiene. Le parole non spiegano, ma aprono. E dentro questo spazio si inserisce un tema che spesso resta ai margini finché non diventa personale: la donazione di organi.
La collaborazione con AIDO — Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule — nasce proprio da questo passaggio. I volontari presenti agli eventi non aggiungono un livello “informativo” a posteriori, ma completano il percorso: trasformano l’ascolto in possibilità concreta, in scelta consapevole.
Quello che distingue il progetto è il modo in cui tiene insieme i piani.
Non c’è separazione netta tra dimensione artistica e impegno sociale, tra concerto e testimonianza. Tutto resta nello stesso flusso, senza forzature.
La storia personale di Casalis non viene mai usata come leva emotiva. Rimane invece un punto fermo, da cui si diramano riflessioni più ampie: il rapporto con il corpo, il tempo che cambia improvvisamente ritmo, la dipendenza dagli altri che diventa, per necessità, una forma nuova di fiducia.
In parallelo, il suo percorso musicale continua a muoversi.

Il suo nuovo EP, Il Gioco, lavora su una linea simile ma più intima: cinque tracce che tengono insieme memoria e presente, con uno sguardo rivolto a quel momento in cui le cose iniziano a cambiare forma senza dichiararlo apertamente.
Il cuore narrativo dell’EP è Barrumba, dove riaffiora l’immaginario degli anni ’90, con un richiamo diretto ai Pearl Jam, mentre sullo sfondo resta quella ricerca di leggerezza che richiama — anche qui senza forzature — il pensiero di Italo Calvino (dipanato in Lezioni Americane): togliere peso non per semplificare, ma per riuscire a guardare meglio, dall’alto.
Alla fine di questo racconto non resta la musica, non restano le parole. Resta una scelta.
Silenziosa, personale, spesso rimandata. Ma concreta.
Perché la donazione di organi non è un tema lontano, non è qualcosa che riguarda sempre qualcun altro; è un gesto che esiste solo se, a un certo punto, qualcuno DECIDE.
Decide di esserci, anche quando non potrà più raccontarlo.
Decide di lasciare qualcosa che continua a vivere nel corpo di un altro.
E forse è proprio questo il senso più profondo de L’Amico che non conosco: ricordarci che quell’amico esiste davvero. Ha un volto che non vedremo mai, una storia che non conosceremo, ma potrebbe essere l’unico motivo per cui qualcuno, da qualche parte, continua a respirare.
E tutto, a quel punto, si riduce a una domanda semplice, impossibile da evitare: se potessi essere tu, per qualcuno, quella possibilità — lo saresti?
(foto tratte dai profili social ufficiali dell’artista)

Alessandro Casalis
